Stili di vita | Società

Perché le coppie che vivono separate sono le coppie da invidiare davvero

Nel futuro essere una coppia LAT (Living Apart Together) potrebbe diventare un traguardo, o forse un lusso.

di Clara Mazzoleni

Gillian Anderson e Peter Morgan ai 18° Annual AFI Awards al Four Seasons Hotel di Los Angeles a Beverly Hills il 5 gennaio 2018 a Los Angeles, California (foto di Frazer Harrison/Getty Images per AFI)

Forse, essere single non è mai stato così fastidioso come per chi coltiva l’ambizione di ostentare una vita invidiabile su Instagram, dove la persona a cui si è legati da una relazione amorosa rappresenta un contenuto fondamentale, da inglobare appena possibile nei post (l’imprescindibile selfie insieme oppure il ritratto struggente, scattato possibilmente in vacanza) e soprattutto nelle stories (in cui prediligere adorabili siparietti di vita quotidiana). Su Tik Tok, il social network della nuova generazione, è ancora peggio: le coppie accettano insieme le sfide e si destreggiano in balletti e scenette in playback, scatenando miriadi di commenti del tipo «oddio ma siete stupendi», «coppia perfetta» e fornendo un ulteriore trigger alla depressione incipiente di quegli adolescenti che sono (o si sentono) già estremamente lontani dalla perfezione da soli, figurarsi in coppia. Con i suoi cartelloni pubblicitari, Tinder ha un bel daffare a cercare di convincere le persone che la vita da single è divertente e piena di possibilità. A provare che non lo è affatto – e qui mi baso su dati affidabilissimi, cioè raccolti ascoltando le confidenze di amici e conoscenti – c’è che una buona parte delle persone che si rivolgono alle app di dating, in realtà, non lo fanno perché in cerca di sesso occasionale (a parte le persone già fidanzate: loro sì che le usano per il sesso occasionale) ma nella disperata speranza di trovare la persona giusta con cui imbastire una relazione duratura che permetta finalmente a entrambi (o a uno dei due, segretamente) di cominciare a scorrere Tinder o Grinder con rinnovata spensieratezza, e iniziare, finalmente, a sfornare post e stories dignitose su Instagram.

Se c’era una cosa, una piccola cosa, a cui un single poteva appigliarsi per rendere più sopportabile il supplizio dell’essere single, era la possibilità di crogiolarsi nella propria indipendenza. Ok, sono solo, ma almeno sono libero, non dipendo da nessuno, non devo accettare alcun compromesso. Ma adesso che si sta tornando a parlare di LAT, i single rischiano di perdere anche questa piccola fortuna che li distingueva dalle coppie di lungo corso. LAT sta per Living Apart Together, ovvero stare insieme (sposati o fidanzati), continuando però a vivere in due case separate: se ne parlò molto intorno al 2006 grazie a una serie di ricerche, tra cui quella condotta dalla sociologa Sasha Roseneil, professoressa all’Università di Leeds (On Not Living With A Partner), che rivelavano come, ad esempio nel Regno Unito, seppur lo stare insieme vivendo separati fosse ovviamente più popolare tra i giovani, centinaia di migliaia di coppie di età tra 35 e 59 anni avevano fatto una simile scelta di vita, di cui un buon numero (il 14%) anche nella fascia d’età 50-59 anni (quelli che vivono separati pur essendo in una relazione da anziani si chiamano LLAT, da Living Apart Together in Later Life). Ora che si torna a parlarne, l’efficacia di quel piccolo tentativo di auto-consolazione a disposizione di ogni anima sola (non per scelta) viene messa a rischio: come rivela una nuova, recente ricerca citata in questo articolo uscito sul Guardian, sono sempre di più le coppie che decidono di non vivere nella stessa casa, seguendo l’esempio di molte coppie famose, da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a Woody Allen e Mia Farrow, con le loro due case ai lati di Central Park – ma forse non sono proprio la coppia più adatta a cui ispirarsi, meglio Gwynet Paltrow e Brad Falchuk, oppure la protagonista e autrice di questo articolo, uscito sempre sul Guardian nel 2017 e suo marito John: 29 anni di differenza, due figli gemelli ormai adolescenti e 25 anni insieme, tutti vissuti abitando in due case diverse. Arrivando fino ai più freschi d’intervista, l’attrice Gillian Anderson e il suo fidanzato Peter Morgan. Sul Sunday Times, Anderson ha dichiarato che la convivenza decreterebbe senz’altro la fine della loro relazione e che adora andare a casa di lui e scavalcare i pantaloni che trova sul pavimento senza avere l’automatismo o sentirsi in dovere di raccoglierli.

Quella di vivere separati, insomma, sta diventando un’opzione che sempre più coppie prendono in considerazione: se già nel 2007 si decretava che le coppie LAT erano ormai parte del paesaggio sociale, stanno diventando sempre di più, di anno in anno (il New York Times ne aveva parlato anche nel 2013). Avere i propri spazi consente di conservare la propria autonomia e dedicare la giusta concentrazione ai progetti personali, in un’era in cui, soprattutto in una certa classe sociale, l’affermazione individuale di entrambi i componenti della coppia è fondamentale (ce lo insegna anche Marriage Story). Vivere separati, allora, finirà per perdere la connotazione di quel passaggio obbligato (nella concezione di alcuni da prolungare il più possibile) che sta tra la frequentazione e la convivenza. Diventerà magari un traguardo, o forse un lusso. Lo sanno bene le coppie che vivono nelle grandi città: non è forse andare a convivere anche un modo per risparmiare?

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