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Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Elogio del fallimento

Il mondo del business e i pregiudizi di un paese in cui è sempre colpa degli altri. Cosa si può imparare da Michael Jordan e Sergey Brin?

20 Maggio 2013

«Ho sbagliato più di 9000 tiri nella mia carriera, ho perso quasi 300 partite, 26 volte hanno lasciato a me il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita, ed è per questo che ho avuto successo». Sono le parole di Michael Jordan in un celeberrimo spot Nike del 1997. La frase ebbe una tale fortuna che nel 2010, eletta a simbolo imperituro della leggenda sportiva di Brooklyn, venne stampata nell’intersuola delle Air Jordan.

Torna in mente, in questi giorni, leggendo un dato inquietante e significativo: in Italia da gennaio di quest’anno ad oggi hanno chiuso 42 imprese al giorno, con un incremento di più del 12% sul dato del 2012. Se questo trend dovesse confermarsi, rivela un rilevamento di Cerved Group per conto del Sole 24 Ore, a fine anno sarebbero 14.000 le imprese costrette a chiudere i battenti (2000 in più rispetto all’anno scorso).

«La ragione per cui l’italiano stenta sempre a dimettersi è perché non può accettare l’ipotesi di aver sbagliato»

Ma come fare in modo che almeno alcune di queste si rimettano in moto? Molto difficile, se ed aggravare una situazione già così complicata ci si mette anche un certo pregiudizio nei confronti di chi fallisce, stigmatizzato non solo come perdente, ma spesso come un traditore di fiducia, quasi un truffatore –  abbastanza incredibile, se si pensa che, nel solo 2012, poco meno di un terzo delle imprese italiane che hanno fatto questa fine vi sono state costrette da ritardi nell’incasso dei pagamenti.

Oltre a tutto il resto, questo ha una ripercussione diretta: prendere atto del proprio fallimento è cosa rara, in Italia, come se la pratica socialmente non fosse ancora accettata. «La ragione per cui l’italiano stenta sempre a dimettersi è perché non può accettare l’ipotesi di aver sbagliato», scrive Alessandro Piperno sull’ultimo numero di IL magazine.

Ci sono alcune evidenze che confermano questa tesi. Basti pensare, ad esempio, che fino al 2006 (anno della riforma della legge che regola la materia) chi falliva doveva ottenere dal giudice una dichiarazione che lo riabilitasse dalle «incapacità» di natura personale e lo cancellasse da un registro dei falliti. Non solo: prima di questa data, la disciplina voleva che l’imprenditore non potesse neanche votare nei 5 anni successivi alla sentenza o allontanarsi dalla sua residenza senza previa autorizzazione del Tribunale.

La conseguenza è palese: quando si fallisce (anche in senso non strettamente giuridico), difficilmente ci si prende le proprie responsabilità: meglio scaricare il celebre barile – pena la reprimenda di pubblico, addetti ai lavori, elettorato.

L’anno scorso Volunia, una start-up che sulla carta doveva essere «la sfida italiana a Google», fece molto parlare di sé. Il progetto, però, incassò l’addio del suo fondatore Massimo Marchiori, informatico dell’università di Padova e inventore di uno degli algoritmi su cui si basa Google, dopo soli tre mesi.

Marchiori inviò una lettera a Repubblica, che recitava: «Quello che forse non sapete è che io non sono l’Amministratore Delegato di Volunia […] Contro il mio parere è stato introdotto nel progetto l’elaborazione di un motore di ricerca proprietario. […] Lascio la direzione tecnica di Volunia perché qualcun altro vuole farla al posto mio. Vuole poter decidere tutto, senza di me.» Il colpevole del naufragio, insomma, era un etereo AD di cui non veniva specificato il nome.

«Gli studi mostrano che le imprese che devono cominciare da zero una seconda volta ottengono risultati migliori e sopravvivono più a lungo»

L’ex ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, parlando all’ultima conferenza annuale degli start-upper italiani, ISDAY, l’ha detto senza mezzi termini: manca la cultura del fallimento, qui. Dello stesso avviso è apparso Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea, parlando in favore di nuove procedure riguardanti l’insolvenza (dicembre scorso): «Gli studi mostrano che le imprese che devono cominciare da zero una seconda volta ottengono risultati migliori e sopravvivono più a lungo rispetto alla media delle start-up; soprattutto, esse hanno una crescita più rapida e creano un maggior numero di posti di lavoro».

«Uno dei cardini che hanno fatto la fortuna dell’economia americana è la capacità di metabolizzare il fallimento e considerarlo un passo verso l’affermazione»

A tutti gli effetti, il fallimento altrove non solo è tollerato, ma è parte integrante del sistema. Come ha scritto Niall Ferguson nel suo L’ascesa del denaro, uno dei cardini che hanno fatto la fortuna dell’economia americana è la capacità di metabolizzare il fallimento e considerarlo uno step del cammino che porta all’affermazione. «La teoria è che la legge americana esiste per incoraggiare l’impresa – facilitando la creazione di nuovi business. […] Molti degli uomini d’affari americani di maggior successo fallirono nelle loro prime imprese, compreso il re del ketchup John Henry Heinz, il boss del circo Phineas Barnum e il magnate dell’automobile Henry Ford. Tutti questi uomini alla fine diventarono immensamente ricchi, anche perché gli venne data l’opportunità di provare, fallire e ricominciare».

Il mito della Silicon Valley, El Dorado dei geek e capitale della start-up mania mondiale, è tale anche perché le imprese che la abitano spesso sono gestite da persone che hanno imparato (e molto) dai propri errori. È il caso di successi planetari come Instagram e Foursquare, ad esempio.

Senza contare che non tutto il male vien per nuocere: l’anno scorso Sergey Brin, cofondatore di Google,  parlando di questo tema ad un summit di Google Ventures (il braccio della sua compagnia che si occupa degli investimenti), ha raccontato che originariamente, prima di conoscere il suo socio Larry Page e lavorare al progetto di un nuovo motore di ricerca,  si era occupato di un servizio via fax per l’ordinazione di pizza a domicilio. Ma la cosa non decollò, perché – pare – gli esercenti non controllavano abbastanza spesso il loro terminale.

Sembra che Sergey Brin, come anche Michael Jordan, alla fine ce l’abbiano fatta.

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