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Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
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Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.

Lo Sgargabonzi nel multiverso della follia

Perché Alessandro Gori, con i suoi mondi paralleli e assurdi, riesce sempre a far ridere e incazzare un sacco di gente.

04 Aprile 2022

Che cosa hanno in comune Alessandro Gori, Stephen King e Jorge Luis Borges? La risposta parte dall’autore argentino. Nel racconto L’idioma analitico di John Wilkins, Borges parla di una fantastica enciclopedia cinese, l’Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue pagine è scritto che gli animali si dividono in:

  1. a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) ammaestrati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche.

Leggendo questa lista, si capisce subito che qualcosa non torna: la classificazione degli animali sembra seguire una logica diversa da quella normale, con criteri di accostamento che la rendono irrappresentabile nel nostro universo linguistico e mentale. Borges ha creato una logica altra, un’eterologica. Proprio così: stiamo parlando dell’eteroclito, parola greca composta da etero (diverso) e dal tema di klinein, declinare. Declinato in maniera differente.

L’eteroclito è l’anomalo, qualcosa di non conforme all’universale. L’universo postulato da Borges, dunque, non mette alla prova né manipola la normale logica classificatoria. La demolisce. Un po’ come la storiella di Achille Campanile sul signor Gianni Gianni, che nel fisico era un Leonardo da Vinci più grasso, più basso, calvo, senza barba, più giovane e che non assomigliava affatto a Leonardo da Vinci.

Confessioni di una coppia scambista al figlio morente, la nuova raccolta di racconti di Alessandro Gori (lo Sgargabonzi) uscita da qualche settimana per Rizzoli Lizard, funziona così. Nel racconto “L’euroconvertitore”, a un certo punto Gori ci ricorda che Berlusconi inviò agli italiani diciassette milioni di calcolatrici, per un costo di venti milioni di euro. «Non sono bruscolini, se si pensa che oggigiorno il costo di un catetere può arrivare anche ai trenta euro», sostiene l’autore, mettendo insieme due valori economici incomparabili tanto quanto gli oggetti. Nel racconto “Non chiamateci comici”, durante un viaggio in treno tra Gori, Edoardo Ferrario, Stefano Andreoli e Valerio Lundini, quest’ultimo, per sottolineare uno scambio particolarmente arguto, esclama «Match, partita, incontro», accostando tre sinonimi in un’espressione diversa (e molto abusata). O ancora, il racconto “Il cammello lento” narra la storia di uno sceicco arabo che era padre di tre figli: il primogenito Ismael, il mezzano Caleb e il noto cantante Matteo Maffucci degli Zero Assoluto.

Adesso però bisogna capire perché fa ridere e perché fa incazzare un sacco di gente. Muovendosi nella sua eterologica, la scrittura di Gori procede attraverso la creazione costante di fughe verso altri mondi, spiragli su strani universi narrativi, in un continuo slittamento di incongruenze. Mi spiego meglio: la cosa veramente geniale dello Sgargabonzi, ciò che probabilmente spinge Claudio Giunta di Internazionale a definirlo in ogni blurb il miglior scrittore comico italiano, è il modo in cui usa le incongruenze. Noi ridiamo quando vediamo qualcuno o qualcosa di incongruo. Solo che di solito si tratta di un vecchio vestito da giovane o un medico che si diverte a scapito della mortalità dei suoi pazienti, non certo complesse scatole cinesi di universi paralleli uno dentro l’altro.

«Ci sono altri mondi oltre a questo», faceva dire Stephen King a una gran parte dei suoi personaggi del ciclo de La Torre Nera. Certo che ci sono, e Alessandro Gori vuole farcene vedere il più possibile, anche solo per un attimo, anche attraverso una flebile intuizione che, nel lettore (e sottolineo lettore, non spettatore), suscita la possibilità di immaginarseli, di continuare a baloccarsi con tali stranezze eteroclite.

