Il regista ha già scritto il film tratto dal suo romanzo Consumed, ma non trova i soldi per girarlo. «È molto difficile fare cinema indipendente», dice.
Tra gli studenti di Harvard stanno facendo a gara per iscriversi a un difficilissimo corso di letteratura in cui si legge un “mattone” a settimana
Omero, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, James Baldwin, Adam Smith: questi sono solo alcuni dei classici che bisogna leggere (e in fretta) per passare il corso Humanities 10 a Harvard.
Quest’anno 180 matricole di Harvard hanno fatto domanda per entrare in Humanities 10, un corso in cui si legge un libro impegnativo a settimana e si scrivono saggi di continuo, telefoni e computer sono vietati, le presenze vengono controllate a ogni lezione e chi arriva in ritardo riceve un richiamo formale. I posti sono novanta, e per candidarsi bisogna scrivere un saggio (ovviamente). Le domande di iscrizione sono aumentate del 40 per cento, soprattutto grazie al passaparola degli ex studenti, che sui social si fanno chiamare «Hum Alums», e il corso è diventato uno dei casi più sorprendenti dell’offerta di Harvard, quasi un’istituzione del campus.
Come scrive il Wall Street Journal, Humanities 10 è nato da una cena tra Stephen Greenblatt e Louis Menand, due celebri professori di letteratura inglese e autori di bestseller, come la versione di Harvard dei corsi sui classici di Columbia e Yale e come un modo per frenare il calo d’interesse degli studenti per le materie umanistiche (il corso, preceduto da un seminario più piccolo tenuto dai due, è partito nell’autunno del 2014). Nella descrizione non compaiono parole come «canone», «grandi libri» o «civiltà occidentale», che nelle università americane sono diventate terreno di scontro, ma il programma è decisamente tradizionale: nel primo semestre si comincia con l’Odissea e si arriva all’Ulisse di Joyce, nel secondo si torna indietro fino all’Iliade, passando per Platone, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza e James Baldwin, con incursioni nella filosofia e nell’economia, fino alla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith. A insegnare è una squadra di docenti che si alternano: ognuno sceglie due libri, assiste a tutte le lezioni dei colleghi e tiene seminari anche su opere che non aveva mai letto, come uno studente tra gli studenti.
Nelle domande di ammissione e nelle interviste gli studenti spiegano di volere esattamente questo: essere costretti a leggere classici che da soli non affronterebbero, riallenare un’attenzione sempre più frammentata e trovare un antidoto a quella che noi chiamiamo intelligenza artificiale e loro chiamano semplicemente «la Macchina». Più di uno racconta, con un certo disprezzo, che i compagni che non seguono il corso gli chiedono perché non si limitino a far leggere i libri assegnati all’intelligenza artificiale. Anche David Elmer, uno dei due professori che coordinano Humanities 10, ha la sensazione che molti studenti vivano in una cultura poco ospitale verso la lettura e il pensiero profondi, anche se non sa dire quanto questo dipenda dall’intelligenza artificiale.