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L’anteprima della nuova serie di Zerocalcare al Circo Massimo è diventata uno dei più grandi “festival” dell’estate italiana Un evento gratuito, al Circo Massimo, con migliaia di persone in coda per giocare ai videogiochi, ascoltare musica e guardare Due spicci, la nuova serie del fumettista.
La FAO ha detto che ci restano soltanto sei mesi per evitare una crisi alimentare in tutto il mondo Per l’agenzia, saranno cruciali le decisioni che agricoltori e governi prenderanno ora sull’uso dei fertilizzanti, sulle importazioni, sui finanziamenti e sulla scelta delle colture.
Su RaiPlay è stato pubblicato per la prima volta Sulla carta sono tutti eroi, uno speciale del 1984 dedicato ad Andrea Pazienza, con Andrea Pazienza La maniera perfetta per festeggiare il settantesimo anniversario della nascita di Paz: vederlo disegnare, parlare, raccontarsi, sorridere.
Sandra Hüller potrebbe stabilire un record che si credeva impossibile: essere candidata all’Oscar 4 volte, per 4 film diversi, nello stesso anno L'attrice potrebbe ricevere una nomination per tutti i film che ha fatto nel 2026: Fatherland, Rose, Project Hail Mary e Digger.
Il politico più popolare in India in questo momento è uno scarafaggio leader del Partito degli Scarafaggi Tutto è iniziato un po' per presa in giro un po' per protesta, ma in nemmeno una settimana il Cockroach Janta Party ha superato su Instagram il Bharatiya Janata Party del Premier Modi.
Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Non poteva che essere Michael Bay il regista del film sull’operazione Epic Fury di Trump in Iran Per l'occasione, il regista ha rimesso assieme la squadra con cui girò 13 Hours, altro notevole esempio di moderno film di propaganda.
SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.

Perché attaccare la Merkel è attaccare l’ordine liberale

La cancelliera, al potere da 13 anni, è diventata un simbolo di questa Europa e questo dà fastidio a Trump e ai populisti.

12 Luglio 2018

Se crolla Angela Merkel crolla anche l’ordine liberale che tiene su il mondo dal Dopoguerra? Il primo a pensarlo, speranzoso, è Donald Trump, il disordinato in chief degli Stati Uniti d’America. Altrimenti non si spiegherebbe la sua ostinazione nell’attaccare la cancelliera tedesca e la Germania, come ha fatto all’ultimo vertice della Nato. Non solo ha accusato la Germania di essere «schiava della Russia», ma la lettera più velenosa tra le tante che aveva inviato agli alleati in vista del summit era stata recapitata proprio alla Merkel: «Come abbiamo discusso durante il nostro incontro nell’aprile scorso, la frustrazione cresce negli Stati Uniti, perché gli alcuni alleati non hanno fatto quel che avevano promesso. Gli Stati Uniti continuano a destinare più risorse alla difesa dell’Europa quando l’economia del continente, inclusa quella della Germania, sta andando bene e le sfide alla sicurezza abbondano».

L’incontro di aprile: si ricordano soltanto musi lunghi, sguardi lontani, sguardi severi, ancora più lugubri se paragonati alle feste riservate a Emmanuel Macron (tanto sguaiate quanto inutili). La minaccia più diretta tra le tante che il presidente americano ha lanciato nella “trade war” che ha ingaggiato con i partner europei e il Canada è rivolta al mercato delle automobili, il cui cuore batte in Germania.

L’attacco più esplicito alla leadership di un Paese straniero – si chiama ingerenza, ma soltanto quando conviene – formulato da Trump è diretto contro la Merkel: «Il popolo tedesco si sta ribellando al suo governo», ha twittato il mese scorso. Attaccando l’esecutivo Merkel su immigrazione e criminalità: «È stato fatto un grande sbaglio in tutta Europa lasciando entrare milioni di persone che hanno cambiato in modo brutale e violento la sua cultura!». Poco dopo, un altro tweet: «La criminalità in Germania è cresciuta del 10 per cento (le autorità non vogliono segnalare questi reati) da quando i migranti sono stati accolti». In poche ore, le esternazioni di Trump sono state smentite: i dati della Repubblica federale mostrano che nel 2017 il tasso di criminalità in Germania è stato il più basso degli ultimi 25 anni; il governo tedesco non è in un momento scintillante, ma se si guardano le rilevazioni gli alleati della coalizione che si ribellano alla Merkel sono molto meno popolari della cancelliera: vengono chiamati “irresponsabili”; la questione migratoria ha certamente cambiato la politica europea, come dimostra anche l’ossessione italiana per un’emergenza migratoria che non c’è, ma che ci sia o no una crisi culturale il dibattito è quantomeno aperto. Ma in questa stagione in cui il percepito è più importante di qualsiasi statistica, gli attacchi di Trump mostrano che per portare avanti il progetto di destabilizzazione dell’ordine liberale, in nome di nazionalismi vari e di una generale fascinazione per il cambiamento che distrugge (chissà se mai costruirà), bisogna colpire la colonna portante di questo ordine: la Merkel.

