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19:47 venerdì 21 agosto 2026
A Jeff VanderMeer è piaciuta moltissimo la copertina della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.

Corviale, le Vele, lo Zen

28 Giugno 2011

Di cosa si tratta: Il Corviale, le Vele e lo Zen sono tre complessi/strutture /quartieri residenziali di edilizia popolare che si trovano rispettivamente a Roma, Napoli e Palermo, edificati a cavallo tra anni ’60 e ’70 sotto l’egida di I.A.C.P. (Istituto Autonomo Case Popolari) secondo principi architettonici/urbanistici ispirati a Le Corbusier, al Neorealismo Architettonico, al Razionalismo Italiano, al Brutalismo e al Macrostrutturalismo.

Cos’erano Ieri: Una scommessa contro quelli che, in un’intervista dell’epoca, Mario Fiorentino architetto responsabile di Corviale, definiva “gli schemi super testati che l’edilizia pubblica in Italia ha accettato”. Rispetto a essi, Corviale rappresentava “la strada della sperimentazione”; un approccio semi-inedito, per il nostro paese, all’architettura e all’urbanistica, una fusione delle due discipline in un’unica “macchina per abitare”: l’edificio/città, l’alveare residenziale strutturato a partire da singole unità abitative sul modello de “les unitès d’habitation” di Le Corbusier: le cellule fondamentali di un organismo pluricellulare estensibile all’infinito delle necessità urbanistiche e abitative. Fu – o almeno lo voglio immaginare – con entusiasmo sincero e un armamentario di buone intenzioni che alcuni protagonisti del dibattito architettonico/urbanistico italiano a cavallo tra ’50 e ’60, raccolsero queste idee e le introdussero nel nostro paese, per dare risposte innovative al problema dell’edilizia civile prodotto dal boom demografico di quegli anni.

Fu così che – nelle periferie di diverse città italiane – spuntarono una serie di enclavi residenziali indipendenti, dotate di servizi autonomi (uffici comunali, Usl, negozi) integrati all’interno di un unico spazio edificato. Nelle intenzioni dei loro “demiurghi”, questi complessi avrebbero dato alloggio al maggior numero di famiglie possibile, garantendo contemporaneamente condizioni di vita dignitose ed efficienti in un contesto edilizio “predisposto” ad agevolarne l’inserimento.  Tra queste enclavi, le più celebri restano il Serpentone di un km ininterrotto di cemento armato costruito a Corviale (1972), gli edifici (oggi ne sono sopravvissute solo due) a forma di “Vela” di Scampia (1962 – 1975) e il quartiere ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord) di Palermo (1969). Testimoniano di una scommessa – compiuta all’epoca della loro costruzione – più simile a un atto di fede che a un’utopia, sono i figli di una concezione dell’ “abitare come movimento eroico (…) che avrebbe fatto prevalere gli interessi collettivi su quelli privati” come scrive Franco Purini a proposito dell’idea di architettura che aveva Mario Fiorentini.

Cosa sono Oggi: A 40 anni dalla loro costruzione, Corviale, le Vele e lo Zen sono le vestigia residue di una macroscopica distopia: l’edilizia civile nostrana calata dall’alto cielo di principii nati e funzionati altrove (i modelli erano quartieri/costruzioni francesi e svedesi). Secondo alcuni, tra cui Massimiliano Fuksas, andrebbero abbattute immediatamente. Secondo altri – come l’australo-greco Salingaros – rappresentano archivi di idee che meritano il beneficio della bonifica. In attesa di scoprire che ne sarà di loro, per il momento sono complessi residenziali entrati nella leggenda del degrado sociale e dell’incuria di Stato; memorie della storica distanza tra politica e territorio in Italia. Distanza qui è quasi sinonimo di assenza.

Consegnate chiavi in mano da architetti visionari a gestori disinteressati, rapidamente si sono trasformate in circoscrizioni di crimine ed emarginazione, famigerate anche fuori dei nostri confini, e per questo immortalate da fotografi, scrittori e registi come accade a certe favela. È il caso in particolare delle Vele, ormai note a tutti per essere state il set di Gomorra (divenuto quasi un sinonimo di Scampia, dove la disoccupazione raggiunge il 75%).

Un’altra cosa che mi colpisce di Corviale, le Vele e lo Zen è che sembrano (sembrano!) rivelare fin dai loro nomi una densità problematica, quasi un destino: una suggestione che si verifica a volte con la toponomastica dei luoghi di guerra o di grandi tragedie. La loro grande tragedia (che è insieme anche il loro fascino) è quella di essersi trasformate in cattedrali postapocalittiche; mostruosi concistori di cemento dove, in ogni istante, si riaffermano – in forma di autoevidenza – le ragioni per cui le teorie (da sole) non salveranno il mondo; tombe delle migliori intenzioni finite a muri scrostati, vetri frantumati e armature di ferro a vista.

Ma, forse più di tutto, essi gettano un luce di tetraggine sull’arroganza fondamentale e sul versante osceno della grande architettura, ben riassunto da questa frase di Rem Koolhass: “fare in modo che il mondo accetti visioni che esso non vuole, costruendole”.

Nell’immagine, il Corviale, via corviale.it

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