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Jennifer’s Body è diventato un film cult per la Gen Z ed è per questo che si è deciso di farne un sequel, con le stesse protagoniste dell’originale Le riprese del nuovo capitolo del film del 2009, con Megan Fox e Amanda Seyfried che ritornano ai ruoli di Jennifer e Needy, inizieranno a ottobre.
A Londra ci sarà la prima maratona corsa dentro un negozio Ikea Consiste nel fare 17 giri da un kilometro e mezzo. I posti disponibili sono 80 e non è ammesso il pubblico.
Sarà una coincidenza, ma negli USA durante i Mondiali si è registrato un grandissimo aumento delle richieste di giorni di malattia Il giorno dopo il Knockout Tuesday, la sconfitta negli ottavi di finale contro il Belgio, negli uffici c'era il 26 per cento di presenti in meno.
In Giappone hanno inventato i frigoriferi per tenere al fresco gli esseri umani durante le ondate di calore Costano 9 mila euro, all'interno c'è una sedia, la temperatura è a 15 gradi Celsius, quando ti siedi l'aria fresca viene soffiata verso testa, collo, spalle e schiena.
Il trend social del momento si chiama As Nolan Intended, cioè persone che guardano Odissea su dispositivi assurdi per prendere in giro Nolan e la sua fissazione con l’IMAX Sullo schermo di una lavatrice, su un Apple watch, su un Tamagotchi, sulla macchinetta obliteratrice del bus. Tutto pur di indispettire Nolan.
Dopo la cancellazione del concerto di Bad Bunny a causa della grandine, parecchie persone si sono convinte che fare concerti a Milano porti sfortuna È successo a lui, a Rosalia, a Bruce Springsteen, ad A$AP Rocky, ai Flaming Lips... Forse è il caso di iniziare a preoccuparsi?
A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.
Sta per arrivare You Never Did Anything Wrong, Part II (2026), il nuovo film di Nan Goldin Lo presenterà a novembre a Londra, alla Hayward Gallery del Southbank Centre, la sua prima grande mostra inglese in 24 anni.

Fare a pezzi i colossi del tech non è la soluzione

Ridurre la questione dello strapotere delle piattaforme digitali a materia di antitrust significa negare tutto ciò che l’innovazione tecnologica implica.

05 Giugno 2019

“L’hi-tech crolla in borsa”, titolano i quotidiani. E via con le cifre. Il 3 giugno Facebook ha perso oltre il 9 per cento, Google il 7, Amazon più del 5 e Apple quasi il 3. È “tonfo a Wall Street”. Perché finalmente anche loro “sono nel mirino”: quel 3 giugno la commissione giudiziaria del Congresso statunitense ha annunciato indagini «a tappeto» sulle quattro aziende scatenando il panico tra gli investitori. E lo ha fatto dopo una serie di indiscrezioni pubblicate da Wall Street Journal e Washington Post sull’avvio di procedure da parte del Dipartimento di Giustizia e della Federal Trade Commission (Ftc). Anche negli Stati Uniti, come in Europa, l’Antitrust ha così posato il suo sguardo sui giganti della tecnologia. Sono in molti, a torto o a ragione, a gioire pregustando il verdetto. Ma in tutto questo c’è qualcosa di controproducente e, forse, di perverso.

La scintilla è stata il caso di Cambridge Analytica, che ha portato all’attenzione del pubblico le contraddizioni delle piattaforme digitali e su cui oggi la stessa Ftc è al lavoro per infliggere a Facebook una multa che potrebbe arrivare a 5 miliardi di dollari. Dal 2018, l’anno del caos per la tecnologia, decine di esperti e politici hanno iniziato a invocare maggiori controlli. Qualcuno si è spinto anche oltre, chiedendo di scorporare, come molti li chiamano, i GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) o Big Four, proprio come avvenne per Microsoft nell’ormai lontano 2000. Elizabeth Warren, senatrice candidata alle prossime primarie democratiche, ne ha recentemente fatto la sua bandiera. Altri, tra cui Joe Biden, Bernie Sanders e diversi repubblicani, si sono detti favorevoli. Ma perfino un amico (ex) di Mark Zuckerberg e co-fondatore (pentito) di Facebook, Chris Hughes, ha scritto sul New York Times che «è tempo di fare pezzi» la loro creatura. Non è certo il primo dietrofront nella Silicon Valley, ma forse il primo che abbia avuto tanta eco. Dopo l’intervento di Hughes il dibattito sulla concorrenza sleale dei Four, a cominciare da Facebook, ha preso piede negli Stati Uniti incentivando il Congresso ad esercitare una pressione bipartisan sugli organi antitrust. Fino a quel (fatidico?) 3 giugno. Ed eccoci qua.

