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Viaggio al termine di Documenta

Accuse di antisemitismo, dungeon bdsm, arte anticapitalista e birra brandizzata: reportage dall'edizione più incasinata della mostra d'arte contemporanea più importante del mondo.

26 Luglio 2022

Tende di plastica nascondono strumenti che, nel buio, sembrano di tortura ma sono in realtà di piacere. In una sala più grande, una postazione da dj e un frigorifero ben fornito fanno luce sulla ragione sociale del sotterraneo in cui ci troviamo: è un dungeon per party Bdsm. Come indicato da una nota espositiva appesa ad un muro, però, questo non è solo uno spazio per celebrare sessualità alternative ma anche un’installazione d’arte contemporanea. Il dungeon è infatti parte di Documenta, la quinquennale fiera d’arte contemporanea, una delle più importanti al mondo, la cui quindicesima edizione va in scena dal 18 giugno al 25 settembre. Sin dagli albori postbellici (la fiera nasce con l’idea di esibire “l’arte degenerata” proibita durante il regime nazista) Documenta si è sempre tenuta a Kassel, una graziosa cittadina tedesca sul Fulda, una zona altrimenti nota per il Bergpark Wilhelmshöhe (patrimonio dell’Unesco), i fratelli Grimm e l’inquietante caso del cannibale di Rotenburg.

La parola d’ordine di Documenta 15 è “lumbung”, un termine indonesiano che indica un granaio condiviso, il luogo dove viene conservato il raccolto in eccesso di riso prima di decidere come verrà ripartito. Questa edizione della fiera è stata infatti curata da ruangrupa, un collettivo di artisti indonesiano. Nelle loro intenzioni, il lumbung simboleggia l’idea di arte come pratica comunitaria capace di immaginare nuove forme di esistenza, anche economica, basate sulla condivisione. Forti di questo spirito comunitario, i ruangrupa hanno “sottocommissionato” le diverse parti della fiera ad altri collettivi artistici i quali spesso hanno a loro volta chiesto aiuto ad altri collettivi e così via, in un profluvio di collettivismo. “L’ismo” per cui Documenta 15 è finita, sin da gennaio, ai disonori della cronaca è però un altro, ovverosia “antisemitismo”. A pochi passi dal dungeon Bdsm, in un’altra zona della fiera, sono infatti esposte le opere di The Question of Funding, un collettivo palestinese accusato da un piccolo gruppo d’opinione tedesco di supportare il Bds, senza M, vale a dire il “Boycott, divestments and sanctions”, una campagna globale anti-Israele, definita – con una decisione piuttosto controversa – antisemita dal governo tedesco nel 2019. Le polemiche sulle contaminazioni antisemite di Documenta 15 sono deflagrate a giugno quando ci si è resi conto che, tra i personaggi dell’opera “People’s Justice”, uno stendardo sulla politica indonesiana risalente al 2002, si trovavano anche due caricature dai connotati anti-semiti. L’opera è stata prima coperta e poi rimossa dalla piazza di Kassel in cui era esposta. Le polemiche non si sono però fermate ma hanno anzi avviluppato la fiera sempre più in profondità fino ad arrivare alle dimissioni di Sabine Schormann, la direttrice generale di Documenta, annunciate a metà luglio.

Tutto ciò non ha apparentemente influito sul numero di visitatori che, a fine giugno, era addirittura più alto delle due precedenti edizioni della fiera. Per il visitatore medio di Documenta (un sessantenne tedesco che indossa i proverbiali sandali con le calze ma le calze sono glitterate) gli unici accenni alle polemiche sono rintracciabili negli svariati libri sull’antisemitismo strategicamente posizionati nel bookshop della fiera. Del resto, ridurre ad un singolo aspetto problematico il lavoro pluriennale dei ruangrupa e delle migliaia di artisti coinvolti sarebbe insensato. E quindi com’è, al netto delle accuse di antisemitismo, questa Documenta 15? Una risposta onesta è che è impossibile farsene un’idea precisa nel paio di giorni che l’avventore tipo dedica alla manifestazione. C’è troppa roba, troppo sparsa. Scarpinando da una sala espositiva all’altra, alcune cose saltano comunque all’occhio. Innanzitutto, come evidenziato anche dal Guardian, l’elevato coefficiente di parole per opera d’arte. Parole, parole, parole. Al Fridericianum, uno dei siti espositivi principali, ci sono parole scritte ovunque: dalle colonne d’ingresso alla grande pista da skateboard piazzata in una delle sale passando per i cartelloni appesi a destra e a manca stile assemblea d’istituto. È apprezzabile il tentativo di trasmettere messaggi intelligibili, cosa non certo scontata nell’arte contemporanea, ma dopo l’ennesimo accenno scritto al collettivismo o simili uno comincia a capire il cannibale di Rotenburg.

