Breaking ↓
22:51 mercoledì 21 gennaio 2026
Una ragazza a Los Angeles ha fatto causa ai social per averle causato una “tossicodipendenza” dall’algoritmo K.G.M, 19 anni, sostiene che Instagram, TikTok, YouTube e Snapchat le abbiano causato gravi problemi e vuole chiamare a processo tutti i loro Ceo.
Il nuovo film di Tom Ford, Cry to Heaven, sarà girato tutto in Italia, tra Roma e Caserta Le riprese sono appena iniziate ma già si parla di una possibile prima alla Mostra del cinema di Venezia.
È stato indetto in Italia il primo sciopero generale dei meme per protestare contro un mondo ormai troppo assurdo anche per i meme Un giorno intero senza meme, perché a cosa servono questi in una realtà che è diventata più estrema pure della sua caricatura?
Michelangelo Pistoletto ha risposto a Britney Spears, dopo che Britney Spears ha chiesto «da dove ca**o salta fuori» la mela di Michelangelo Pistoletto in Stazione Centrale a Milano Con un post Instagram, l'artista ha rivendicato la paternità dell'opera e invitato la popstar ad andare a trovarlo a Biella.
Il regime iraniano sta facendo causa e confiscando i beni di tutte le celebrity che hanno sostenuto le proteste Attori, sportivi, imprenditori, figure pubbliche in generale: il regime sta punendo chiunque si sia espresso a favore dei manifestanti.
Su internet è in corso un’affannosa ricerca per scoprire di che marca sono gli occhiali da sole indossati da Macron a Davos Gli aviator sfoggiati dal Presidente sono diventati allo stesso tempo meme e oggetto del desiderio: sono Louis Vuitton? Ray-Ban? Baijo?
I monaci benedettini tedeschi sono stati costretti a vendere il più antico birrificio del mondo perché anche in Germania si beve sempre meno birra In attività da 975 anni, il birrificio Weltenburger vive una crisi talmente profonda da aver costretto i monaci benedettini a metterlo in vendita.
Aphex Twin ha superato Taylor Swift per numero di ascoltatori mensili su YouTube Music Merito soprattutto di una canzone, "QKThr", diventata una delle più usate come colonna sonora di video su YouTube.

Black Mirror non esiste più perché è stato superato dalla realtà

Dopo quattro anni di pausa, la serie è tornata su Netflix con una sesta stagione. Ma i tempi, alla fine, hanno reso obsoleto anche Charlie Brooker e le sue distopie.

20 Giugno 2023

Charlie Brooker non ci prova neanche più, ormai. Viene quasi da apprezzare – compatire? – la rassegnata autoconsapevolezza con la quale racconta come ci si sente a essere l’autore di Black Mirror nel mondo che Black Mirror lo ha prima realizzato e poi superato. «E ora, qualcosa di completamente diverso», aveva detto Brooker all’annuncio della sesta stagione della serie. Sembrava tutto parte del tran tran promozionale che accompagna sempre le nuove uscite: abbiamo fatto cose nuove, vogliamo farvi vedere roba diversa, dobbiamo andare oltre le nostre abitudini e oltre le vostre aspettative. Tutte parole, anche belle, pure comprensibili, ma il fan di Black Mirror alla fine è come tutti gli altri fan. Non vuole essere stupito. O meglio: vuole essere stupito nel modo giusto, cioè sempre nella stessa maniera, per le stesse ragioni, con gli stessi scopi. Nel 2014 Brooker spiegava in un pezzo sul Guardian il perché di Black Mirror: La serie nasceva dall’odio del suo autore per Siri, l’assistente vocale di Apple, «un viscido, servile leccaculo privo di qualsiasi autostima, e che funziona incredibilmente bene». Temeva, Brooker, le conseguenze che simili “gadget” – così gli piaceva chiamarli – avrebbero avuto sulla non affidabilissima né solidissima psiche umana. Spiegava che cos’era il black mirror che dava il titolo alla serie: l’abisso personale e miniaturizzato che ognuno di noi oggigiorno si trova sempre davanti, «su ogni muro, su tutte le scrivanie, nel palmo di qualsiasi mano: lo schermo freddo e scintillante di un televisore, di un monitor, di uno smartphone».