Ci sono ad esempio mondi molti simili al nostro, solo con qualche strana deviazione, come quello in cui Roger Federer perde effettivamente contro Guillermo Cañas dopo quarantasei vittorie di fila, solo che lo fa incastrandosi il pene nella cerniera della borsa, giocando quindi nudo e con l’ingombro del borsone tra le gambe. O un universo in cui Paolo Villaggio conduce davvero Un fantastico tragico venerdì su Rete 4, ma durante la diretta ammazza una spettatrice e nessuno dice nulla (un po’ come lo schiaffone di Will Smith a Chris Rock), lasciando il narratore «in un mondo in cui Paolo Villaggio poteva uccidere chiunque, anche me».

Altri mondi invece si discostano molto di più dalla nostra realtà, come quello in cui Indro Montanelli è autore di canzoni e musicista (in combutta con Richard Branson), o dove una ragazza morta di Aids fa il giro delle scuole per raccontare ai ragazzini degli anni Ottanta «cosa si prova a morire di Aids e andare per autogestioni a dirlo ai bambini» o, ancora, l’universo dove i protagonisti di Casa Vianello sono Sandra Milo e Ciccio Ingrassia. In alcuni mondi la matematica è differente («migliaia di centinaia di decine di bottiglie di angostura»), in altri per stappare una bottiglia di champagne bisogna distruggerla in mille pezzi con una roccia «di peso non inferiore a sei tonnellate».

Lo Sgargabonzi è il comico dei multiversi, l’innesco (molto kinghiano) di infinite possibilità narrative e umoristiche. E, come King, è un autore. Alessandro Gori scrive. Fa letteratura. Ed è nella pagina che funziona e si compie appieno. Provate a raccontare a voce e fuori contesto uno dei suoi brani a un vostro amico al bar, per esempio quel capolavoro “Tempesta di citochine” sul Covid-19, quando i medici, in assenza di tamponi, decidono di scoprire chi sono i bambini a rischio decesso facendoli giocare a biliardino contro un paramedico per trovarseli incoscienti e catatonici sulla sedia a rotelle, con una schiumina bianca che gocciola dalla bocca semiaperta, che manco riescono a tenere in mano le stecche e vomitano continuamente i pasti appena ingeriti. Il vostro amico non riderà e anche voi probabilmente vi vergognerete un po’, sentendovi dire certe cose ad alta voce.

Ecco allora che le persone che se la prendono con lo Sgargabonzi, che fanno polemica, che protestano, lo fanno perché non lo leggono. Lo conoscono per sentito dire, o per alcune frasi totalmente fuori contesto e fuori da qualunque mondo o universo alternativo creato con devozione totale. Ricordiamo il caso di Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone, che lo denunciò per una battuta sulla figlia. Come spiega Ivan Carozzi in questo articolo, «di fronte a una frase come “Curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositive e Simmenthal”, nessuno tra i fan dello Sgargabonzi pensa davvero alla persona fisica della bambina atrocemente scomparsa, nessuno ride davvero di quella tragedia, ma sono altre le corde toccate».

Tutto chiaro e condivisibile, ma c’è di più. I fan di Alessandro Gori, i suoi lettori, non pensano alla vera bambina scomparsa, quella del nostro mondo, ma si perdono piuttosto nel multiverso sgargabonziano, nell’eterologica secondo la quale le Simmenthal sono sullo stesso piano delle curiosità pruriginose su una Denise Pipitone alternativa.

Certo, creare mondi non è cosa da tutti. Ed ecco un altro aspetto simile alla scrittura di Stephen King: il name dropping e il brand dropping. Nei libri di King nessuno beve una soda generica, piuttosto una Mountain Dew o una Fanta. Nessuno guida un’auto, ma una Citroen C3 o una Pontiac. Anche Alessandro Gori fa ampio uso di nomi propri, marchi e personaggi più o meno famosi: fanno ridere, sono ottimi dispositivi per la creazione di altri mondi e delle incongruenze che li articolano e, soprattutto, creano una tenuta nel racconto, ne rafforzano la coerenza interna.

Per apprezzarlo e per capirlo fino in fondo bisogna perdersi in questi mondi, scivolare dall’uno all’altro e portarseli con sé, proseguire lungo le strade tracciate e abbozzate nelle sue pagine, compierne le infinite possibilità e, magari, chiedersi cos’altro potrebbe succedere in un mondo parallelo in cui gli asini sono animali a metà tra ciuchi e somari, caratterizzati dalla foggia cranica dei primi e dal senso dell’algebra dei secondi.

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