Libri per l'estate ↓
12:21 giovedì 30 luglio 2026
Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.
La traduttrice dell’Odissea alla cui opera Nolan si è ispirato per il suo film ha detto che Odissea di Nolan è orribile da ogni punto di vista Emily Wilson, autrice della più recente traduzione del poema in inglese, ha firmato una delle più brutali stroncature del film: «Se la sceneggiatura l'avessi scritta io, me ne vergognerei», ha detto.
Le prime stime dicono che la devastazione causata dagli incendi in Francia e Spagna è seconda solo a quella causata dalla Seconda guerra mondiale Macron ha parlato di tempeste di fuoco e della situazione più difficile dal '45. Sánchez ha detto che questa ormai «non è più un'eccezione. È la regola».
Un uomo di New York è stato sfrattato dal suo appartamento perché aveva troppi libri Lui si chiama Mendel Uminer, libri posseduti: 10 mila. Sfratti subiti: 1, perché il suo ex padrone di casa considerava tutta quella carta una violazione delle norme antincendio del condominio.
Le colonne di fumo generate dagli incendi in Francia e Spagna sono talmente grandi che al loro interno si stanno formando dei temporali Si chiamano pirocumulonimbus e sono nuvole che si generano direttamente dentro il fumo degli incendi, con tanto di fulmini e raffiche di vento.
L’annuncio di una sua terza e incostituzionale candidatura alla presidenza degli Usa non è nemmeno lontanamente la cosa più assurda fatta da Trump alla Cena dei Corrispondenti Faccette, sfottò, insulti a giornalisti, attori e politici, aneddoti su mucche investite e poi, alla fine, il "grande annuncio".

Dunkirk è il film dell’anno

Christopher Nolan ha girato un film di guerra monumentale, in un'epoca in cui la guerra è di nuovo vissuta come esperienza che ci riguarda tutti.

02 Agosto 2017

Un soldatino inglese corre per le strade vuote, piovono dal cielo volantini tedeschi, «vi stiamo accerchiando», corre ancora, schiva gli spari, ci sono dei militari là in fondo, sono francesi, un sospiro di sollievo, «passa di qui!», l’ultimo tratto di corsa, fino al mare. La prima, prodigiosa sequenza di Dunkirk, scritto e diretto da Christopher Nolan, ha la struggente bellezza di un finale. Basta questo avvio a renderlo un instant classic? Direi di sì. Basta il fatto che tutto il mondo ne sta ossessivamente parlando a renderlo il film dell’anno? Può darsi pure questo.

In Italia l’ossessione – no: l’indignazione – deriva dal fatto che uscirà con un mese di ritardo (il 31 agosto), caso pressoché unico al mondo. Gli italiani d’estate preferiscono le notti della taranta, è un fatto. I pochi giornalisti che l’hanno già visto sono sotto embargo fino al rientro dalle ferie, io ho pagato un biglietto a Potsdamer Platz dunque sono immune da qualsiasi divieto. Altrove, si diceva, ne parla chiunque. Time magazine lo ha appena messo in copertina, titolo «The Miracle of Dunkirk». La stampa è unanime nel gridare al capolavoro: su Rotten Tomatoes, tornasole quasi infallibile della critica internazionale, ha il 93% di consensi positivi. Il pubblico risponde numeroso: non era scontato che un blockbuster così dichiaratamente d’auteur facesse cento milioni di dollari negli Stati Uniti (e duecentoquaranta nel mondo) in due weekend, lasciando dietro titoli più pop come il cartoon degli emoji e l’atomica bionda Charlize Theron.

dunk

La prima risposta al perché di questo successo è semplice: Dunkirk è un film che sa di cinema, in un’epoca in cui è soprattutto la tv a investire massivamente in produzioni d’autore un tempo destinate alla sala (ciò spiega anche la presenza, tra le sei attrici protagoniste di miniserie candidate ai prossimi Emmy, di nomi come Nicole Kidman, Reese Witherspoon, Susan Sarandon e Jessica Lange: roba che oggi persino gli Oscar si sognano). Christopher Nolan è un regista di cinema puro, e dirige con la consapevolezza di offrire alla platea uno spettacolo che soltanto nel buio della sala può accadere. Su direttrici decisamente diverse, fa la stessa operazione che ha guidato Damien Chazelle nel pensare La La Land. La seconda risposta sta nel ritratto della guerra come emozione collettiva, globale, in un momento storico in cui la guerra è di nuovo vissuta come esperienza che ci riguarda tutti. È il punto di vista preciso del racconto dei soldati scampati al nemico tedesco che sperano di tornare a casa. Dunkirk è l’orrore, è la giovinezza sacrificata a una giusta causa solo presunta, è la corruzione dei popoli, è il senso di fragilità e di minacciosa quiete delle poesie che ci facevano studiare a memoria, è la morte come attesa. Parodiando quella battuta da cinema italiano: è forse l’attesa della morte la morte stessa? Dentro Dunkirk c’è anche un’ironia nerissima: quelli che dovrebbero morire si salvano, chi è venuto per salvare finisce sul giornale nel colonnino «casualities of war» (ma da eroe). L’unica reazione possibile – incarnata dall’ufficiale Kenneth Branagh, un brivido corre lungo la schiena quando gli occhi gli si riempiono di lacrime – è l’umanità. È l’unico mezzo per la sopravvivenza, ieri come oggi.

La terza risposta è semplice: Dunkirk è un film bellissimo, e lo dico da non nolaniano (non sempre, almeno). Il che apre a un quesito che visiterà molti spettatori durante la visione: si può fare un film di guerra che grida bellezza da ogni inquadratura? Certo che sì, che discorsi: il finale della Grande illusione di Jean Renoir è il più bello della storia del cinema, è bellissimo il canto degli innocenti di Orizzonti di gloria, sono bellissime le corse nei lampi di luce di Full Metal Jacket. E questi sono gli esempi più facili, pensate a tutti gli altri. Dunkirk è di una bellezza sontuosa, monumentale, sfacciata. Si avverte a tratti quel rischio di freddezza tipico di Nolan, e però lui lo aggira con la giustissima suddivisione in tre atti scompaginati tra loro: la terra che è il molo su cui i soldati aspettano la nave del ritorno, l’acqua che è il grande mare delle battaglie e della solidarietà, l’aria che è il volo disperato di due piloti; il fuoco arriva alla fine, a scombinare tutto. Ed è giustissimo il solito cortocircuito temporale. Sappiamo che è il tempo il tema cruciale del cinema di Nolan, e in Dunkirk una settimana diventa un giorno, un giorno un’ora, o forse tutto si confonde, e va’ a sapere qual è davvero il tempo della nostra vita.

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