O il data center o la vita

Un reportage dall'America che sta scomparendo per far spazio ai data center, "mostri" che divorano terra e acqua, che tolgono il sonno e la pace a chi ci vive accanto. Tutto per far funzionare le intelligenze artificiali.

18 Maggio 2026

«This was our water». Era la nostra acqua. Guidando in Nevada verso l’Arizona la recinzione appare sulla sinistra. La vernice blu è stata spruzzata dal basso su un pannello alto due piani. Ogni lettera si allarga come un’ombra al tramonto, verso l’alto, dove il blu sfuma in un colore meno intenso. Un azzurro che si mescola con il cielo appena sopra la rete. La barriera a pochi centimetri dal confine di stato, quasi avessero paura di sprecare un po’ di spazio.

La scritta ne copre un’altra, bianca. “Campus C”. Attorno al pannello i cartelli di divieto d’accesso, i sensori di movimento. Accosto. Vedere quanto ci impiegano è ormai un gioco che faccio con me stesso. Un SUV nero mi viene quasi subito incontro attraversando le illusioni ottiche che giaccion sull’asfalto, pozzanghere immaginarie, quasi un presagio, la metafora di quel che mi aspetta. L’addetto alla sicurezza si ferma all’altro lato della strada. Ormai rituale anche lo scambio. «Non puoi stare qui». «Yeah, call the robocops, then». Poi piano riprendo la marcia.

È un test sciocco, che non fallisce mai. Racconta quanto si sentano padroni in casa d’altri. Sono giorni che guido nel deserto, un’auto a noleggio e una mappa di carta piena di puntini rossi preparata in motel ogni mattina. A sei metri dal più grande data center del nord dell’Arizona non c’è campo. Solo un lungo elenco di reti wifi, protette. Sono quelle usate dai sensori, dalle camere di sicurezza, dai droni. Le cifre non ufficiali parlano di quasi duecento di questi stabilimenti tra il Nevada e l’Arizona. Per anni sono stati costruiti nel disinteresse generale. Non in segreto, ma se costruisci una cosa nel deserto, fai rumore? Seguo la mappa della qualità dell’aria, uno dei pochi progetti dell’EPA che questa amministrazione non ha cancellato. Ogni puntino rosso indica un livello di inquinamento atmosferico comparabile a quello della Beijing pre-olimpica. Lì sotto si nasconde un centro dati.

Quel che ora scorre alla mia sinistra non ha ancora un vero nome. Ad alcuni nemmeno l’hanno mai dato. Ho visitato il “DCS08” solo tre giorni fa. Ho chiesto se significa che ce ne sono altri sette. Non lo sapevano.

La palizzata ‘dura’ poco meno di sei chilometri. Appena a sud il piccolo centro abitato. Negli Stati Uniti i posti hanno tutti nomi semplici. Se c’è un palo e una collina la cittadina è Palo sulla Collina. Walnut Grove e Pine Valley sono esattamente quel che dicono di sé. I data center hanno cambiato così tanto tutto che ho preso a fare quel cui ci hanno abituato i romanzi, i film, i videogiochi post-apocalittici. Ribattezzare i luoghi con nomi più in sintonia col presente. Attraverso un torrente asciutto prima di una biforcazione. «Well, sono a Dry Fork – mi dico – Bivio Secco».

Dieci anni fa di venerdì mattina avrei trovato una cittadina nei toni del giallo chiaro della sabbia, vecchi pick-up parcheggiati davanti a uno dei due diner sulla Main Street. Ragazzini e ragazzine eccitate in bici verso scuola. Nel piccolo giardino di fronte alle case cespugli di rose, un cartello con il nome della squadra della scuola elementare. Oggi tutto è coperto da una patina grigio chiaro, come quella che ti resta sulle scarpe buone quando esci prima da messa e giochi a palla sulla ghiaia del sagrato. È venerdì sera, la sera in cui gli studenti giocano a football. Dello scuolabus che oggi porterà i “Coyote di Yucca” in trasferta non si vede quasi più il giallo d’ordinanza.

Il tremito

Martha lavora sola nell’unico diner rimasto aperto. L’altro – in cima alla via – mi ha accolto con assi alle finestre e una insegna distrutta dai sassi scagliati per noia dal parcheggio vuoto. Qui la macchina per il gelato è in un angolo, i milkshake cancellati con strisce di nastro adesivo ingiallito sul menù appeso alla parete.

