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Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Come sta andando la guerra delle bollicine?

Lo spumante italiano è cresciuto dell'8,5% per volume e solo del 3,9% in valore.

14 Febbraio 2020

Sapere che l’Italia è la nazione che produce ed esporta più spumanti al mondo può essere motivo di vanto nazionale. Saperla in vetta anche per quanto riguarda le bottiglie di prestigio sarebbe ancora più bello. Solo che in questa categoria a dettare legge sono i francesi. E presumibilmente lo saranno ancora per molto tempo. Ma ricapitoliamo, perché per raccontare lo stato delle cose tra champagne e spumante italiano è necessario fare un passo indietro nel tempo. Non di molto, perché andando troppo in là, alla ricerca di chi per primo è riuscito a intrappolare le bollicine, si corre il rischio di finire nella Georgia di seimila anni fa.

Quello che interessa il presente invece avviene molto più recentemente, addirittura dopo la venuta del monaco benedettino Pierre Pérignon. Il vero grande spartiacque di questa storia vive nel 1700 e ha un nome e un cognome ben preciso: Jeanne Antoinette Poisson, detta madame di Pompadour. Che la favorita del Re di Francia Luigi XV è da sempre associata alle bollicine non è proprio un segreto. Lo è per il suo seno, che ne avrebbe ispirato la coppa in cui berlo, e lo è per il suo più celebre aforisma: «Lo champagne è l’unico vino che rende le donne belle anche dopo averlo bevuto». In realtà, la sua importanza per lo champagne, è l’averlo fatto diventare vino di corte al posto dei rossi di Borgogna. Rivoluzione dettata apparentemente più da uno sgarbo d’affari subito che dalla passione. Comunque sia, il successo è immediato.

Lo champagne, dopo Versailles, conquista prima la nobiltà britannica, quindi quella tedesca e infine quella russa. In Italia invece le cose vanno diversamente, perché nonostante le prime intuizioni del vino mordace in Franciacorta e il lavoro fatto dai fratelli Gancia in Piemonte, è l’Italia stessa a non esistere. E con essa anche le relazioni internazionali hanno un peso diverso, visto che i Savoia, in quel periodo, più che a fare salotto, sono concentrati a espandere il loro giovane regno e a unire il paese. È per questo che il ritardo è importante, tanto da essere misurato in secoli.

Oggi però la distanza è stata colmata, almeno dal punto di vista qualitativo. Ma per farlo è stato necessario guardare alla Francia. Perché dopo decenni di sensi d’inferiorità e immobilismo provinciale qualcosa è scattato. A inizio ‘900, Giulio Ferrari, fondatore dell’omonima cantina, è proprio al di là delle Alpi che sceglie di studiare (vitivinicoltura) e muovere i suoi primi passi professionali. Nella seconda metà del secolo scorso invece, periodo d’oro per la nascita di alcune delle realtà italiane più importanti, Maurizio Zanella, per far compiere il salto definitivo alla sua Ca’ del Bosco, chiama André Dubois, già chef de cave di Taittinger e Moët & Chandon.

Scelte che hanno contribuito ad allargare gli orizzonti e a far sì che oggi, alcuni metodo classico (processo di produzione di vino spumante, che consiste nell’indurre la rifermentazione in bottiglia dei vini attraverso l’introduzione di zuccheri e lieviti selezionati) della Franciacorta e del Trento doc competono a pari rango con gli champagne. E lo fanno soprattutto guardando ai mercati di riferimento, che sono quelli britannico e statunitense. Il problema, semmai, è che la produzione italiana nella sua interezza non è omogenea: tutt’altro aspetto si sconta sul prezzo, come conferma l’ultimo report di Ovse-Osservatorio vini spumanti effervescenti che fotografa una filiera sì in grado di produrre circa 750 milioni di bottiglie, il 70 per cento delle quali destinato all’estero, ma che è anche in grado di svenderle a soli 2,53 euro, inteso come valore di cantina e a circa 8,13 euro al consumatore finale. Numeri che tradotti in fatturato significano, rispettivamente, 1,9 e 6,1 miliardi di euro: tanti in termini assoluti, pochi in termini potenziali.

Certo, andando un po’ più a fondo, si scopre che la media comprende il più economico Prosecco, che deve smaltire circa 600milioni di bottiglie ogni dodici mesi, così come i più nobili tra i metodo classico lombardi e trentini, che invece hanno il problema opposto. Basta pensare che in Franciacorta, l’anno scorso, sono state riempite solo 17,1 milioni di bottiglie e nel Trento doc ancora meno: 8,7 milioni. Quantità insignificanti se si guarda a quanto succede nella sola Champagne, che nel 2018 ha immesso sul mercato circa 362 milioni pezzi a un prezzo medio di oltre 13,5 euro, sempre a valore di cantina, per un incasso totale che ha sfiorato i 5 miliardi di euro. Distanza già difficile da colmare che si amplifica sugli scaffali delle enoteche come in quelli della grande distribuzione, dove è quasi impossibile trovare champagne sotto i 20 euro mentre non è raro trovare italiani a meno di dieci. Così com’è più facile, per gli appassionati, spendere centinaia di euro per un’etichetta francese che per un’italiana.

Eppure a Londra, l’autorevole e super partes CSWWC-The champagne & sparkling wine world championship, nella sua ultima edizione, ha sì sentenziato che la miglior bottiglia di spumante è uno champagne (Dom Perignon), ma ha anche detto che la migliore cantina del mondo è trentina (Ferrari). E se a questo aggiungiamo che ogni anno i francesi bevono sempre più spumanti italiani (+16%) il gioco è fatto. Basterebbe solo crederci di più. Purtroppo la realtà guarda ancora da tutt’altra parte e il 2019 è stato impietoso: le bollicine italiane sono cresciute dell’8,5% per volume e solo del 3,9% in valore.

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