Al di là delle specifiche ragioni per cui Google, Amazon, Facebook e Apple si ritrovano in contemporanea sul banco degli imputati, i temi all’ordine del giorno sono due: multe, che dovrebbero essere più salate, e scorporamento delle aziende, che non è chiaro se si realizzerà davvero. Esiti che rischiano di essere deboli perché i presupposti appaiono deboli. Per dire, nella sua citatissima analisi Chris Hughes partiva da un assunto: il problema di Facebook è Mark Zuckerberg, la sua sete di dominio, la sua spregiudicatezza. La natura del problema per lui è umana: il suo vecchio amico, come ci tiene a sottolineare, è un «bravo ragazzo» ma è tanto accecato dalla concorrenza da averla praticamente eliminata nel settore dei social media. A rispondergli per le rime è stato Ezra Klein su Vox, specificando che semmai il problema è allora il capitalismo in sé, che professa quella crescita ininterrotta che obnubila la mente di Zuckerberg. Anzi – aggiunge – siamo certi di volere più concorrenza quando è proprio questa ad aver generato un mostro?

Tutto vero, tutto giusto. Ma tra la psiche di un uomo, per quanto importante, e il sistema economico mondiale, con annesse speculazioni filosofiche, c’è qualcosa nel mezzo: le tecnologie, le aziende che le offrono e le persone che li utilizzano. Se la mente ha le sue regole misteriose e l’economia le affida a codici e manuali, beh, internet è il Far West. Lo hanno detto proprio i politici, quelli che, sdegnati, hanno interrogato Zuckerberg dopo Cambridge Analytica. Gli stessi che per anni non hanno compreso quello che stava accadendo e se ne sono infischiati delle norme, oggi esultano per le indagini negli Usa e, come ha scritto Kara Swisher sul New York Times, «chiedono il sangue senza avere idea di come la tecnologia funzioni davvero».

Mark Zuckerberg testimonia a Capitol Hill il 10 aprile 2018 a Washington (foto di Jim Watson/Afp/Getty Images)

Non esiste un atto che chiarisca fino in fondo le responsabilità delle piattaforme. Non esiste un riconoscimento della tendenza monopolistica di servizi come motori di ricerca e social media. Non esiste una definizione realistica di aziende che hanno raggiunto proporzioni senza precedenti. Quello che esiste invece è per esempio uno scollamento tra la volontà sacrosanta di garantire privacy e libertà di espressione sul web e il controllo più profondo che questa implica per gli utenti. Vale per gli Stati Uniti e anche per l’Europa del Gdpr e della controversa legge sul copyright. E allora che cosa stiamo aspettando? Qui il punto non è vendicarsi contro Facebook o difenderlo, e nemmeno osteggiare o esaltare il cambiamento portato da quella che un tempo chiamavamo “new economy”, bensì correggere lo stato attuale e fare in modo che condizioni come quella in cui ci troviamo non si verifichino in futuro. In ballo c’è molto di più di una multa o delle mire di Zuckerberg: ecco perché servono nuove regole comuni, non solo sulla concorrenza (che certamente devono essere riviste) ma su internet in sé.

Ridurre la questione dello strapotere delle piattaforme digitali a materia di antitrust significa negare tutto ciò che l’innovazione tecnologica e i nuovi poteri che ne sono derivati implicano per la nostra società. Significa in sostanza non considerare le proporzioni del baratro aperto da Cambridge Analytica, lo scandalo che sembrava aver risvegliato le coscienze. È come se colpissimo una società petrolchimica che ha sversato migliaia di barili in mare senza considerare le implicazioni ambientali e senza prevedere delle aggravanti a riguardo. Le multe, per quanto salate, non possono scalfire fino in fondo i Big Four e anche un loro spacchettamento rischia di non risolvere il problema effettivo, che è appunto la mancanza di regole.

La storia recente dovrebbe averci insegnato che, senza accorgercene, tra dieci o vent’anni potrebbe esistere un nuovo Facebook. E anche spezzettando tutti e quattro i GAFA, le aziende che ne deriverebbero e le altre già esistenti dovrebbero fare i conti con le stesse problematiche di oggi (lo ha detto, per portare acqua al suo mulino, anche Sheryl Sandberg, direttrice operativa e faccendiera di Facebook). È necessario stabilire modelli di comportamento e gestione per le fasi elettorali, per l’hate speech, per la privacy, per i filtri che regolano la visibilità dei contenuti da parte degli utenti, per il cloud computing, per l’intelligenza artificiale, per la net neutrality. Oltre al mercato insomma serve la politica, che finora si è lasciata superare dalle aziende hi-tech e non sembra ancora pronta ad affrontarle.

Intanto le uniche leggi che sembrano davvero contare sono quelle decise dalle stesse piattaforme: quelle private degli spergiurati (e poco capiti) algoritmi. E il paradosso vuole che a chiederne di nuove chiamando in causa le istituzioni sia stato niente meno che Mark Zuckerberg dalle colonne del Washingont Post. Non perché colpevole e sconfitto, come molti hanno immaginato, ma più probabilmente perché stanco a sua volta di quel Far West in cui gli stessi legislatori lo accusano di non avere regole mai imposte e in cui ora rischia di farsi più male che bene. Un «bravo ragazzo», no?

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