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Un cinema olandese vuole ipnotizzare gli spettatori per fargli rivedere film che hanno già visto come se non li avessero mai visti Il 9 novembre, all’Aia, trenta spettatori verranno ipnotizzati per dimenticare la trama di un film tra Matrix, Se7en, La La Land o Interstellar e rivederlo come fosse la prima volta.
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Eddie Murphy e Beverly Hills Cop sono invecchiati benissimo

Il quarto capitolo della saga è in cima alla classifica dei film più visti su Netflix: capita raramente, ma stavolta l'operazione nostalgia funziona.

08 Luglio 2024

Per la sorpresa di nessuno, in questo momento in cima alla classifica dei film più visti su Netflix c’è Beverly Hills Cop: Axel F, quarto capitolo della saga in Italia ribattezzata Un piedipiatti a Beverly Hills. Axel F doveva essere girato negli anni Novanta e sarebbe andata così se Beverly Hills Cop III non fosse stato il disastro che è stato (anche a causa dei pessimi rapporti tra Murphy e il regista John Landis, il Klaus Kinski e il Werner Herzog del cinema americano: sul set del Principe cerca moglie Murphy aveva cercato di strangolare Landis, in seguito i due si terranno il broncio per trent’anni). E in effetti, Axel F è diretto proprio come una action comedy degli anni Novanta e funziona unicamente, esattamente per questo: il regista Mark Molloy è un esordiente al quale Netflix ha affidato centocinquanta milioni di budget, uno dei franchise più amati del cinema popolare Usa e uno dei pochissimi attori ai quali – abbiamo scoperto proprio grazie alla campagna promozionale di Axel F – ha ancora senso attribuire un esteso, notevole star power. A parte quello di essere un buonissimo esempio del suo genere, il merito maggiore di Axel F è quello di aver convinto Murphy a uscire dalla sua semi-reclusione – anche se l’attore si è sempre opposto a questo ritratto di lui diffusosi negli ultimi anni: «I reclusi non si lavano il culo», ha detto una volta in una delle due interviste concesse negli anni Duemila (una a Rolling Stone, l’altra al New York Times), spiegando che lui ci tiene troppo alla sua igiene ed immagine personale per essere definito tale – e tornare a fare cinema nazional popolare. Di nuovo: buonissimo cinema nazional popolare.

Nonostante la diffidenza che è giusto avere nei confronti di tutte queste operazioni tra il nostalgico e il cinico, bisogna ammettere che Axel F è appunto una action comedy anni Novanta. Vale a dire una action comedy che funziona: è ben diretta, fa ridere, lascia a Murphy la libertà che il suo carisma, il suo passato e il suo ingaggio pretendono. Molloy è bravissimo a lavorare negli interstizi che la presenza di Murphy gli lascia, a metterlo al centro della scena con un tempismo nella regia che si adatta a quello comico dell’attore. Molloy ha raccontato, senza imbarazzi, di essersi affidato a Murphy anche nella scrittura della sceneggiatura, soprattutto (ovviamente) nelle parti comedy di questa action comedy. Che per un regista al primo lungometraggio significa essenzialmente mettersi nei panni del novizio e lasciar fare al veterano: se il veterano Eddie Murphy dice che una battuta che scritta sulla carta non fa tanto ridere farà sganasciare quando sarà lui a dirla, il novizio Mark Molloy ha tutte le ragioni per pensare che andrà proprio così. Ed è proprio così che va ed è così che viene fuori la migliore battuta di tutto il film, infatti. La riporto qui: «Lo sappiamo che sei stratificato. Come una bellissima cipolla». Non fa ridere finché non sentirete Murphy che la dice, appunto.

Per quanto facile e appagante sia attribuire alle piattaforme streaming la responsabilità di ogni male che affligge l’industria dell’intrattenimento, va poi riconosciuto anche a Netflix il merito di aver restituito al cinema pop americano uno dei suoi fenomeni (un’operazione in cui la piattaforma si sta dimostrando assai capace: una cosa simile è successa con Adam Sandler, controintuitivamente e brillantemente scelto come protagonista di Uncut Gems), prima con il sottovalutatissimo Dolemite Is My Name e adesso con questo sequel. Uno di questi fenomeni che, abbiamo constatato negli anni della sua semi reclusione, si sono dimostrati impossibili da replicare. Hollywood ci ha provato e in parte ci è anche riuscita, per esempio con Chris Rock e con Kevin Hart. Ma proprio il fatto che questi ultimi siano – al di fuori dell’hip hop – gli afroamericani più famosi del mondo, e che nonostante questo non arrivino nemmeno a sfiorare la fama che Eddie Murphy aveva nel 1984 (anno in cui uscì il primo Beverly Hills Cop), fa capire cosa siano stati questo attore, questa saga all’epoca. Come spesso accade con i film di genere, soprattutto quelli che mescolano il genere alla commedia, si tende a sottovalutare l’immensa influenza che Beverly Hills Cop ha avuto sul cinema pop americano prima e mondiale poi: se il buddy cop movie esiste, esiste grazie anche e soprattutto a questa saga. Meglio ancora: grazie anche e soprattutto a questo attore. Il casting di Murphy nel ruolo di Axel Foley è uno di quei punti di svolta, di quelle circostanze impreviste e favorevoli che hanno fatto la fortuna del cinema americano. All’inizio, il ruolo era stato pensato prima per Mickey Rourke, poi per Al Pacino e James Caan, infine per Sylvester Stallone. Alla fine fu scelto Murphy solo per questioni di budget (assai ristretto: il primo Beverly Hills Cop costò 13 milioni di dollari, e ne incassò quasi 300 al botteghino mondiale): era la celebrity più famosa disponibile a girare un film per quell’ingaggio. Diventerà il primo attore afroamericano a prendersi tutto lo schermo, tutti gli schermi, portando a compimento una storia che a Hollywood era cominciata con Sidney Poitier. In un momento, tra l’altro, particolarmente difficile persino nella disgraziata storia afroamericana: siamo nel mezzo dell’epidemia del crack, con l’opinione pubblica, cioè i bianchi, che accusano i neri di essere fautori della loro stessa disgrazia.

