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Olivia Rodrigo ha annunciato un festival musicale con una line up di sole artiste donne per raccogliere fondi a sostegno delle donne Si chiama Daisy Chain Fields: sul palco si esibiranno Stevie Nicks, Karen O, Chappell Roan, Mitski, Doechii, le Katseye e tante altre.
Dopo averne licenziati quasi 10 mila, Zuckerberg ha ordinato ai dipendenti di Meta sopravvissuti ai tagli di «ricominciare a divertirsi» Viene da chiedersi: se un dipendente si rifiuta e si presenta a lavoro di cattivo umore, viene licenziato pure lui?
Fatboy Slim ha fatto un dj set improvvisato e gratuito durante una manifestazione contro l’estrema destra a Brighton E ha commentato tutta la giornata così: «Never been more proud of my hometown. More disco, less fascism».
In Albania un milione di persone è sceso in piazza per protestare contro il resort di lusso di Jared Kushner, il genero di Trump I manifestanti, però, non si accontentano più di fermare la costruzione del resort: adesso vogliono le dimissioni di tutti coloro che hanno approvato il progetto.
Loris Messina e Simone Rizzo sono i nuovi Direttori Creativi di Moschino Il loro debutto è fissato per settembre, alla Milano Fashion Week, dove presenteranno la loro prima collezione ufficiale.
Trump sta combinando un grosso, grossissimo guaio con la Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington Ha speso 15 milioni di dollari per rifarla come voleva lui. Ora l'acqua è verde perché invasa dalle alghe e la vernice del fondo si sta staccando.
A Berlino sta nascendo una nuova scena musicale che mescola il jazz e (ovviamente) la techno Due generi apparentemente lontanissimi e che, non senza una certa sorpresa, a Berlino hanno scoperto che stanno benissimo assieme.
Lo smartworking riduce la socialità e rovina la salute mentale, secondo una delle più grandi ricerche di sempre sul lavoro da casa Quasi 600 mila lavoratori hanno preso parte alla ricerca e i risultati sono stati abbastanza incontrovertibili.

Easy Rider ha ancora qualcosa da dirci

Il cult del ’69 di Dennis Hopper è arrivato su Netflix e riguardarlo è un'ottima idea.

04 Maggio 2020

Quasi allo stesso livello di guardare  Midsommar – l’horror di Ari Aster su una comunità svedese dedita a riti di purificazione che comprendono l’auto-eliminazione degli over 70 – nei giorni in cui la Svezia è l’unico Paese d’Europa a rifiutare il lockdown, c’è guardare Easy Rider nei giorni in cui dobbiamo stare chiusi in casa (o quasi). Dal primo maggio si trova su Netflix che, forse in corrispondenza della fine della quarantena, ha deciso di festeggiare la ritrovata semi-libertà con un film che nell’edizione italiana recava il sottotitolo «Libertà e paura». Per i troppo giovani che non sanno di cosa si parla (molto grave): uscito nel 1969, è il film più rappresentativo – non necessariamente più bello – del ventennio ’60-’70. Più di 5 pezzi facili (1970) o di Punto Zero (1971) o di Zabriskie Point (1970) o di Duel (1971), tutti i film di culto di quel passaggio di decade, ma usciti un anno o due anni dopo e quindi tutti debitori in qualche modo di almeno un’ispirazione. (C’è da dire però che a sua volta il soggetto di Easy Rider è dichiaratamente ispirato al Sorpasso di Risi).

La storia produttiva di questo film, che renderà canonica la definizione di “road movie”, è quella di un lungometraggio a basso costo (400 mila dollari) girato, come si dice, in famiglia. I due attori protagonisti, Dennis Hopper e Peter Fonda, sono rispettivamente il regista e il produttore (oltre che, insieme a Terry Southern, gli sceneggiatori). Il terzo attore è un pazzescamente ispirato Jack Nicholson, avvocato di buona famiglia, ma ribelle e perennemente ubriaco e, in definitiva indimenticabile, oltre che candidato all’Oscar come non protagonista e da lì in poi lanciato verso la carriera che sappiamo (era nel giro da una decina d’anni ma senza mai arrivare alla fama).

Il successo di pubblico è tanto immediato quanto inaspettato. Uscito il 14 luglio del 1969, Easy Rider diventa subito il film da vedere di quell’estate per arrivare a conquistare il terzo posto nei maggiori incassi di quell’anno e a ottenere due nomination all’Oscar (“Miglior sceneggiatura originale” oltre a quella per Nicholson).

La trama è di una semplicità disarmante: Billy e Wyatt acquistano una partita di cocaina in Messico e la rivendono negli Stati Uniti. Coi soldi che guadagnano dall’operazione comprano due grandi motociclette chopper, che da lì in poi diventeranno icona storiche anche quelle, e partono per un viaggio dalla California a New Orleans, il famoso coast to coast, che cercano di raggiungere in tempo per il Mardi Gras. Il film è il racconto di questo viaggio che attraversa l’America, un Paese in cui si affacciano le prime manifestazioni della controcultura – gli hippie, le canne, le comuni – che resta però sostanzialmente bigotto e conservatore. Ma anche una specie di lungo video ante litteram per una una sequenza di canzoni che resteranno scolpite nella storia: “Born to be wild” (Steppenwolf), “The Weight” (The Band), “The Ballad of Easy Rider” (The Byrds), “If six was nine” (Jimi Hendrix) tra le altre.

Per chi è nato negli anni ’70, Easy Rider è stato un po’ un battesimo culturale, così come lo sono stati pochi altri film o libri o dischi di quegli anni. È su quegli anni che la mia generazione si è “formata” e sono stati quegli anni che, soprattutto quando eravamo più ingenui, abbiamo vagheggiato di rivivere. Credo sia stato così anche per quelli nati prima di me; dopo non so. Mi sono chiesto quanto siamo lontani adesso da lì, riguardando il film, che l’anno scorso festeggiava il suo cinquantenario. Il calcolo è che dei ragazzi che oggi hanno 15 o 20 anni sono lontani dal 1969 come quanto lo era per me la Seconda guerra mondiale, cosa che, più che farmi sentire vecchio, mi dà un senso di assurdità del tempo. Non so se gli anni ’90 rappresentino per un diciottenne di oggi quello che gli anni ’70 hanno rappresentato per molti diciottenni di ieri, ma non mi pare che al di là dei codici estetici, un’epoca abbia mai irradiato con così tanta potenza i suoi messaggi.

Quei messaggi Easy Rider li incarna tutti, compreso il messaggio più forte e banale, quello che visto con i nostri occhi di rinchiusi fa ancora più impressione, la libertà. La libertà di farsi crescere i capelli e di vestirsi come si vuole e il viaggiare senza meta e avere una vita senza programmi o convenzioni sociali. Guardare Easy Rider in questi giorni mi ha fatto pensare che, nel progredire ciclico della storia, potremmo ricominciare a volere cose che ci sono sembrate raggiunte o superate, un bisogno di rifiutare certe costrizioni, il desiderio di fuga. Gli anni ’60-’70 sono tornati sotto forma di revival molte volte, ma chissà, forse sotto un’altra forma, potrebbero riapparire ancora.

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