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Un romanzo di 700 pagine scritto nell’Ottocento sta facendo litigare furiosamente i polacchi progressisti coi polacchi tradizionalisti Una miniserie Netflix e un film campione d’incassi hanno riportato al centro del dibattito La bambola di Bolesław Prus, il classico che generazioni di polacchi hanno letto a scuola
Dopo aver scelto il tema più controverso di tutti (John Galliano), il Met Gala ha provato a rimediare scegliendo quello più noioso di tutti Il tema del prossimo Met Gala sarà “extraORDINARY: Fashion and the Poetics of the Everyday”, una mostra sugli abiti di tutti i giorni che prende il posto di quella su Galliano.
Le nuove assunte del Comune di Tokyo sono due capre a cui è stato affidato il campito di “curare” il prato attorno alla stazione Cioè, di brucare il prato attorno alla stazione di Yotsuya. Lavoro in cui Nagi e Pokke si sono fin qui dimostrate impeccabili.
Dopo che Trump l’ha definita «un cesso di Paese», la Norvegia ha risposto pubblicando una lista dei suoi bagni pubblici più belli L'Agenzia nazionale del Turismo norvegese ha pubblicato un articolo intitolato «Questi sono i cessi migliori del mondo?». E, in effetti, nel Paese ci sono davvero dei bellissimi bagni pubblici.
Rob Sand faceva il modello per Prada, ora è il primo democratico dopo vent’anni a diventare governatore dell’Iowa A lui, però, non piace che si parli del suo passato sulle passerelle di Milano e Parigi. Anche perché i suoi avversari lo hanno usato e lo usano contro di lui.
Un regista sta girando un film sulla gentrificazione a Milano che inizia così: un regista frustrato deve girare uno spot per il Comune di Milano sulla riqualificazione di un quartiere Si intitola La piccola illusione, l'ha diretto Fabrizio Recchi è un cortometraggio indipendente e si finanzia con un crowdfunding in cui le ricompense si chiamano "Subaffitto in nero" e "Attico vista cantiere".
Forse stavolta non dovremo aspettare dieci anni per vedere il nuovo film di Jonathan Glazer Il regista lo ha rivelato quasi per caso al New York Film Festival: dettagli non ne ha dati, però ha detto che è già a buon punto con la scrittura.
Oggi ad Amsterdam si terrà la più grande manifestazione contro i data center mai organizzata da quando esistono i data center Il collettivo Geef Tegengas protesta contro il data center di Microsoft che verrà costruito vicino alla stazione di Sloterdijk e che consumerà tanta energia quanta ne consumano tutte le famiglie che vivono nella zona.

In Italia non vogliamo davvero parlare di Coronavirus

Ci piace però discutere molto di "come" se ne parla.

10 Marzo 2020

Per anni abbiamo parlato del ritorno dell’uomo forte, della paura dell’uomo forte, del rischio della deriva totalitaria, di sondaggi che sancivano, sì, è proprio così, è confermato, il 74% degli italiani vorrebbe l’uomo forte. Una tendenza dell’editoria italiana è stata il ritorno del fascismo e si trovavano assonanze ovunque, questo è successo anche nel 1919, pure questo è successo uguale uguale nel 1919; poi è arrivato il Coronavirus e abbiamo scoperto che era vero: gli italiani volevano davvero l’uomo forte. Ma non per farli marciare il sabato al passo dell’oca o per riportare in auge il tradizionalismo cattolico, volevano l’uomo forte solo perché gli dicesse di stare a casa, perché da soli non sanno deciderlo. Mettere a rischio il sistema sanitario o mettere a repentaglio le vite dei vostri cari non gli apparivano come motivazioni sufficienti per rinunciare a una gita sulla neve o a una passeggiata tra le bancarelle. Volevano qualcuno che glielo ordinasse. Volevano vedersi all’aperto davanti a un bar, in un parco o in un’evitabilissima riunione di lavoro in uno studio e lì dirsi che il governo doveva ordinargli di stare a casa. I più estrosi arrivavano a dire che andavano allo stadio fin tanto che erano aperti, anche se sapevano che avrebbero dovuto chiuderli. Lo psicologo da quotidiano avrebbe detto che avevano il complesso della mancanza del padre, forse più semplicemente si accontentavano di un maestro di scuola di fino Ottocento.