Per fortuna, le numerose installazioni video presenti forniscono una pausa dalla marea di parole scritte. C’è tanto cinema, inclusa una saletta intima dove ci si può sedere in poltrona e godersi in Dvd i capolavori della cinematografia marocchina e una stanza più grande dove vengono proiettati alcuni divertenti action movie ugandesi a bassissimo budget. Ci sono poi cortometraggi un po’ ovunque, anche sulle scale, col risultato che uno finisce a passare rapidamente da uno all’altro manco fossero video di TikTok. Peccato si tratti di progetti elaborati che raccontano storie spesso durissime, non di clip su come fare i toast con lo yogurt al forno. A proposito di cucina, a Documenta 15 c’è spazio anche per quello, grazie a cene sociali e laboratori culinari. Sotto l’egida del lumbung, a volte l’arte non è altro che socialità celebrata. E così, largo al giardinaggio, alle saune vietnamite e ai party pro-Bdsm, di cui scrivevamo all’inizio, in cui la precedenza all’ingresso viene data a persone queer e non bianche in un ribaltamento delle abituali logiche di privilegio (il programma di Party Office, il collettivo dietro all’iniziativa, è stato però sospeso a metà luglio in seguito ad attacchi intimidatori subiti da alcuni membri del gruppo).

In generale, ciò che forse più contraddistingue Documenta 15 è l’etereogenità. A volte, le opere sono straordinarie, altre volte ci si chiede come siano finite in quella che è considerata la manifestazione d’arte contemporanea più importante al mondo. Appartiene saldamente al primo gruppo il lavoro di Atis Rezistans, un collettivo artistico di Haiti. Nella chiesa cattolica di santa Cunegonda, statue fatte di tubi, vecchi televisori, ferraglia e anche resti umani evocano un futuro distopico, un incrocio fra una sorta di Mad Max caraibico e la tradizione vodou degli altari di ossa. Sopra il futuro, incombe il presente di “The floating ghetto”, una ricostruzione sospesa del quartiere informale che si trova dietro la Grand rue a Port-Au-Prince. I leader della rivoluzione haitiana, la rivolta anti-colonialista scoppiata nel 1791, confrontano invece i visitatori dagli specchi in cui i loro ritratti sono stati incisi. Sculture fatte di centinaia di pillole colorate re-immaginano le “farmacie mobili”, negozi di strada che vendono le medicine ad Haiti. Giare in cui galleggiano rosari, capelli e componenti elettroniche sono infine talismani metafisici. Nel suo complesso, l’allestimento è un viaggio magico e inquietante nella storia e società haitiane che lascia spazio all’immaginazione dei visitatori.

Più didascaliche sono le opere di Taring Padi, il collettivo indonesiano autore anche dello stendardo al centro delle controversie. All’interno di una ex piscina, poster, banner e cut out di cartone raccontano la storia più che ventennale del collettivo e dell’Indonesia post Suharto, un periodo di grandi cambiamenti e avvenimenti drammatici. Il capitalismo è qui il nemico numero uno, causa di tutti i mali. I visitatori medi, numerosissimi, sembrano comunque apprezzare. Usciti dalla piscina, tre o quattro chioschi vendono currywurst e bevande, inclusa la birra ufficiale di Documenta 15, a prezzi non certo pauperisti. Su un palco poco distante, una coppia di signori sui settant’anni (lui sembra un insegnante di scienze del liceo della zona, lei una vecchia gloria del cabaret locale) si esibiscono con un repertorio dei grandi classici della country music americana. L’eterogeneità è al suo culmine, il senso di straniamento completo. Anche questo è Documenta 15.

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