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Dopo aver riportato al cinema le streghe, i lupi mannari e i vampiri, Robert Eggers farà la stesa cosa con Romeo e Giulietta E siccome gli piacciono gli adattamenti infedeli, il film non si intitolerà Romeo e Giulietta e potrebbe non essere ambientato a Verona.
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti hanno distrutto il 90 per cento delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza. E adesso questo è diventato un problema anche per Israele.

C’era una volta… Brad Pitt

A 56 anni è diventato un attore (e un uomo) più credibile anche se, ripercorrendo la sua carriera, i ruoli importanti non sono stati pochi.

10 Febbraio 2020

Ci ha messo trent’anni tondi Brad Pitt per togliersi di dosso quell’immagine da bello e incapace. Quell’etichetta che molti attori hanno appiccicata addosso perché troppo avvenenti per essere bravi. Come se la fisiognomica potesse avere qualcosa a che fare col talento. Era il 1991, quando Brad fece la sua grand entrée a Hollywood (e nel cuore di estasiate fan) togliendosi la t-shirt e saltando addosso a Geena Davis in Thelma & Louise. Interpretava il ruolo di J.D., un cowboy autostoppista, ma sembrava il dio Apollo. Troppo bello, dicevano, per essere credibile come attore. Ma si sbagliavano. Stanotte Brad ha smentito tutti vincendo l’Oscar per C’era una volta a… Hollywood. Il trionfo è arrivato dopo essere stato in nomination tre volte come produttore per il miglior film (Moneyball, The Big Short, 12 anni schiavo), due come attore non protagonista e solo uno come miglior attore per Il curioso caso di Benjamin Button. «Gli Oscar? Ogni anno gente di talento prende la statuetta e altre di eguale talento non la prendono. Hanno vinto tanti miei amici. Sono contento lo stesso».

Sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles Brad Pitt ha recuperato il tempo perduto (se di tempo perduto si può parlare). Ha ringraziato Quentin Tarantino e Leo DiCaprio (amico fraterno a tal punto da chiamarlo “lover”), e ha dedicato il premio ai suoi figli. Il suo Cliff Booth, lo stunt-man che interpreta nel film, è perfettamente in linea con i personaggi delle pellicole corali tarantiniane. Se ne sta sempre un po’ in ombra, eppure emana luce. Non è protagonista, ma alla fine lo diventa. È strafottente, silenzioso, irascibile, violento, e dannatamente simpatico. Solo Brad Pitt poteva rendere eroe positivo un sospetto femminicida (durante tutta la durata del film si insinuano continue le voci che Booth abbia fatto fuori la moglie). Il trionfo di qualche ora fa ha rappresentato la vetta della carriera di Pitt. Una sorta di Eiger, raggiunto dopo una scalata faticosa. Scivolate e recuperi. Discese ardite e risalite, avrebbe detto Battisti.

A 56 anni suonati oggi Pitt è diventato un attore (e un uomo) più credibile. Più autorevole e più affascinante, non ha mai avuto timore di raccontare i propri limiti. Di spogliarsi non solo di magliette attillate, come fa il suo stunt-man sul tetto della villa di DiCaprio mentre gli ripara l’antenna, ma anche di tanti pudori. «Alla mia età», ha detto, «smetti di pensare che l’universo sia contro di te. Credo di aver anche imparato l’umiltà: quando da giovane sbarcai a Los Angeles e New York cercando di sfondare nel cinema, ero uno sconosciuto che aveva preso il primo aereo a 23 anni. Le cose sono cambiate, ho avuto il successo e leggo testi di filosofia. Ma dentro sono rimasto il ragazzo di provincia di un tempo».

Brad ha raccontato della sua dipendenza dall’alcool dopo la fine del matrimonio con Angelina Jolie («ne sono uscito grazie agli alcolisti anonimi», ha confessato), delle continue fratture sentimentali (da Gwyneth Paltrow a Jennifer Aniston, da Kate Hudson alla Jolie), del complicatissimo rapporto con i figli, del suo rapporto con Dio («Ho attraversato tutto», ha raccontato, «mi sono aggrappato alla religione. Sono cresciuto con il cristianesimo. Poi l’ho messo in discussione… anche se a volte funzionava. E poi quando sono rimasto solo, l’ho lasciato completamente e mi sono definito agnostico. Ho provato altre vie della spiritualità, ma non mi sono sentito bene. E allora sono stato per un po’ ateo, per un po’ ribelle. Ma non lo ero davvero. Odio la parola spiritualità, ma è qualcosa di simile. Credo che siamo tutti connessi»).

Brad Pitt in una scena di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino

Brad non recita come Marlon Brando, intendiamoci. E nemmeno come Lawrence Olivier. Ma è uno dei pochissimi attori hollywoodiani  capace di ammantarsi della stessa aura di leggenda dei più grandi. Oggi sono lui, e pochi altri. A parte gli indiscutibili come Al Pacino e De Niro, forse solo Tom Hanks, George Clooney e lo stesso DiCaprio. «Mi ricordo di quando da ragazzo ho lasciato il Missouri e sono andato a Los Angeles con 300 dollari in tasca, senza conoscere nessuno, senza la minima idea di quello che avrei fatto. Sono un miracolato che ha vinto la Lotteria, e resto un istintivo», ha detto.

Ripercorrendo la sua carriera, sono tanti i film importanti in cui ha recitato. A passarli in elenco ci si rende conto che sono stati numerosissimi quelli che hanno lasciato il segno. Troppo impegnati ad ammirare i lineamenti del suo volto e i suoi muscoli (oggi scolpiti come ieri ad un passo dai sessant’anni), ce ne siamo quasi dimenticati. È vero ci sono state pellicole come Vento di Passioni o Troy, in cui Brad ostentava più la sua avvenenza che la capacità recitativa. «L’idea della mascolinità è spesso intesa come ostentazione di forza, sicurezza, abilità in ogni situazione», ha spiegato in un’intervista Pitt. «Il cinema, a partire dal dopoguerra, si è costruito sul mito del Marlboro Man che deve vincere sempre. Anch’io, nato nel paesino di Shawnee in Oklahoma, sono cresciuto con questo ideale di virilità, incarnato da star come Clint Eastwood».

Ma ci sono stati anche gioielli come Seven, L’Esercito delle 12 scimmie (la sua prima nomination agli Oscar), Sleepers, il film cult Fight Club, la serie degli Ocean’s. E ancora Il misterioso caso di Benjamin Button, Bastardi senza gloria, Fury e il recentissimo Ad Astra. Proprio in occasione dell’uscita di quest’ultimo film, forse uno dei più amati da Pitt, l’attore aveva detto: «L’astronauta che interpreto è stato il ruolo più difficile della mia carriera. Perché mostra debolezze, fragilità, paure. Eastwood qui è lontano anni luce. Il mio è un maschio moderno, perché permette al dolore, ai rimpianti, alle insicurezze di manifestarsi. E spiega cosa vuol dire essere uomo. Io credo di averlo capito: significa essere aperti, sempre connessi con gli altri».

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