Martha non ricorda più cosa significhi svegliarsi nel silenzio. «(…) alle due e ventuno del mattino, ogni notte». È l’ora in cui parte “il tremito”. Prima il sussurro dalle travi della vecchia casa colonica, poi l’intero edificio che “risponde”, è una vibrazione che sale dal pavimento, si avverte prima coi piedi, sulle mani e poi si insedia nel petto come un cuore alieno, artificiale. Martha ha settantadue anni, i polsi segnati dalle inconfondibili piccole ustioni di chi usa il forno ogni giorno. Da tre anni dorme con la radio a transistor accesa su una frequenza vuota. White noise, un fruscio che dovrebbe coprire un suono avvertito non come rumore. È una “presenza”, come quando entrando in una stanza sai già che troverai una tv lasciata in stand by. «È come avere un frigorifero sotto al cuscino».

Tremiti, ronzii che scandiscono il giorno di Martha come un tempo facevan le campane. «C’è una vibrazione di base, continua, quasi sopportabile perché il cervello la archivia come sfondo. Poi ci sono i picchi, quando i server vanno sotto stress – di solito nel tardo pomeriggio, quando le persone in città accendono luci, televisori. I vetri cominciano a “cantare”, inizia con una nota acuta, come se qualcuno strisciasse un dito bagnato sul bordo di un calice, poi scende di tono, diventa un fischio appena percettibile, ma sempre presente. E poi ci sono i test dei generatori, le sirene intermittenti del sistema antincendio, le pompe idrauliche che partono all’improvviso». Le finestre del diner stonano, tra i tanti segni di rassegnazione. Tendine nuove. «Le ho appena comprate, mi ricordano di quando avevamo ancora il giorno e la notte. A casa dormiamo tutti con le finestre sprangate ormai».

Il bagliore

Il bagliore è la seconda piaga, il secondo segno della fine del loro mondo. Quando cala il buio, l’orizzonte a nord della piccola contea non è più il profilo dei monti Hualapai, prima contornato da stelle abbastanza luminose da indicare la via, ma abbastanza fioche da cullarti nel sonno. È un muro fosforescente lattiginoso, un’alba perpetua senza sole. Le luci “di sicurezza” dei tre campus – quattrocento ettari di capannoni grigi, identici, senza finestre – non si spengono mai. I led disegnano strisce di giorno artificiale tra i quali i coyote hanno smesso di ululare. «Si sono spostati a nord, verso le colline – dice il vicino di bancone – non sopportano la luce eterna. E nemmeno io».

Qui la notte non c’è più. C’è un dormiveglia tossico, un’insonnia che si trasmette di casa in casa come un contagio. Si è smesso di chiedersi “come stai?” perché la risposta è scritta nelle occhiaie violacee di chi siede al Dinah’s Diner, di chi beve piano un caffè corretto col bourbon versato da fiaschette non più nascoste, appoggiate sul bancone.

Il giorno in cui tutto è cambiato era un giovedì d’autunno nel 2019. La contea contava allora poco più di tremila anime sparse tra ranch polverosi, una scuola elementare, un ufficio postale, tre chiese e un silo abbandonato dove arrampicarsi per scrivere il proprio nome in cima. Una sorta di rito di passaggio locale all’età adulta. La siccità non è mai stata una novità da queste parti, ma i pozzi tenevano. La vita scorreva secondo il ritmo delle nascite dei vitelli e delle partite di football del venerdì sera. Non c’era ricchezza, non c’era miseria. Una ruvida, testarda dignità.

Quel giovedì in città ci fu una “presentazione”. Power Point proiettati su lenzuoli bianchi stesi nella palestra della scuola elementare, ché in municipio non c’era abbastanza spazio. Mostravano rendering. Non parallelepipedi grigi, ma costruzioni basse, eleganti, immerse in un mare di verde digitale, filari di alberi immaginari, pannelli solari. «Un campus sostenibile – dicevano – una partnership con la comunità». “Lavoro.” “Futuro”. Jessie – consigliera di contea, allevatrice di quarta generazione – ricorda quella presentazione parola per parola. «Ci dissero che eravamo stati scelti per la nostra posizione strategica, per l’energia pulita della diga di Hoover, per la fibra ottica che passava lungo la statale. Ci dissero che i data center erano il futuro, che l’economia digitale aveva bisogno di “case”, e noi potevamo diventarne i custodi». La parola “custodi” suonò bene. Per i nativi del luogo – gli Hualapai – la custodia è un valore. La custodia della terra, dell’acqua, degli animali.