In questi casi si usa la definizione “sliding doors”: provate a immaginare Axel Foley interpretato da Rourke, da Pacino, da Caan o da Stallone (o diretto da Scorsese o Cronenberg, la prima e la seconda scelta registica della produzione all’epoca), provate a immaginare questi attori pavoneggiarsi con quella varsity jacket dei Detroit Lions o sfoggiare quelle adidas Country (diventate ovviamente degli indispensabili nell’armadio di tutti i giovani americani di queli anni), cercate di immaginare la scena “Axel gets a room” interpretata da chiunque altro che non sia Murphy. Ma il contributo di Murphy a quel primo, leggendario capitolo della saga è spesso sottovalutato, ridotto “soltanto” alla sua interpretazione. In realtà, Murphy portò a quel film la sua passione per i kung fu movie – ha sempre detto che la sua principale ispirazione per la parte di Axel Foley è stata Bruce Lee – per i film blaxploitation e, ovviamente, per la stand up comedy.

Nel 1984 Murphy era già l’uomo che aveva radicalizzato la comicità americana: l’anno prima aveva stravolto l’America con uno spettacolo, Delirious, in cui pronunciava la parola “fuck” 230 volte e quella “shit” 171 – in 70 minuti – e diceva cose (sugli afroamericani, sugli omosessuali, sull’Aids, sull’America, sul mondo) oggi semplicemente inconcepibili. Ma quando arrivò sul set di Beverly Hills Cop, Murphy era anche, e questa è forse la parte meno riconosciuta e più trascurata di tutta la sua carriera, un action star propriamente detta: prima ancora del successo di Una poltrona per due – un film molto più amato in Italia che in tutto il resto del mondo, tra l’altro – c’era stato quello di 48 ore di Walter Hill, il regista che per primo capì che i poliziotteschi italiani potevano funzionare benissimo anche negli Stati Uniti, bastava trovare attori che tra di loro avessero la chimica giusta. In quel caso furono Nick Nolte ed Eddie Murphy: tocca usare una brutta espressione e dire che il resto è storia, da Arma letale a Bad Boys, passando per Rush Hour e, appunto, Beverly Hills Cop.

L’incredibile successo di Beverly Hills Cop si misura anche nelle tracce di sé che ha lasciato nella cultura pop che dell’esistenza di questa saga si è ormai dimenticata o che, addirittura, quell’esistenza l’ha sempre ignorata. Un esempio: nella campagna promozionale del film Netflix ha messo anche un crossover tra Axel Foley e Crazy Frog, la rana antropomorfa interprete di uno dei remix di maggior successo del pezzo di Harold Faltermeyer che fece della colonna sonora di Beverly Hills Cop uno dei dischi più ascoltati del 1984 (merito anche di “The Heat is On”, pezzo anche questo composto da Faltermeyer, soundtrack della leggendaria scena d’inseguimento automobilistico con cui si apre la saga). Non a caso, uno dei momenti più riusciti di Beverly Hills Cop: Axel F è quello in cui parte per la prima volta il beat synth di Faltermeyer. Anche se il più bello in assoluto è quello in cui Murphy pronuncia per la prima volta le parole “ni**a”, “fuck” e “shit”: ovviamente con la solita velocità, con quel piglio da spoken poetry che lascia a chi ascolta l’impressione di essersi appena preso uno sputo in faccia. Per essere davvero perfetto, per diventare l’omaggio nostalgico e l’operazione commerciale perfetta, a Beverly Hills Cop: Axel F manca soltanto una cosa: la leggendaria risata di Eddie Murphy (“tradotta” in italiano dal compiantissimo Tonino Accolla). Ha detto di essere stato costretto a cambiarla, Murphy, perché si era stufato di fan che gli si avvicinavano e la imitavano, aspettandosi da parte sua divertimento e ammirazione. «These motherfuckers» è stato il suo unico, lamentoso, commento sulla questione, ovviamente.

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