Sono passati dodici anni da quel pezzo sul Guardian e dalla prima stagione di Black Mirror. Forse alla fine si spiega tutto così: con il tempo che passa. D’altronde viviamo nell’epoca in cui il tempo scorre accelerato: dodici anni oggi valgono più di dodici anni in qualsiasi altro momento della vicenda umana. Brooker deve essersene reso conto nei quattro anni trascorsi tra la quinta e la sesta stagione di Black Mirror, quest’ultima arrivata da poco su Netflix preceduta dal battage comunicativo che si deve a tutti i ritorni di tutte le grandi proprietà intellettuali moderne. Deve essersene reso conto e deve essere stato doloroso, per un uomo che si è costruito una carriera sulla capacità di arrivare prima sulle cose: non c’era più modo di stare al passo e quindi tanto valeva non provarci nemmeno. Guardando la sesta stagione di Black Mirror è la prima cosa che viene in mente: Charlie Brooker non ci prova neanche più, ormai, vale la pena ripeterlo. Fa una certa tristezza vederlo lì, lì nel mezzo, lì nel mucchio, insieme a tutti gli altri, a fare, dire e pensare quello che è già stato fatto, detto e pensato. Prendere in giro la scarsa originalità delle piattaforme streaming, responsabili della serializzazione – sia dal lato della produzione che di quello del consumo – della cultura pop contemporanea, colpevoli di aver trasformato gli esseri umani dai soggetti agli oggetti della loro stessa cultura. È il punto dei primi due episodi della nuova stagione di Black Mirror (“Joan is Awful” e “Loch Henry”), quelli che tutti stanno commentando con un misto di disperazione e illusione, per autoconvincersi che la serie abbia ancora un senso. Ma chi è che non ha fatto la sua battuta cattiva sull’era dello streaming e della binge culture, ormai?

Lo ha fatto Nanni Moretti nel Sol dell’avvenire. Persino l’equivalente umano dello zucchero filato, Wes Anderson, ne ha recentemente detta una cattivissima su Netflix. Che le piattaforme siano davvero onnipotenti lo si capisce dall’indifferenza delle loro reazioni. Sia Brooker che Anderson per Netflix ci lavorano, infatti, e i nuovi padroni a censure, reprimende e licenziamenti non sono affatto interessati. Perché tanto tutti ci devono lavorare, con loro, perché le alternative sono sempre di meno e sempre meno redditizie. Brooker non avrebbe mai avuto su Channel 4, il canale broadcast che ha trasmesso le prime due stagioni di Black Mirror, il budget per una fotografia sontuosa come quella del terzo episodio di questa sesta stagione, “Beyond the Sea”. Né avrebbe mai potuto permettersi un cast così ampio, conosciuto dal pubblico e riconosciuto dalla critica (a proposito: com’è possibile che Aaron Paul non abbia fatto la carriera che il suo immenso talento attoriale merita?). Lavorare per Netflix oggigiorno si deve, dicevamo. E quel che resta nella “costrizione” è lo spazio per ironia triste e velleità autoconsolatorie: sto distruggendo il sistema dall’interno, sembra bisbigliarci Brooker dal retroscena dei primi due episodi. Ma è come se Allen Ginsberg si fosse fatto commissionare “Urlo” da Moloch in persona: chi lo prenderebbe sul serio, a sentirlo recitare quella poesia? Non è certo un caso che la battuta più divertente, e di conseguenza anche più vera, di tutta la nuova stagione di Black Mirror, arrivi intorno alla metà di “Joan is Awful”: «Alla fine tutto diventa engagement». La pronuncia la Ceo di Streamberry, il surrogato di Netflix nella finzione di Brooker. Fa ridere perché è vero, appunto: in questi giorni tante persone mi hanno detto di aver visto la nuova stagione di Black Mirror perché prende per il culo Netflix.

È possibile che la colpa non sia nemmeno tutta, o affatto, di Brooker. Ci sta che quelle macchine che lo terrorizzavano dodici anni fa abbiano vinto e ormai abbiamo nei loro confronti l’atteggiamento che si ha nei confronti dei padroni: né disprezzo né terrore ma rassegnazione e ammirazione, e che satira si può fare per i sudditi digitali che ormai amano i loro despoti elettronici, con che distopia si può terrorizzare un pubblico che vive in un presente in cui quella distopia è quasi la migliore delle ipotesi oramai sfumata. Brooker ha creato Black Mirror partendo dal terrore di ritrovarsi un giorno da solo in una stanza a parlare con lo schermo nero, ma che terrore è, questo, nell’epoca di ChatGPT, in cui sono i gadget, le macchine, gli schermi neri a cominciare, condurre e concludere la conversazione? Chi è che ha paura di Siri, oggi? E quindi che senso ha guardare Black Mirror, oggi? O, forse, sarebbe più corretto dire che Black Mirror oggi non esiste più: le paure che raccontava sono state ormai superate, anzi, trasformare in nostalgia. Chi non rimpiange i tempi in cui i gadget, le macchine, gli schermi neri erano soltanto «viscidi, servili leccaculo privi di qualsiasi autostima, e che funzionano incredibilmente bene».