Contò la sensazione che qualcuno, finalmente, si fosse accorto della loro esistenza. Che la contea dimenticata dal governo federale, dai grandi allevamenti industriali, persino dall’autostrada – che passa quaranta chilometri a est – potesse improvvisamente essere importante. «Ci fecero sentire speciali», dice Jessie. Firmarono un accordo che prevede esenzioni fiscali per vent’anni, diritto di prelazione sulle falde acquifere, permessi edilizi accelerati, nessuna valutazione d’impatto ambientale approfondita. In cambio, la promessa di un centinaio di posti di lavoro a tempo indeterminato, la ristrutturazione della scuola grazie a un ‘fondo di compensazione’ e un assegno simbolico alle casse della contea. «Quando lessi il contratto, avevo le lacrime agli occhi – ricorda Jessie – pensavo di avere salvato la mia terra. Invece stavo firmando la sua condanna».

La nuvola

La fine iniziò quasi da subito, prima ancora che le recinzioni cambiassero per sempre l’orizzonte. Colonne di camion che correvano tra nuvole di polvere bianca, una farina sottile che si infilava sotto le porte, nei polmoni, nei tessuti. Main Street divenne un budello intasato da motrici con ruote più alte di un uomo. I bambini e le bambine smisero di andare a scuola in bicicletta su strade disintegrate di cui era solo rimasto pietrisco. Lois e Frank vivono da trentacinque anni in una villetta lungo la “provinciale 42”, appena un chilometro dal perimetro di quello che oggi è il Campus C, il più grande di tre lotti. Lois ha un giardino di rose che era il suo orgoglio, cespugli che la madre aveva piantato cinquant’anni prima, varietà antiche che per lei profumavano di infanzia. «Il primo anno di costruzione le rose hanno smesso di fiorire. Le foglie erano coperte da una patina grigia che nemmeno l’acqua riusciva a togliere. Pensavo fosse una malattia. Era cemento. Polvere di cemento». Sul retro pomodori e zucchine crescono rachitici, la buccia costellata da microlesioni. «Non mangiamo più quello che coltiviamo. Abbiamo paura. Abbiamo fatto analizzare il terreno. Metalli pesanti, silice cristallina».

La nube non si è mai davvero dissolta. Anche adesso quando il vento soffia da ovest – il vento che un tempo portava l’odore della salvia selvatica e del bestiame – arriva un gusto metallico che resta in fondo alla gola, un raschiare che non se ne va bevendo. «Mio nipote Marco ha sei anni e ha già l’inalatore per l’asma – dice Lois – prima in famiglia non avevamo mai avuto problemi di respirazione. Mai». Il cantiere è stata la prima violenza. «(…) è temporaneo – ci dicevamo – un anno, forse due, e poi arriveranno i benefici. I posti di lavoro, la scuola nuova, la strada asfaltata. Ci aggrappavamo alle promesse come un naufrago al relitto». Poi se ne andò l’acqua.

Il sistema di raffreddamento del campus funziona con un principio semplice e antico. Evaporazione. Acqua prelevata dalla falda viene fatta scorrere su serpentine per sottrarre calore ai processori. Ciò che non evapora torna al terreno, più caldo, più povero, alterato. Per sostenere il ciclo servono volumi d’acqua inimmaginabili e l’accordo del 2019 prevede diritti di prelievo prioritari sulla falda. La stessa falda che per un secolo aveva dissetato bestiame, irrigato campi, riempito le vasche da bagno, le piscine, le fontanelle nei giardini.

«L’acqua non c’è più. Tra poco non ci saremo nemmeno noi».

