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23:14 sabato 31 ottobre 2026
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.

Il voto americano e le parole che mancano

Rimozioni, omissioni e negazionismi: Trump ha continuato a girare attorno alla realtà. Funzionerà ancora?

02 Novembre 2020

Non saranno elezioni che dimenticheremo. La pandemia, i casi che si impennano, le proteste, le milizie. E l’incertezza che avvolge tutto, dentro e fuori gli Stati Uniti. Eppure, a fronte di una tale mole di argomenti scottanti, queste elezioni passeranno alla storia non tanto per le cose che sono state dette, quanto per quelle rimaste sullo sfondo. Omesse, aggirate, schivate, a volte sfacciatamente ignorate nei discorsi dei candidati —  in larga maggioranza quelli di Donald Trump, ma in misura minore pure quelli di Joe Biden. E così, a poche ore dalla scadenza per votare, molte parole chiave di questa campagna continuano a rimandare a negazioni e mancanze, più che a elementi di contenuto. Generando un netto contrasto con la valanga di espressioni che fece da colonna sonora alle elezioni precedenti.

Difficile scegliere cosa sia rimasto più impresso dalla campagna del 2016. Se i beceri attacchi a Hillary Clinton — soprannominata crooked, “criminale”, e invitata al carcere al grido di lock her up — o i riferimenti continui al muro anti-immigrazione. Oppure ancora lo slogan Make America great again, dove l’again finale presupponeva che quella grandezza era già esistita, e che per recuperarla serviva un passo indietro, più che uno slancio in avanti. Quella combinazione verbale di aggressività e nostalgia creò l’onda d’urto con cui Trump ribaltò le carte in gioco, trasformando la campagna elettorale in un’inedita gazzarra. Una continua sfida alle convenzioni e alle aspettative, in cui a fare la differenza fu il fatto che le parole chiave si facessero verbo in maniera così diretta. Senza filtri, senza veli. E ovviamente senza troppi pensieri circa la loro veridicità.

Quattro anni dopo, la situazione sembra essersi ribaltata. Certo, rimangono le sparate: l’ultima, sostenere che i medici guadagnino soldi per ogni malato di COVID, e dunque abbiano interesse a gonfiare il dato dei casi. Eppure a fare notizia sono più che altro le parole rimaste ai margini. Anche, e soprattutto, quando ci si aspettava che fossero protagoniste. Una trasformazione figlia di un contesto sociale che è cambiato drasticamente — o almeno, molto più di quanto normalmente succeda tra un’elezione e l’altra. Dall’esplosione della pandemia a quella delle tensioni sociali, gli eventi esterni si sono ripresi il palcoscenico. Spostando l’attenzione del dibattito dai fatti inventati a quelli evitati, se non addirittura rimossi. E ribaltando la formula dello sconcerto, passata dal “ma l’ha detto veramente?” che imperversava 2016 al “ma veramente non ha detto niente?” di queste settimane.

Il caso più eclatante è stata l’emergenza sanitaria. Una questione che Trump ha continuato a negare, a partire dalla scelta di riferirsi al virus quasi esclusivamente come the China virus – termine perfetto per scaricare la responsabilità della catastrofe sugli altri – e quasi mai come coronavirus o Covid (A parte quando ha espressamente detto di non gradire il termine perché gli ricordava un elegante nome italiano). Incalzato sul tema, nei dibattiti e nelle interviste, il presidente uscente ha continuato a non dire sostanzialmente nulla, trincerandosi dietro al we’re rounding the corner – “stiamo girando l’angolo” – che ripete ossessivamente da quando è uscito dall’ospedale. Mai un riferimento alle precauzioni, neppure le più banali, al punto che un’espressione-tormentone come “mascherina” compare nei suoi discorsi semplicemente come strumento per prendere in giro gli avversari. E mai un rigurgito di costernazione, un pensiero ai morti, un accenno al trauma collettivo che sta investendo il paese – elementi invece onnipresenti nei discorsi di Biden.

Simili omissioni hanno accompagnato un altro tema centrale di questa campagna: l’azione repressiva delle milizie di ideologia suprematista, uno spettro che ha aleggiato sulle proteste, e minaccia di farlo anche sui seggi elettorali. Anche qui, Trump non si è sbilanciato, trincerandosi dietro ad appelli a “ordine e disciplina” che per molti erano essenzialmente una strizzata d’occhio agli estremisti. Persino quando, durante il primo dibattito presidenziale, gli è stata data l’opportunità di chiarire la sua posizione, Trump ha continuato a girare attorno alla faccenda, creando forse il momento più controverso di tutta la campagna: alla specifica richiesta del moderatore di condannare l’operato delle milizie, ha risposto con un vago stand back and stand by. Potenzialmente interpretabile come un connivente “state indietro e tenetevi pronti”, come pure rivendicato dai membri stessi della milizia in questione; in ogni caso, non certo la stigmatizzazione decisa che si aspetterebbe su un tema del genere. L’episodio ha segnato profondamente l’andamento della campagna. Da una parte è esplosa l’indignazione democratica, ben incarnata nel siparietto surreale in cui Pete Buttigieg, prima candidato alle primarie democratiche e ora alleato chiave di Biden, è riuscito a far dire a un sostenitore trumpiano che lo stava infastidendo proprio quelle parole di condanna che Trump si era rifiutato di pronunciare. Dall’altra, sono arrivate le critiche dei repubblicani. Come quelle di Brian Kilmeade, volto di Fox News, secondo cui una domanda del genere meritava una risposta tanto chiara quanto quella che si dovrebbe dare alla domanda “sei contro il male?”.

La strategia del non dire ha fatto capolino anche nei discorsi di Biden, seppur in maniera molto più circoscritta. Anche se il candidato democratico ha prontamente affondato il colpo sulle omissioni dell’avversario, ha comunque regalato momenti di equilibrismo notevoli. Su tutti, le risposte fluttuanti sull’emergenza climatica, quando si è guardato bene dal delineare qualsiasi proposta diversa dal “la affronteremo”. Una strategia verosimilmente volta a tenersi a debita distanza dalla parte più radicale del partito – soprattutto agli occhi degli elettori in bilico. Ha comunque destato scalpore la riluttanza a pronunciarsi in maniera più specifica sul tema, e in particolare sul green new deal – l’ingente pacchetto di misure economiche contro il cambiamento climatico supportato, tra gli altri, da Alexandria Ocasio-Cortez e dalla candidata a vice presidente Kamala Harris. E così, mentre alcuni repubblicani hanno evidenziato la mancanza di chiarezza in materia come un segno di debolezza, pure questa espressione si è aggiunta alla lista di parole fantasma della campagna.

Alla vigilia di una settimana presumibilmente infinita, difficile capire come andrà a finire. Vista dalla nostra bolla, è scontato aspettarsi che, con quanto sta succedendo, il discorso politico sia chiamato a rapportarsi con i fatti in maniera più rigorosa del solito. Una situazione che dovrebbe teoricamente favorire Biden: che non sarà particolarmente frizzante, ma dall’inizio ha mostrato molto più interesse del rivale a prendere sul serio gli eventi esterni. Eppure, come visto nel 2016, valutare il comportamento di Trump su basi razionali è sempre rischioso. Certo, il disinvolto rapporto tra parole e realtà della sua retorica potrebbe essere punito quanto basta a fargli perdere l’elezione. Ma resta comunque la possibilità che la sua spregiudicata opera di rimozione possa trasformarsi nell’ennesimo gioco di prestigio. Quello che può riuscire solo a chi, anche dopo quattro anni di presidenza, continua a sostenere di non essere un politico, e di non volerlo essere.

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