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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

Burial alla fine del mondo

Anche se molto intonato al presente, il nuovo Antidawn EP è forse il lavoro meno convincente dell'artista ancora oggi venerato per Untrue, album fondamentale nella storia della musica elettronica.

18 Gennaio 2022

Sulla pagina Facebook di Pitchfork è in corso ormai da qualche anno una piccola gag: periodicamente, almeno una volta al mese, la testata ripropone lo stesso articolo. È un bellissimo articolo, ma il suo eterno ritorno fa sì che ormai i commenti, che si contano ogni volta a centinaia, siano quasi tutti meme, o insulti, o considerazioni del tipo “ok, ormai è chiaro che lo state facendo apposta”. Il pezzo in questione, pubblicato originariamente nell’ottobre del 2017, è di Simon Reynolds, probabilmente il più noto critico musicale al mondo, e si intitola “Why Burial’s Untrue Is the Most Important Electronic Album of the Century So Far”, un titolo che già di suo, con la sua vena apodittica, richiama commenti sprezzanti e polemiche. Sta di fatto che l’importanza di quel disco, il secondo di Burial, uscito sul finire del 2007, è ormai talmente riconosciuta e celebrata da essere diventata una sorta di meme.

Sarebbe probabilmente inutile stare a ripetere ancora una volta tutte le cose che sono state raccontate infinite volte in questi quindici anni, sempre le stesse: il producer misterioso che non si fa vedere in pubblico, i discorsi sull’hauntology fatti da Mark Fisher e quelle poche informazioni che si possono ricavare dalle rarissime dichiarazioni dell’artista. La fissazione per le sonorità di Alien, i campionamenti dai videogiochi come Metal Gear Solid e da hit rnb di serie b, la musica realizzata attraverso un software molto primordiale come Sound Forge, che a differenza di DAW (digital audio workstation, ndr) più in voga come Ableton non mette in griglia gli elementi della traccia, lasciando spazio alle imperfezioni.

Di fatto però sono suggestioni che aiutano a capirne l’importanza, a contestualizzarlo, a capire cosa c’è oltre a quello che è anche molto semplicemente un bel disco. Se già ci eravamo innamorati del primo, omonimo, album di Burial (2006, uscito come sempre su Hyperdub), Untrue arrivava nel momento giusto, con i suoi campionamenti vocali ben più centrali, a prendersi tutta l’attenzione della critica e degli appassionati, con un lavoro più emotivamente intenso, che giocava a carte maggiormente scoperte la sua idea di musica (musica da club percepita come in lontananza, come in un ricordo). Oltre al rumore di fondo c’era la profondità del suono e di conseguenza quella emotiva, la struggente solitudine di un alieno raccontata in modo innovativo ma tutto sommato semplice, sincero, senza ricercare soluzioni di avanguardia spinta fine a se stessa, ma mettendo in scena un mondo sonoro tutto mentale (come risuona questa post-fisicità, in tempi di pandemia), le cui propaggini stavano al massimo in una stanza con una tv, un computer e una Playstation, su un bus notturno, o in un McDonald’s prossimo alla chiusura.

Le prove seguenti di Burial mi lasciarono più freddo. O meglio, mi lasciavano regolarmente più freddo all’uscita, per poi riscoprirle tempo dopo. Oggi potrei dire che quasi tutte le sue uscite tra il 2012 e il 2013, per quanto per forza di cose meno innovative, non hanno per me meno fascino di quello che è uscito prima, e anzi mi sono ritrovato probabilmente ad ascoltarle più spesso, in cerca di nuovi dettagli e nuove suggestioni, di quanto non faccia con un disco che ormai so a memoria in ogni suo minuscolo dettaglio.

Per capire però del tutto il senso del lavoro portato avanti dal producer inglese nell’ultimo decennio, ho dovuto aspettare come uno stupido l’uscita della compilation che di fatto non faceva altro che raccogliere quello che già era stato pubblicato, Tunes 2011-2019, arrivata giustamente allo scadere degli anni Dieci. Quelle due ore e mezza ascoltate in sequenza, tra conceptronica, voci lontane, rnb destrutturato e suoni hi-tech sembravano contenere un po’ tutto il panorama sonoro del decennio, oltre che ricordare l’importanza del formato: brani che presi singolarmente potevano anche colpire solo relativamente, assemblati in una formula diversa acquistavano una forza inedita e un senso narrativo che andava a regalare loro nuova meraviglia, amplificandone il significato e l’impatto.

Ora, con il nuovissimo Antidawn EP (che segue di qualche mese la pubblicazione di “Chemz”, che mi era molto piaciuta, e “Dolphinz”, che soffre degli stessi problemi dell’EP), Burial se ne esce, un’altra volta, con un lavoro che, almeno inizialmente, non mi convince. Forse meno che mai. Si tratta di quattro pezzi per 40 minuti, un continuum fatto quasi di niente, apparentemente con poche idee e sicuramente con sonorità che l’inglese ha già ampiamente esplorato, in quelli che però restano in massima parte momenti, e che non costituiscono l’intera ossatura del suo lavoro inedito più lungo dal lontano 2007. Antidawn rimanda a un paesaggio spettrale, post-umano, percorso da un osservatore esterno della fine; il crepitio di un disco rovinato più che il suono di un camino richiama quello del ghiaccio, e in un’operazione estrema di sottrazione il suo autore sembra aver voluto applicare alla sua stessa musica, già spettrale, quel trattamento che aveva riservato all’Uk garage e alla bass music, ma forse l’operazione questa volta non è riuscita, e resta soltanto un senso di vuoto.

Che l’operazione non sia riuscita però è soltanto un’interpretazione fra le tante, e magari anche questa in futuro si rivelerà sbagliata, come già è successo con altre mie idee relative alla discografia di Burial. Di fatto si tratta comunque di un’operazione, di un gesto: una presa di posizione artistica che ci consegna il suono di una resa, tutto sommato innegabilmente intonato ai tempi da fine della civiltà che stiamo vivendo.

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