Earl è un uomo alto e curvo, con occhi che sembrano guardare sempre un punto lontano. La sua famiglia alleva bestiame su queste terre da cinque generazioni, da prima che l’Arizona fosse uno stato. Appartiene alla nazione Hualapai. Il suo ranch si estende su duecento ettari di pascolo magro, nutrito da un pozzo artesiano che suo nonno ha trivellato a mano nel 1923. «Quell’acqua era la nostra banca – mi spiega camminando lungo il bordo di un abbeveratoio segnato dalla ruggine – non avevamo risparmi, non avevamo rendite. Avevamo l’acqua. E con l’acqua avevamo l’erba e con l’erba le mucche. Era un cerchio perfetto. In equilibrio da novant’anni». Nell’estate del 2022 il pozzo di Earl ha cominciato a tossire. L’acqua usciva marrone, poi a intermittenza, poi ha smesso del tutto. «Ho chiamato un tecnico da Kingman. Ha calato una sonda, ha misurato la falda. Mi ha guardato e ha detto “Signor Redcloud, il suo pozzo è ancora a quaranta metri. Solo che l’acqua è a trentacinque. Si è abbassata di quindici metri in due anni”. Non avevo mai visto un pozzo morire così in fretta». La contea ha imposto restrizioni sull’irrigazione, ma le restrizioni valgono per gli abitanti, il campus gode di un regime speciale. «Io posso innaffiare l’orto solo il martedì e il venerdì dalle sei alle otto di sera, pena una multa salata – dice Martha – loro possono succhiare la falda giorno e notte, senza limiti. È scritto nero su bianco nelle carte che abbiamo firmato senza capire».

Earl ha dovuto vendere due terzi del suo bestiame la scorsa primavera. «Le mucche hanno sete. E quando hanno sete soffrono e quando soffrono non producono latte, non ingrassano. Le portavo via sui rimorchi e piangevano. Avete mai sentito piangere una mucca? È un suono che non dimentichi. Ti entra dentro, ti graffia il cuore, l’anima». I figli di Earl sono partiti per Phoenix, per Las Vegas, uno si è arruolato nell’esercito. «Mio nonno diceva sempre “finché c’è l’acqua, i Redcloud stanno qui”. L’acqua non c’è più. Tra poco non ci saremo nemmeno noi».

L’impatto sull’acqua è la ferita più visibile, ma queste comunità stanno perdendo tutto. Il campus è allacciato alla rete elettrica a tariffe industriali agevolate, garantite da un emendamento votato dal consiglio di contea. Ma la rete era vecchia, sottodimensionata, pensata per case sparse e qualche officina. La nuova domanda ha saturato le linee esistenti, generando picchi, sbalzi, microinterruzioni che ‘friggono’ gli elettrodomestici. Il costo della manutenzione straordinaria, dell’ammodernamento delle sottostazioni ricade sui residenti.

Frank mi porge una cartelletta piena di ricevute spiegazzate: Ci tiene che io le legga, ha paura di non essere creduto. «Pagavo circa novanta dollari al mese d’estate, con l’aria condizionata. L’anno scorso duecentottanta. Non ho cambiato consumi, dovrò iniziare a soffrire il caldo quest’anno». Ha ipotecato un pezzo di terra per coprire le bollette arretrate. «Ho settant’anni e mi sono indebitato per tenere acceso il frigo. Questo mi hanno portato».

«Ci hanno promesso lavoro, ricchezza, progresso – lo interrompe Lois – ci hanno tolto tutto, e lasciato paura, incertezza. Notti insonni» Mi racconta delle batterie di continuità. Enormi, industriali. Sono in un edificio poco al di là della provinciale. «Quando scatta il generatore diesel per i test – una volta al mese, di solito di notte – sembra di stare in una nave mercantile. I muri tremano. La cristalleria vibra nella credenza».  La prima volta Lois pensò fosse un terremoto. Scese in strada in camicia da notte, ci trovò una decina di vicini, tutti con la stessa espressione smarrita. «Sembravamo fantasmi, lì in mutande, con una nuvola di fumo che saliva da oltre la collina».

