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Chi è il terzo Bush e perché si parla di lui

La settimana scorsa Jeb, figlio del 41esimo e fratello del 43esimo presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato che entro la fine dell'anno deciderà se correre o meno per la Casa Bianca. Le origini, la moglie ispanica, il ruolo nei repubblicani di oggi.

14 Aprile 2014

Quando suo padre è entrato alla Casa Bianca, Jeb Bush aveva quasi trentasei anni. Poi è stato il turno di suo fratello maggiore, dodici anni più tardi. Ora vuole provare anche lui a dormire nella stanza di Abramo Lincoln, la camera nell’angolo sud-est al secondo piano, quella in cui dormono i presidenti americani. La settimana scorsa – nel corso di un evento organizzato per celebrare il venticinquesimo anniversario dell’elezione del padre alla biblioteca che ne porta il nome, la George Bush Presidential Library and Museum di College Station, Texas – l’ex governatore della Florida ha dichiarato che deciderà entro la fine dell’anno se candidarsi nel 2016 alla presidenza degli Stati Uniti con il partito repubblicano, seguendo le orme dei suoi familiari. In molti ritengono infatti che Jeb potrebbe essere l’uomo giusto per compattare lo schieramento, spaccatosi negli ultimi anni sotto i colpi d’ascia dell’ala ultraconservatrice dei Tea Party. Già durante l’ultimo ciclo elettorale, quando il Grand Old Party stava faticando nel fare quadrato attorno a un candidato, il nome di Jeb Bush era cominciato a girare nei circoli repubblicani. A febbraio del 2011 Rich Lowry, direttore della National Review, il principale magazine conservatore, aveva indicato il terzo Bush come l’uomo adatto al partito, adducendo otto buoni motivi per invitarlo a correre subito. Due di questi spiegano perché, ancora oggi, potrebbe far risorgere l’elefante del partito repubblicano: 1) non si tratta di un nuovo Bush; 2) Jeb può unire il partito.

Il 7 gennaio del 2003 il cielo di Tallahassee era luminoso. Nella capitale della Florida era una giornata di festa e oltre 3.000 persone si erano radunate all’Old Capitol per assistere al discorso inaugurale di Jeb Bush, il primo governatore repubblicano dello Stato a essere rieletto per un secondo mandato. Sul palco, accanto a lui, c’era anche la figlia Noelle, all’epoca venticinquenne, in permesso giornaliero dal centro di recupero per tossicodipendenti di Orlando dove era detenuta dopo essere stata trovata in possesso di crack. La guardia nazionale sparò diciannove colpi di cannone, poi Jeb prestò giuramento sulla stessa bibbia che avevano usato a Washington il padre e il fratello, entrato alla Casa Bianca ormai da due anni. Il pubblico rumoreggiava. Alcuni di loro sfoggiavano con orgoglio delle spillette con su scritto “Jeb Bush for president in 2008”, altri lo chiamavano Bush 44, ovvero il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti (il padre George H.W. era stato il 41esimo, il fratello George W. Il 43esimo).

Nato l’11 febbraio del 1953, John Ellis Bush, chiamato Jeb a causa del suo acronimo, è cresciuto a Houston e ha fatto il liceo alla Phillips Academy di Andover, in Massachusetts. Ritenuto sin da bambino il più intelligente della famiglia, si è laureato in due anni e mezzo in Affari Latinoamericani all’Università del Texas. Nel 1971, mentre insegnava inglese a León, in Messico, conobbe Columba Garnica Gallo, una ragazza di umili origini, e se ne innamorò. Tre anni più tardi si sposarono ad Austin, nella cappella dell’università, non senza le preoccupazioni della famiglia. «Lo ama?», si chiedeva con ansia la madre Barbara Bush. Lo amava. Nel 1980 i Bush si trasferirono in Florida per lavorare gratuitamente alla campagna elettorale del padre, che nel frattempo era candidato alla vicepresidenza insieme a Ronald Reagan. Si stabilirono a Miami, e nel 1994 Jeb si immerse nella sua prima campagna elettorale.

Si candidò a governatore della Florida con un programma fortemente conservatore, e dichiarò memorabilmente che la sua amministrazione «probabilmente non avrebbe fatto nulla per aiutare gli afroamericani». Nello stesso momento suo fratello era candidato in Texas. Mentre George W. vinceva, Jeb fu sconfitto di un soffio dall’incombente Lawton Chiles, meno di due punti percentuali, e rischiò di perdere anche la sua famiglia: la campagna elettorale mise a dura prova il rapporto con la moglie, che mal sopportava gli obblighi della vita pubblica. Quella sconfitta contribuì però a formare il nuovo Jeb Bush, che si mise in gioco e rivalutò la propria vita politica, spirituale e familiare. Cresciuto nella chiesa Episcopale, nel 1996 decise di convertirsi al cattolicesimo, religione della moglie. Nello stesso periodo addolcì le sue posizioni politiche, inaugurò una fondazione conservatrice e iniziò a lavorare con le minoranze. Nel 1998 si candidò di nuovo, e stavolta vinse.

