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09:00 giovedì 19 marzo 2026
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.

Baumgartner, il testamento di Paul Auster

In appena 160 pagine, lo scrittore completa la sua riflessione sulla percezione e sul significato della morte, resa tanto più personale dalla malattia che lo aveva colpito e dalla tragica morte del figlio.

01 Maggio 2024

Nella Recherche, quando Albertine muore all’improvviso a cavallo, per superare il dolore il narratore capisce che l’unica soluzione è dimenticarla. Ma per farlo deve dimenticare anche tutti i suoi io che l’hanno amata e questo lo tortura. Nell’ultimo romanzo di Paul Auster, morto il 30 aprile all’età di 77 anni, Baumgartner (Einaudi, traduzione di C. Mennella) succede invece il contrario. Il protagonista, un professore di Princeton verso i settanta, da quasi dieci anni ha perso sua moglie, Anna, uccisa da un’onda anomala a Cape Cod. «Non faccio la vittima, né mi piango addosso né alzo lamenti al cielo: Perché proprio a me? Perché a me no? Le persone muoiono». Dimenticarla non è un’opzione, anzi, passa il tempo a rileggere i raccontini autobiografici che lei scriveva tra una traduzione e una poesia. Ha lasciato il suo studio intatto, e lo fa pulire dalla domestica come se lo usasse qualcuno. Molti dei raccontini riguardano lui, Sy Baumgartner, ed è solo un modo per vedere anche il suo passato tramite gli occhi della donna che lo amava. Anche la nuova donna che ha conosciuto, e di cui dice di essere innamorato, Baumgartner non può che usarla come strumento comparativo per rivedere il carattere, la storia familiare e le qualità fisiche della moglie morta.

Non lo fa, però, in modo patetico o, come il narratore di Proust, con gelosia, ma riesce a usare il ricordo della moglie morta come energia proattiva per andare avanti nella vita. Non che sia contento di averla persa. Era ancora innamorato. «Per i primi sei mesi aveva vissuto in uno stato di confusione cosí profonda che a volte si svegliava al mattino senza ricordare che Anna era morta». Ma riesce a vivere, e ad avere progetti per il futuro. Continua a scrivere libri, come una monografia sugli pseudonimi di Kierkegaard, e si mette a ordinare libri online «che non gli servono e che non aprirà mai, e che finirà per donare alla biblioteca pubblica locale, al solo scopo di passare un paio di minuti in compagnia di Molly», il corriere Ups, «ogni volta che lei suona il campanello per consegnarne uno». Sono dei trucchetti per evitare di stare tutto il giorno a piangere, ci si chiede. Inizialmente sì. Perché «Baumgartner si emoziona ancora, ama ancora, desidera ancora, vuole ancora vivere, ma nell’intimo è morto. Sono dieci anni che lo sa, e sono dieci anni che fa il possibile per ignorarlo». Ma a un certo punto questa morte interiore sembra risolversi.

Il tema della morte, del lutto e della memoria, permea tutta l’opera di Paul Auster, anche se spesso con allegria, con humor, con quel bell’incontro francoamericano tra Jacques Lacan e Nathaniel Hawthorne. Qui però tutto è esplicitato, complice forse anche la malattia dello scrittore che aveva avvertito che «questo potrebbe essere il mio ultimo libro». Di fronte alla morte, la sua, Auster scrive un libro per parlare della morte altrui, della persona con cui si passano più anni, e forse i più felici. Dopo il romanzone postmoderno 4 3 2 1 (906 pagine) – vite parallele, un gioco di sliding doors, una moltiplicazione dell’esistenza – dopo un saggio biografico su Stephen Crane (Ragazzo in fiamme, 1016 pagine) – una vita breve ma intensissima –, Auster pubblica un libro che arriva a malapena alle 160 pagine e che poteva forse essere ancora più breve – non che non sia estremamente piacevole leggerlo – proprio perché è un libro dove i messaggi intrecciati nel romanzo sono più chiari del solito. Si fa fatica a provare a chiamarlo “libro testamento”, ma scrivere un libro così esplicito quando si è malati e anziani, e dopo aver perso un figlio, può far pensare che sia il termine giusto. Non un libro testamento sulla sua opera, questo in un certo senso lo era già Viaggi nello scriptorium, ma sulla percezione e il significato della morte.

Baumgartner non vuole morire perché ci tiene alla sua vita, ai suoi libri o alle sue nuove storie, ma perché morendo anche sua moglie morirebbe davvero del tutto. «Il vivo può mantenere il morto in una specie di limbo provvisorio tra la vita e la non-vita, ma quando muore anche il vivo, allora è la fine, e la coscienza del morto si spegne per sempre». Scriveva Proust: «Si dice a volte che qualcosa d’un essere può sussistere dopo la sua morte se questo essere era un artista e ha messo qualcosa di sé nella sua opera. Allo stesso modo, forse, una sorta di talea prelevata su un essere e innestata nel cuore di un altro vi prosegue la propria vita anche quando l’essere da cui essa proviene sia perito».

In una vecchia intervista alla Paris Review Auster diceva che «quando si arriva a cinquant’anni si è circondati dai fantasmi. Vivono dentro di noi e passiamo così tanto tempo a parlare con i morti quanto ne passiamo con i vivi». Diceva che certo, anche i giovani sanno che moriranno, ma per gli anziani è la perdita degli altri che ha un effetto molto profondo. «E non saprai cosa farai di quest’accumulazione di persone che abbiamo perso finché non la vivi. La vita è breve, è fragile, ti inganna. Dopotutto, quante persone amiamo davvero nel corso della nostra vita? Poche, molto poche. Quando la maggior parte se ne va, la mappa del nostro mondo interiore cambia». Baumgartner mostra una nuova mappa del mondo interiore di Auster.

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