Si chiama Noise Map e l'ha "disegnata" la rivista atonalmgzn: raccoglie 924 band e artisti italiani, è in perenne aggiornamento, chiunque può segnalare la sua band locale preferita e aggiungerla all'elenco.
OpenAI ha trovato la soluzione per la pessima reputazione di cui godono i data center: smettere di chiamarli data center
L'azienda propone di chiamarli compute campus, rebranding che dovrebbe servire a far passare tutte le ansie e le paure attorno a queste infrastrutture.
Se siete preoccupati all’idea che vicino alla vostra casa venga costruito un data center (al ritmo attuale non passerà molto tempo prima che ognuno di noi se ne ritrovi uno in giardino o sul balcone), OpenAI ha pronta per voi una soluzione: smettere di chiamarli data center e iniziate a chiamarli invece compute campus – campus del calcolo, più o meno – vedrete che così tutte le vostre ansie e paure passeranno. Sull’efficacia di questo rimedio per l’ansia non ci sentiamo di garantire, ma confermiamo che OpenAI vorrebbe davvero che la smettessimo di chiamare i data center data center. Lo ha confermato un portavoce dell’azienda a Business Insider, spiegando che la nuova espressione compute campus «descrive meglio la portata e il ruolo» delle infrastrutture che OpenAI sta costruendo per l’intelligenza artificiale, che sarebbero «investimenti a lungo termine in calcolo, infrastrutture energetiche e lavoro qualificato». E ha aggiunto che l’azienda vuole che le comunità che le ospitano contribuiscano a darle forma e «condividano le opportunità» che creano. La notizia, ripresa anche da Gizmodo, ha tutta l’aria di un’operazione di rebranding, e il motivo è facile da intuire: i data center, negli Stati Uniti, stanno diventando sempre più impopolari.
Lo dicono i numeri. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto tra luglio e agosto, il 54 per cento degli americani pensa che i data center facciano più male che bene all’ambiente, contro il 39 per cento di inizio anno; la metà li considera negativi per le bollette dell’energia e il 49 per cento per la qualità della vita della zona in cui sorgono. Solo il 4 per cento ne dà un giudizio positivo su ambiente, costi energetici e qualità della vita, e il 60 per cento si dice poco o per nulla favorevole all’apertura di un nuovo data center vicino a casa. Lo sa bene anche Sam Altman, che ad agosto, in un’intervista a Time ripresa da PC Gamer, ha ammesso che «la gente odia i data center, almeno per ora».
Il tempismo non è casuale. I data center sono diventati un tema politico in vista delle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre, e altre grandi aziende tecnologiche, da Meta ad Amazon a Microsoft, hanno già promesso milioni di dollari alle comunità e alle scuole che vivono accanto ai loro impianti. OpenAI, per ora, ha scelto la strada più economica: cambiare parola. Del resto «campus» evoca prati, biblioteche e studenti che passeggiano tra un edificio e l’altro, molto più di capannoni pieni di server, consumi energetici e impianti di raffreddamento. Resta da vedere se basterà un nome nuovo a far cambiare idea a chi, quei capannoni, se li ritrova dietro casa.