Il fumo non è innocuo. Non c’è un ospedale qui. C’è un medico volontario che passa una volta al mese con una clinica mobile. «Le emissioni dei generatori diesel – spiega – contengono particolato fine, ossidi di azoto, anidride carbonica. Abbiamo visto un aumento dei casi di bronchite cronica, allergie respiratorie, asma infantile. Persone che non hanno mai fumato e adesso tossiscono come minatori».  Quando si è abbastanza lontani dal rumore dei server c’è un silenzio innaturale per chi conosce il deserto dell’Arizona. Sheryl è una attivista ambientale, discendente della tribù Yavapai. Mi porta sul crinale di una collina da cui si domina l’intera vallata. Sotto di noi i tetti grigi del campus si estendono come una colata di asfalto su quella che era una prateria di graminacee e artemisia. «Qui sopra, da bambina, venivo con mio nonno a raccogliere erbe medicinali. Radice di osha, artemisia per i cerimoniali. Mi insegnava a riconoscere i nidi dei passeri, le tracce del puma. Mi diceva “ascolta la terra, parla con il vento”. Oggi qui non parla più nessuno».

Il silenzio

Il silenzio di cui parla Sheryl non è assenza di suono. È assenza di vita. Non ci sono più uccelli. Le allodole che scandivano le mattine di primavera con il loro canto verticale ora sono un ricordo. «La luce artificiale confonde gli uccelli migratori. Arrivano disorientati, si schiantano contro i muri o volano in circolo fino a morire di sfinimento. Abbiamo trovato decine di corpi di warbler – usignoli – di tanagri, di piccoli falchi».  Sheryl ha creato un gruppo di monitoraggio volontario. Pulisce i cadaveri, cataloga, piange in silenzio.

Il torrente stagionale che attraversava la parte bassa della contea, il Chinle Wash, è asciutto ormai da due anni anche nei mesi in cui tradizionalmente scorreva. «I cervi non vengono più ad abbeverarsi. Le impronte nel fango sono un archivio sepolto. Gli anfibi, le raganelle che cantavano la notte, sono scomparsi. Mio nonno diceva che le rane sono le sentinelle dell’acqua. Se mancano loro, manca tutto». Mi racconta di un vecchio tasso che viveva sulla sua proprietà. «Lo vedevo ogni estate. L’anno scorso l’ho trovato morto accanto al recinto. Non aveva ferite. Ha bevuto acqua contaminata dai deflussi del cantiere. L’ho seppellito sotto il ginepro, con una preghiera. Ho pianto per un tasso come per un fratello. Perché in un certo senso lo era. Era un pezzo di questa terra che se ne andava».

A giugno del 2023, durante un’assemblea pubblica che resterà nella memoria locale come “la notte dei secchi asciutti”, la comunità chiese conto della situazione a Jessie e agli altri consiglieri. La palestra della scuola era piena, stipata di corpi stanchi e furiosi. «Avevamo portato le bollette, le analisi dell’acqua, i certificati medici – ricorda Martha – volevamo che qualcuno ci guardasse negli occhi e ci dicesse ‘abbiamo sbagliato’. Jessie lesse un comunicato preparato dai proprietari del campus. Diceva che i posti di lavoro erano stati creati. Undici posizioni a tempo pieno, per una struttura che consuma quanto una città di centoventimila abitanti. Undici. Tutti tecnici specializzati, venuti da fuori. Qui hanno assunto due guardie notturne e un addetto alle pulizie».

Earl si alzò in piedi e senza dire una parola mostrò un secchio vuoto. Lui come tutti gli altri, lo posò sul pavimento di linoleum e uscì nella notte fosforescente. «Non è sviluppo economico – dice oggi – è neocolonialismo digitale». Le case sono invendibili. «Nessuno compra se l’acqua è avvelenata, l’aria sa di metallo e il rumore non ti fa dormire». Nemmeno l’agente immobiliare vive qui. «Abbiamo abbassato i prezzi del quaranta per cento e ancora non si muove nulla. Come se questa zona fosse diventata invisibile, o peggio, radioattiva». I residenti sono intrappolati. Non possono vendere, non possono restare senza ammalarsi. È una trappola esistenziale.

Una settimana, 630 chilometri. storie che si ripetono. Storie di bambini che non giocano più all’aperto, per la polvere e l’asma. Perché le strade sono troppo pericolose, sia per le condizioni che per i mezzi della manutenzione che sfrecciano a qualsiasi ora. Storie di famiglie che cercano sollievo nei fine settimana, picnic, gite, campeggi sul lago, weekend dai parenti in città. C’è chi la domenica va a messa nelle città vicine. Il lunedì mattina il tremito è lì ad aspettarli. «È come tornare in prigione, volontariamente, perché sai che non si può scappare».

