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21:56 lunedì 25 maggio 2026
Il Comune di Detroit, città natale della techno, ha istituito la Settimana della Techno La sindaca Mary Sheffield ha proclamato la settimana dal 18 al 25 maggio Detroit Techno Week, in coincidenza con il festival Movement all’Hart Plaza.
I tech bros hanno fatto di tutto per convincere il Papa che l’AI è cosa buona e giusta, ma i loro sforzi non sono serviti a granché A giudicare dai contenuti della prima enciclica di Leone XIV, dedicata all'AI, i tentativi diplomatici di Big Tech, che ha inviato i suoi emissari in Vaticano nelle scorse settimane, l'hanno lasciato abbastanza indifferente.
Una risoluzione dell’ONU ha stabilito che i governi sono obbligati a fare tutto il possibile per combattere la crisi climatica Risoluzione approvata con solo 8 voti contrari. Per la sorpresa di nessuno, tra chi si è opposto ci sono Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran, Israele, Bielorussia, Liberia e Yemen.
La giuria di un prestigioso premio letterario ha premiato un racconto generato con l’AI senza accorgersi che era chiaramente generato con l’AI The Serpent in the Grove di Jamir Nazir sarebbe tutta farina del sacco di una AI. E, forse, Jamir Nazir nemmeno esiste davvero.
Dei game designer palestinesi stanno realizzando un videogioco che racconta la storia della Nakba Si intitola Dreams on a Pillow ed è stato finanziato grazie a una campagna di crowdfunding a cui hanno contribuito persone da tutto il mondo.
Molte persone stanno scoprendo che portare una powerbank in aereo è una faccenda più complicata e pericolosa di quanto ci si immagina Quello che è successo al volo EasyJet costretto a un atterraggio d'emergenza a Fiumicino ha fatto scoprire a molti le severissime regole sulle powerbank in aereo.
L’anteprima della nuova serie di Zerocalcare al Circo Massimo è diventata uno dei più grandi “festival” dell’estate italiana Un evento gratuito, al Circo Massimo, con migliaia di persone in coda per giocare ai videogiochi, ascoltare musica e guardare Due spicci, la nuova serie del fumettista.
La FAO ha detto che ci restano soltanto sei mesi per evitare una crisi alimentare in tutto il mondo Per l’agenzia, saranno cruciali le decisioni che agricoltori e governi prenderanno ora sull’uso dei fertilizzanti, sulle importazioni, sui finanziamenti e sulla scelta delle colture.

Baumgartner, il testamento di Paul Auster

In appena 160 pagine, lo scrittore completa la sua riflessione sulla percezione e sul significato della morte, resa tanto più personale dalla malattia che lo aveva colpito e dalla tragica morte del figlio.

01 Maggio 2024

Nella Recherche, quando Albertine muore all’improvviso a cavallo, per superare il dolore il narratore capisce che l’unica soluzione è dimenticarla. Ma per farlo deve dimenticare anche tutti i suoi io che l’hanno amata e questo lo tortura. Nell’ultimo romanzo di Paul Auster, morto il 30 aprile all’età di 77 anni, Baumgartner (Einaudi, traduzione di C. Mennella) succede invece il contrario. Il protagonista, un professore di Princeton verso i settanta, da quasi dieci anni ha perso sua moglie, Anna, uccisa da un’onda anomala a Cape Cod. «Non faccio la vittima, né mi piango addosso né alzo lamenti al cielo: Perché proprio a me? Perché a me no? Le persone muoiono». Dimenticarla non è un’opzione, anzi, passa il tempo a rileggere i raccontini autobiografici che lei scriveva tra una traduzione e una poesia. Ha lasciato il suo studio intatto, e lo fa pulire dalla domestica come se lo usasse qualcuno. Molti dei raccontini riguardano lui, Sy Baumgartner, ed è solo un modo per vedere anche il suo passato tramite gli occhi della donna che lo amava. Anche la nuova donna che ha conosciuto, e di cui dice di essere innamorato, Baumgartner non può che usarla come strumento comparativo per rivedere il carattere, la storia familiare e le qualità fisiche della moglie morta.