Nel momento più devastante dell’emergenza, almeno fino a ora, abbiamo pure discusso se il modello cinese nella gestione medica dell’epidemia fosse adatto anche per la gestione dei rapporti con la stampa e con l’opinione pubblica. Anche se, a un certo punto, la discussione ha preso una piega assurda. E il tema della divulgazione delle bozze del decreto ha preso il sopravvento sugli ospedali in condizioni disperate o sulle immagini di orde di persone che occupavano l’ultimo Intercity notte in partenza da Milano. Pensare che poche settimane fa dibattevamo di ciò che Milano restituisce al paese…

Forse è vero, come ha ribadito Baricco, che la stampa vende da anni emergenze e proprio per questo non riusciamo più a riconoscere una vera emergenza da un’alluvione, disastrosa quanto può essere, eppure comprensibile. Ma, forse, parlare di gerarchia delle notizie, di opportunità di divulgarle, del ruolo della stampa, di tutela delle fonti, di cosi significhi fare il giornalista, proprio mentre è in atto un dramma nazionale serve esattamente a esorcizzare quel dramma. A tornare su un piano conosciuto, invece di affrontare lo sconosciuto.

Per ogni terribile evento degli anni passati, che sia il Bataclan o l’incendio di Notre-Dame, c’è stato un momento in cui una parte del mondo social ha discusso di come venivano date le notizie, di come aprivano Repubblica e Corriere e invece guardate come titola Le Figaro, e tutto questo mentre la cattedrale rischiava di cadere e mentre i terroristi erano ancora asserragliati dentro la discoteca. Senza entrare nel merito di chi avesse ragione, né oggi né allora, a me pare che sia il modo per scacciare la paura dell’ignoto e per tornare su temi fondamentali quanto si vuole, ma affrontabili, anzi proprio perché affrontabili. Mentre le storie dei reparti di terapia intensiva dove si cominciano a selezionare i pazienti in base a chi ha più chance di vivere sono inaffrontabili. È come se invece delle novelle, ci raccontassimo qual è il ruolo della stampa. Sperando che passi la peste.

E dopotutto, come concorderanno anche due persone con idee diverse, se anche nessuno avesse pubblicato la bozza, non ci sarebbe stato comunque il caos al momento dell’ufficialità? Perché la contraddizione e l’incoerenza non sono solo la stampa, o il governo, o quelli che al mattino erano in coda per lo skipass e la sera in stazione Centrale. La contraddizione siamo tutti noi davanti a un fatto totalmente nuovo.

In mezzo alle centinaia di conferenze stampa calcistiche, è emersa una risposta dell’allenatore del Liverpool, Jürgen Klopp a un giornalista che gli chiedeva un’opinione, gratis, sul Coronavirus: «La mia opinione non è importante. Vivo su questo pianeta come voi e voglio che tutti siano sani e al sicuro. Auguro il meglio a tutti, ma la mia opinione sul Coronavirus non è importante. Se qualcuno mi dice di giocare a calcio, noi giochiamo a calcio, perché persone più importanti di noi hanno detto che possiamo farlo».

Poche ore dopo, parte delle persone che condividevano (in tutti i sensi) la risposta di Klopp accusavano il Governo di voler risparmiare sui tamponi, i governi esteri di mentire sui tamponi, litigavano su quale modello statistico fosse più valido, e su quali cose fossero più necessarie per vivere: abbracciare sconosciuti, andare al parco o all’Ikea, e perfino se i vecchi meritano di morire o no (e se sì, quanto vecchi? C’è chi considera sacrificabili gli over 65, gli intellettuali più parchi si fermano agli over 75).

Uno vorrebbe metterci del sarcasmo per difendersi, ma tutti sanno che questo non è più sarcasmo. E se, fino a un mese fa, qualcuno avrebbe giustamente obiettato: “esci all’aria aperta, chiudi il telefono, guardati attorno e accorgiti che la vita è diversa” (jesce, và a rubbà, tuocc e femmen diceva meglio il saggio), adesso non si può. È l’aspetto più avvilente della quarantena, preso ancora poco in considerazione: siamo bloccati in casa e costretti a leggere di continuo chiacchiere senza informazione sul Coronavirus. Accusare le contraddizioni degli altri, senza accorgerci delle nostre. È chiaro che, a differenza di Klopp, molti si sentano titolati a parlare di virus, ma è altrettanto chiaro che il gioco di rintracciare le contraddizioni altrui è la peggiore condanna del presentismo assoluto di questa quarantena, la condizione in cui ci siamo cacciati. 

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