«Jeb è diverso dal suo aristocratico padre e dal texanissimo fratello, non appena gli elettori lo vedranno sul palcoscenico nazionale, capiranno che ha la sua personalità e dovrà essere considerato per le sue idee»

«Non si tratta di un nuovo Bush», sosteneva Lowry nel suo editoriale del 2011. «Jeb è diverso dal suo aristocratico padre e dal texanissimo fratello», scriveva il direttore della National Review. «Non appena gli elettori lo vedranno sul palcoscenico nazionale, capiranno che ha la sua personalità e dovrà essere considerato per le sue idee». Già allora il processo di riabilitazione del suo ingombrante fratello era cominciato, e la popolarità di George W. stava aumentando gradualmente, e costantemente. «Jeb può unire il partito», aggiungeva. «Ha più possibilità di chiunque altro di compattare l’establishment del Gop e i Tea Party: l’establishment lo appoggerà, e lui avrà una solido record da mostrare alla base conservatrice del partito. Alcuni fra i Tea Party, invece, non saranno interessati a un terzo Bush». Alla fine nel 2012 Jeb Bush decise di non candidarsi. Contro Barack Obama sarebbe stata una sfida persa in partenza. Quei due motivi, però, resistono ancora oggi.

C’è anche una terza ragione per cui Jeb Bush potrebbe scegliere di correre per la Casa Bianca: la popolazione ispanica. Nel 2012, il 71 per cento degli elettori di origine latina ha votato per Barack Obama, un po’ per tradizione, un po’ perché il partito repubblicano ha da tempo deciso di voltare le spalle alla riforma dell’immigrazione e di conseguenza agli ispanici. Jeb Bush, però, è diverso. Oltre ad avere una moglie messicana, dalla fine degli anni Novanta ha cominciato a lavorare con le minoranze etniche e negli ultimi anni si è mostrato ragionevole nei confronti di una riforma dell’immigrazione, tanto necessaria quanto invisa ai repubblicani. L’elettorato ispanico sta crescendo notevolmente – secondo il Pew Research Center dovrebbe raddoppiare entro il 2030 toccando i 40 milioni, contro i 23,7 del 2012 – non solo in Florida ma anche in stati fondamentali come la North Carolina e la Virginia: il voto latino sarà dunque cruciale per eleggere il Presidente. Il terzo Bush lo ha capito prima di molti altri nel suo partito e in un editoriale pubblicato due anni fa sul Miami Herald ha invitato il suo schieramento a correre ai ripari. Questa sua apertura sull’immigrazione, però, ha fatto storcere parecchi nasi fra la base del partito.

Bush è anche il preferito dai finanziatori repubblicani, che vedono in lui una speranza di riconquistare la presidenza. A smorzare l’entusiasmo è intervenuto però Ben Smith, direttore di Buzzfeed. «La sua candidatura è una fantasia alimentata da coloro che gestiscono il partito repubblicano», ha scritto la settimana scorsa. «Per dodici anni Bush è stato fuori dai giochi, che sono cambiati radicalmente. Si è perso la trasformazione del fratello, passato dall’essere un salvatore dei repubblicani a un reietto, l’ascesa dei Tea Party e di una nuova generazione di politici – Marco Rubio, Paul Ryan, Scott Walker e Ted Cruz, fra gli altri – che sono stati plasmati e allenati in questa nuova dinamica. Sono uomini che solo occasionalmente, con attenzione e con rispetto, prendono le distanze dal movimento. Mentre l’essenza dell’identità politica di Jeb è, all’opposto, di rompere con il partito repubblicano odierno».

Intanto, però, si comincia ad assaporare un nuovo scontro fra le dinastie della politica americana, una rivincita al sapore d’amarcord. Ventiquattro anni dopo, infatti, gli Stati Uniti potrebbero appassionarsi di nuovo a una sfida fra Bush e Clinton: il figlio Jeb da una parte, l’ex first lady Hillary dall’altra. Il primo incontro c’è già stato tre settimane fa a Irving, Texas. Entrambi erano invitati a una conferenza sull’istruzione. Non sono saliti sul palco insieme, ma si sono incontrati nel backstage scambiandosi complimenti. Chissà che la prossima volta non sarà al dibattito presidenziale, nell’ottobre 2016.

Foto Getty Images

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