Tredici anni di Merkel e di antimerkelismo

Di fratture, nel mondo liberale, ce ne sono state molte. L’occidente ha litigato un po’ su tutto, dalle guerre alle soluzioni per gli choc finanziari passando per le questioni ambientali, sociali, etiche. Questa volta il distacco appare più profondo perché non si discute più di metodi, di politiche, ma di direzione: dove stiamo andando? La vittoria di Donald Trump in America ha posto il quesito in modo diretto e brutale, che è un po’ la cifra di questo presidente: se volete protezione meritatevela contribuendo alla Nato, se volete esportare o importare pagate i dazi, se volete l’ambiente più pulito non inquinate, cominciate pure da soli. Trump pretende di vivere in camere separate dagli europei, è convinto che la presenza americana sia stata data per scontata, e che per ridare valore a questa alleanza ci sia bisogno di un distacco. Non è detto che poi si torni insieme, questo Trump lo dice chiaramente, e anzi si guarda intorno senza nascondersi, si fa lusingare dalle promesse vaghe di un dittatore come il nordcoreano Kim o si fa convincere dalle rassicurazioni di un artista della dissimulazione come il russo Putin.

Merkel Trump

Il sentimento anti Merkel non è nato con Trump né in questi ultimi anni di ordine liberale sotto attacco. La Merkel era già finita prima di cominciare (è cancelliera dal 2005): troppo cauta, troppo riservata, troppo calcolatrice, con quell’uccisione del padre politico Helmut Kohl che conferiva alla sua immagina un’ulteriore nota, una nota sinistra, non ci si può fidare dei cecchini. La Germania usciva dai fragorosi anni di Gerhard Schröder e del branco socialdemocratico, molte idee, molte riforme, molte mogli, gli anni Novanta prosperosi e libertini: la Merkel pareva una parentesi di cautele e indecisioni – è stato coniato il termine “merklen”, vuol dire non decidere mai nulla – pronta a chiudersi il prima possibile.

Sappiamo come è andata: la cancelliera è al potere da tredici anni, nel frattempo l’Europa è passata in mezzo alla sua grande depressione, la Germania e la sua determinazione rigorista hanno quasi portato all’espulsione della Grecia dal consesso europeo, la prima exit imposta della storia (gli inglesi ci avrebbero poi pensato da soli a costruirsene una in proprio), e intanto si è consolidata la sensazione che Berlino badi solo a se stessa, prima la Germania, l’interesse europeo è soltanto un orpello, un ostacolo, nei casi più fortunati una figura retorica. La regina d’Europa, seduta sull’economia più grande del continente, è una matrigna, non fatevi ingannare dai suoi modi cortesi o dai tailleur color pastello: rappresenta l’egoismo tedesco, il virus che impedisce a tutti i suoi partner di crescere più forti e più autonomi.

Se crolla la Merkel crolla tutto?

Ma tanto adesso la Merkel cade, no? Se si mettono insieme le copertine dei giornali tedeschi e internazionali dell’ultimo decennio, si ritrova la cancelliera con i baffetti di Hitler, la cancelliera che fa le smorfie, la cancelliera con lo sguardo ferito, la cancelliera a testa in giù che precipita, la cancelliera che dà le spalle come se stesse uscendo di scena, per non parlare dei nomignoli e delle foto al mare e dell’assenza di sex appeal (meglio detto: “inchiavabile”). L’antimerkelismo è diventato un genere giornalistico, questa è davvero l’ultima sfida, l’ultimo assedio, la Merkel sta cedendo, la Merkel cade.

Poi è caduto tutto il resto. E la Merkel, che al quarto mandato non ci pensava poi tanto, ha deciso di rimanere. Da matrigna è diventata madre, lei che madre non è, ma materna sì, lo è moltissimo. Ha fatto una campagna elettorale nello scorso autunno scandita da una sua foto da bambina e da slogan semplici, stiamo bene, staremo bene, fidatevi, e mentre attorno si alzavano urla nazionaliste e distruttive lei calma ha detto: rimbocchiamoci le maniche, perché è arrivato il momento di fare da soli. Di fare senza l’America. E’ in questo gesto domestico, rimbocchiamoci le maniche che c’è da lavorare, che la Merkel si è ritagliata il ruolo di garante del nostro modo di vivere, di un liberalismo costruito nella quotidianità, fatto di frontiere aperte perché nell’altro, nello straniero, ci sono risorse non soltanto rischi; fatto di globalismo, perché se hai vissuto con un muro all’orizzonte e un giorno è venuto giù e hai visto quanto cielo c’era di là e non lo sapevi neppure immaginare, non vorrai mai più reticolati a ostruire il tuo sguardo.

Allora, se crolla Angela Merkel crolla anche l’ordine liberale che tiene su il mondo dal Dopoguerra? C’è chi è convinto che la quotidianità del liberalismo avrà, alla lunga, il sopravvento: i vantaggi di un mondo globale si scoprono, in questa stagione in cui le libertà ci stanno venendo a noia, stando fermi in coda alla dogana per ore, o vedendo raddoppiati i prezzi di quell’unico modello di jeans che sta a meraviglia. Ma ecco, intanto che si aspetta, nel mezzo di questo “alla lunga”, se c’è la Merkel è meglio.

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