Le due e ventuno di notte

Storie ascoltate ogni giovedì sera nei “circoli dell’ascolto”, gruppi di supporto sorti un po’ ovunque. La risposta delle comunità a quella che alcuni considerano un vero e proprio disturbo da stress post-traumatico. Ci si trova nei fienili dove un tempo si ballava, nelle canoniche in disuso, nelle palestre. Non si vota, non si firmano petizioni. Ci si siede in cerchio, si beve tè di artemisia e si racconta, ci si fa forza insieme. Qui ho ascoltato la storia di Anna, che ha trent’anni e ha scoperto di essere incinta due mesi dopo l’arrivo dei camion. Ha portato avanti la gravidanza con la paura che il feto assorbisse “il tremito”, che Grace nascesse con il ‘ronzio’ nel sangue. Poi, una notte, Grace ha smesso di piangere. Anna si è avvicinata alla culla in preda al panico, e ha trovato la bambina con gli occhi aperti, tranquilla, quasi ascoltasse. «(…) si era abituata. Non so se sia un bene o un male, ma mi sono detta che se lei può trovare pace in questo inferno, allora forse posso farlo anch’io».

Qui ho ascoltato il racconto di Tomás, un migrante messicano che è arrivato in Nevada vent’anni fa per lavorare nei ranch e che oggi, a cinquantadue anni, guida un pick-up scassato per portare acqua in taniche alle famiglie con i pozzi asciutti. «Non lo faccio per soldi, lo faccio perché ho visto mia nonna camminare chilometri per un secchio d’acqua a Oaxaca». Tomás non possiede uno smartphone. Non ha un indirizzo email. «Eppure la ‘cloud’ – scherza, la nuvola – ce l’ho sopra la testa. Una nuvola senza pioggia. Che assorbe, prosciuga».

E poi c’è la storia di padre McKenzie, il pastore luterano che celebra messa all’aperto, al confini dei campus. L’altare rivolto verso pareti grigie e i fedeli con le mani alzate non in preghiera, in segno di protesta. «Non chiediamo a Dio di distruggere i data center. Chiediamo la forza di resistere. Chiediamo a chi li ha costruiti di guardarci, di guardare quello che hanno fatto, le nostre facce stanche., le unghie sporche di polvere di cantiere. La nostra disperazione».

Il giorno dopo mi sveglia il tremito. Sono le due e ventuno. È puntuale. L’aria è fresca ma ha il retrogusto dell’antigelo. In lontananza l’ormai familiare rettangolo di luce perpetua. Evoca immagini a cui ci ha abituato solo la fiction. Un atterraggio alieno, il primo livello di Duke Nukem 3D, prima di scendere nel bunker radioattivo. È terraforming all’incontrario. Non rende un luogo vivibile, abitabile, trasforma la Terra in un pianeta inospitale e privo di vita. Come una luna aliena all’inizio di un processo di estinzione. Penso a Martha con la sua radio a transistor e le torte da mettere in forno prima di un alba immaginaria, penso a Earl, che sta sellando il cavallo per andare a controllare pascoli solo di nome. Penso a Lois e Frank, che si tengono per mano nel letto ascoltando la cristalleria vibrare. A Sheryl, che raccoglie i corpi degli uccelli e li seppellisce con le preghiere degli antenati. A Grace, che ha trovato pace, e mi chiedo se quella pace sia una vittoria o una sconfitta.

Tornando a nord, nello specchio retrovisore posso vedere per chilometri la stessa scritta che mi ha dato il benvenuto. «Era la nostra acqua». Il mio corpo avverte il sollievo del tremito finalmente svanito. Lascio una terra che sta scegliendo, senza parlarne mai davvero, cosa vale la pena salvare e cosa possiamo permetterci di perdere. Qui, come in tante altre comunità sparse per il Nord America e per il pianeta, la scelta l’hanno fatta senza chiedere, di notte, mentre la comunità dormiva. L’hanno fatta con una firma, un timbro, un sorriso.

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