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La bellezza di Drive My Car, il film che ha battuto Sorrentino ai Golden Globe

Il film di Ryusuke Hamaguchi ha una protagonista particolare: una Saab 900 Turbo rossa, che è molto più di un’automobile. Come talvolta succede davvero.

di Davide Coppo

È singolare che sia un’automobile la protagonista di uno dei film più apprezzati dalla critica del 2022. Si tratta di un’automobile per di più non elettrica, ma dei primi anni Novanta o forse di fine Ottanta: una Saab 900 Turbo, rosso ciliegia, muscolosa, squadrata. Quando si mette in moto, fa un rumore sordo come un gorgoglio di acque profonde. Si tratta della Saab di Drive My Car, il lungometraggio del 2021 di Ryusuke Hamaguchi premiato a Cannes lo stesso anno per la miglior sceneggiatura e ai Golden Globe il 10 gennaio 2022 come miglior film straniero.

Come riflesso automatico lo spettatore degli anni Venti penserà, alla prima apparizione della Saab sullo schermo, alle autorizzazioni necessarie per far circolare un veicolo così inquinante, alle polveri sottili immesse nell’atmosfera, sentirà forse un senso di colpa e la testa rischierà di riempirsi delle immagini e delle parole del male contemporaneo: combustibili fossili, emergenza climatica, orsi polari molto magri, livelli del mare in aumento lento e costante.

La Saab di Drive My Car non è la protagonista in un senso sperimentale: non recita, non parla, non agisce. È in realtà l’automobile dell’altro protagonista, il regista e attore di teatro Yusuke, che lui ama guidare per lunghi tratti incredibilmente poco trafficati nelle strade di Tokyo, per accompagnare la moglie sceneggiatrice al lavoro, e per provare e riprovare, con l’aiuto di una cassetta su cui ha registrato tutte le battute, le pièce a cui sta lavorando. La moglie, Oto, ha una caratteristica singolare: inventa le sue migliori sceneggiature durante il sesso, quasi inconsciamente. Le storie arrivano nella fase più intensa dell’amplesso, ma le dimentica pochi minuti dopo, come succederebbe con una trance. In automobile, la mattina dopo, il regista e marito li racconta, lei prende nota. La Saab romba sommessa, un po’ scricchiola. È un cuore rosso fuoco che si muove agile nel panorama monotono di una città di Hyundai e Honda bianche e grigie.

Succede poi che Oto muore improvvisamente, che Yusuke deve trasferirsi per un certo periodo lavorativo a Hiroshima, e che il teatro in cui si trova a lavorare non gli permette di guidare la preziosa Saab. Questioni di sicurezza assicurativa, gli spiegano. Ma c’è un’autista pronta: si chiama Misaki, ha 23 anni, e sarà una chiave importante per affrontare il lutto di Yusuke, nelle lunghe ore di guida prima molto silenziosa e poi sempre più chiacchierata da casa verso il teatro e viceversa. Anche alcuni attori di questa nuova pièce (Zio Vanja di Cechov) passano per l’abitacolo della Saab, specialmente il giovane Takatsuki, attore di fama chiarissima che aveva conosciuto Oto in circostanze non del tutto piacevoli per il marito Yusuke. Anche Misaki ha un lutto da elaborare e superare, e la Saab si trasforma allora in un lettino terapeutico perfetto.

Il film non ha niente di nostalgico né revanchista sul ruolo dell’automobile nella società, è anzi un delicato ragionamento sulla guarigione intima ed emotiva. Ma mostra quanto certi oggetti – e nel caso specifico certe automobili – possano talvolta essere qualcosa di più di semplici “cose”, e diventare contenitori di storie. Anche, anzi, più di questo: motori di emozioni, ingranaggi di cambiamento, protagonisti a tutti gli effetti. Quando la giovane autista Misaki si mette al volante la prima volta il regista la ammonisce: attenta, è una macchina vecchia, devi saperla addomesticare. Ogni automobile ha un suo linguaggio, che si sviluppa e si approfondisce via via che invecchia e si fa più imperfetta. Guidarla diventa allora dialogare, e non è dissimile da un animale da ammansire a volte e a volte da incitare, con frizione e cambio anziché parole e sussurri.

Come società o umanità abbiamo costruito un’importante epica dentro e intorno alle automobili. Sono oggetti a cui ci leghiamo particolarmente perché rappresentano il contrario di un non-luogo. Dentro e intorno  alle auto passano, non soltanto negli anni della gioventù, libertà prima sconosciute, dolori da smaltire, solitudini quasi taumaturgiche su strade silenziose e deserte, amori che esplodono o si consumano in pochi scomodi minuti.

Anche la Saab di Drive My Car è un mondo protetto dal resto del mondo: attraversando le strade, soprattutto nei tratti più lunghi e solitari, le persone al suo interno trovano il tempo di elaborare e guarire le ferite della vita, chiudere dopo anni le spirali aperte dei ricordi. È un’auto analogica, senza Usb né Mp3, senza assistenti di guida o computer di bordo: anche per questo riesce a essere uno spazio sicuro di guarigione, mentre il paesaggio scorre fuori dai finestrini. Riassume il potere taumaturgico della meditazione ma anche dell’arte e delle cose fatte così bene che diventano un’ipnosi, e in questo ricorda gli oggetti quotidiani che si trasformano in icone sacre nella pittura di Domenico Gnoli, fino al 27 febbraio in mostra a Fondazione Prada a Milano, a 50 anni dalla sua morte.

Non è in fondo nemmeno così impossibile fare nella vita reale quello che fa Yusuke, più o meno. Ci vogliono diecimila euro in media, l’ho scoperto appena finito il film andando sui siti di usato e passandoci lunghi minuti in preda alle tentazioni. Esistono una manciata di Saab 900 Turbo dotate di una pratica alimentazione Gpl per essere eleganti e romantici e pure sostenibili nel 2022. Nessun modello rosso, per il momento.