Non lo fa, però, in modo patetico o, come il narratore di Proust, con gelosia, ma riesce a usare il ricordo della moglie morta come energia proattiva per andare avanti nella vita. Non che sia contento di averla persa. Era ancora innamorato. «Per i primi sei mesi aveva vissuto in uno stato di confusione cosí profonda che a volte si svegliava al mattino senza ricordare che Anna era morta». Ma riesce a vivere, e ad avere progetti per il futuro. Continua a scrivere libri, come una monografia sugli pseudonimi di Kierkegaard, e si mette a ordinare libri online «che non gli servono e che non aprirà mai, e che finirà per donare alla biblioteca pubblica locale, al solo scopo di passare un paio di minuti in compagnia di Molly», il corriere Ups, «ogni volta che lei suona il campanello per consegnarne uno». Sono dei trucchetti per evitare di stare tutto il giorno a piangere, ci si chiede. Inizialmente sì. Perché «Baumgartner si emoziona ancora, ama ancora, desidera ancora, vuole ancora vivere, ma nell’intimo è morto. Sono dieci anni che lo sa, e sono dieci anni che fa il possibile per ignorarlo». Ma a un certo punto questa morte interiore sembra risolversi.

Il tema della morte, del lutto e della memoria, permea tutta l’opera di Paul Auster, anche se spesso con allegria, con humor, con quel bell’incontro francoamericano tra Jacques Lacan e Nathaniel Hawthorne. Qui però tutto è esplicitato, complice forse anche la malattia dello scrittore che aveva avvertito che «questo potrebbe essere il mio ultimo libro». Di fronte alla morte, la sua, Auster scrive un libro per parlare della morte altrui, della persona con cui si passano più anni, e forse i più felici. Dopo il romanzone postmoderno 4 3 2 1 (906 pagine) – vite parallele, un gioco di sliding doors, una moltiplicazione dell’esistenza – dopo un saggio biografico su Stephen Crane (Ragazzo in fiamme, 1016 pagine) – una vita breve ma intensissima –, Auster pubblica un libro che arriva a malapena alle 160 pagine e che poteva forse essere ancora più breve – non che non sia estremamente piacevole leggerlo – proprio perché è un libro dove i messaggi intrecciati nel romanzo sono più chiari del solito. Si fa fatica a provare a chiamarlo “libro testamento”, ma scrivere un libro così esplicito quando si è malati e anziani, e dopo aver perso un figlio, può far pensare che sia il termine giusto. Non un libro testamento sulla sua opera, questo in un certo senso lo era già Viaggi nello scriptorium, ma sulla percezione e il significato della morte.

Baumgartner non vuole morire perché ci tiene alla sua vita, ai suoi libri o alle sue nuove storie, ma perché morendo anche sua moglie morirebbe davvero del tutto. «Il vivo può mantenere il morto in una specie di limbo provvisorio tra la vita e la non-vita, ma quando muore anche il vivo, allora è la fine, e la coscienza del morto si spegne per sempre». Scriveva Proust: «Si dice a volte che qualcosa d’un essere può sussistere dopo la sua morte se questo essere era un artista e ha messo qualcosa di sé nella sua opera. Allo stesso modo, forse, una sorta di talea prelevata su un essere e innestata nel cuore di un altro vi prosegue la propria vita anche quando l’essere da cui essa proviene sia perito».

In una vecchia intervista alla Paris Review Auster diceva che «quando si arriva a cinquant’anni si è circondati dai fantasmi. Vivono dentro di noi e passiamo così tanto tempo a parlare con i morti quanto ne passiamo con i vivi». Diceva che certo, anche i giovani sanno che moriranno, ma per gli anziani è la perdita degli altri che ha un effetto molto profondo. «E non saprai cosa farai di quest’accumulazione di persone che abbiamo perso finché non la vivi. La vita è breve, è fragile, ti inganna. Dopotutto, quante persone amiamo davvero nel corso della nostra vita? Poche, molto poche. Quando la maggior parte se ne va, la mappa del nostro mondo interiore cambia». Baumgartner mostra una nuova mappa del mondo interiore di Auster.

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