È come se a un certo punto del lavoro sulla sesta stagione di Black Mirror, Brooker avesse avuto questa epifania e avesse deciso di lasciar perdere. Se i primi due episodi sono, tutto sommato, ancora il Black Mirror che avevamo conosciuto all’inizio degli anni Dieci, e il terzo è il Black Mirror iniziato con il trasloco su Netflix (quello del tecnoromanticismo à la “San Junipero”, per capirci), il quarto e il quinto episodio – “Mazey Day” e “Demon 79” – sono delle inspiegabili e surreali e brusche virate verso l’horror sovrannaturale. Licantropi, demoni, notti di luna piena e apocalissi bibliche. Guardando questi due episodi, sono rimasto ammirato di fronte alla capacità di Brooker di avere ragione nonostante tutto, a prescindere dalla tortuosità del ragionamento. Finita di guardare la sesta stagione di Black Mirror, infatti, visti gli ultimi due, orrendi, imbarazzanti episodi, mi sono ricordato una frase che Brooker usava per spiegare il senso di Black Mirror e l’insensatezza dei nostri tempi: «Consideriamo delle abitudini cose che fino a cinque anni fa non avrebbero avuto alcun senso». È così che ci si sente, oggi, a guardare Black Mirror: è un’abitudine che cinque, o dieci, anni fa non avrei mai preso se fosse stata quella che è oggi.

Articoli Suggeriti
Il nuovo film di Tom Ford, Cry to Heaven, sarà girato tutto in Italia, tra Roma e Caserta

Le riprese sono appena iniziate ma già si parla di una possibile prima alla Mostra del cinema di Venezia.

Giovanni Lindo Ferretti contro il mondo moderno

Per la nostra nuova digital cover abbiamo parlato di spiritualità, musica, politica e isolamento con il leader dei CCCP, che da Cerreto Alpi si prepara alla sua prima tournée teatrale.

Leggi anche ↓
Il nuovo film di Tom Ford, Cry to Heaven, sarà girato tutto in Italia, tra Roma e Caserta

Le riprese sono appena iniziate ma già si parla di una possibile prima alla Mostra del cinema di Venezia.

Giovanni Lindo Ferretti contro il mondo moderno

Per la nostra nuova digital cover abbiamo parlato di spiritualità, musica, politica e isolamento con il leader dei CCCP, che da Cerreto Alpi si prepara alla sua prima tournée teatrale.

Hbo Max è arrivata in Italia per fare una cosa completamente diversa

È l'ultima piattaforma streaming ad arrivare nel nostro Paese, forte però di una fama senza pari nel panorama televisivo. Li abbiamo incontrati e con loro abbiamo parlato di Harry Potter e Portobello, della competizione con YouTube e delle (notevoli) difficoltà del mercato italiano.

Julian Barnes ha annunciato che il suo prossimo libro, Partenze, sarà anche l’ultimo

Il romanzo uscirà il 20 gennaio anche in Italia per Einaudi. Dopo questo non ce ne saranno altri, come confermato dallo stesso scrittore.

In Cover-Up c’è la vita di Seymour Hersch, cioè la storia del giornalismo d’inchiesta dalla carta fino a Substack

Diretto dalla regista premio Oscar Laura Poitras e da Mark Obenhaus, il documentario racconta una leggenda del giornalismo americano ma è anche un viaggio nei cambiamenti del mestiere, tra redazioni vecchio stile, litigi con editori e nuove piattaforme.

Josh Safdie ha detto che nella prima versione del finale di Marty Supreme Marty diventava un vampiro

Persino un produttore dalla mente aperta come A24 ha pensato che fosse un finale troppo strano e l'ha costretto a cambiarlo, ha spiegato il regista.