I libri del mese

Un po' di consigli di lettura, dalla redazione di Rivista Studio.

di Studio
02 Novembre 2026

Daniel Kraus, Angel Down (Ne/oN)
Traduzione di Andrea Cassini
La premessa narrativa di Angel Down, il romanzo con cui ha vinto il Premio Pulitzer 2026, è di quelle che ti fanno dire: che cosa? Le reazioni possono essere opposte, in seguito. Il fedele al realismo scuoterà la testa, lasciando il libro dov’è, con un sorriso di scherno. Io, al contrario, ho sentito un formicolio di entusiasmo che è salito rapido come l’effetto di una sostanza, è diventata un’eccitazione, la smania di infilarsi immediatamente dentro la trama di questa avventura incredibile. La premessa dice: quattro soldati americani, dalla trincea della Prima guerra mondiale, vanno a cercare un compagno ferito, di cui sentono solo l’insopportabile urlo; quando lo trovano, nel fango delle Argonne, si accorgono che è un angelo caduto dal cielo. Verificate l’effetto che vi sta facendo, senza fretta. Io sono convinto che ci sia solo una reazione possibile per chi ama la letteratura. C’è tanto, di umano, in questo libro: c’è che il soldato più importante di questa banda di fratelli scalcagnata e umanamente distrutta, Cyril Bagger, ha un affetto nascosto, ma paterno e dolce, per un soldatino quattordicenne a cui legge, la notte, le storie di Tarzan per tranquillizzarlo; c’è che la lingua di Kraus rende al meglio quando mostra nel dettaglio l’orrore, lo squallore della guerra; c’è che l’angelo, nel mondo più maschile e violento che ci sia, è una donna, l’unica lei di tutto il libro. Infine, la prosa di Kraus una cavalcata senza punti fermi, forse omaggio di un altro libro violento e sognante che, per certi versi, somiglia al suo, ed è quel capolavoro di Zona di Mathias Enard (Davide Coppo)

Nicola Lagioia, Santa Barbara (Einaudi)Quando cerco di spiegare ad amici e colleghi che non c’è niente di più profondamente pagano del Sud Italia, costretto al cattolicesimo solo nella metà del secolo scorso, quell’affermazione si scontra con un mondo di stereotipie, di anziane costantemente a lutto che sgranano il rosario, di “Madonne al mio paese sul sagrato delle chiese” di una certa estetica del dolore mariano, sempre penitente e dimesso. Nel suo nuovo libro, Lagioia torna in Puglia per raccontarci una storia familiare che si snoda e trova apparente risposta nei voti e nei desideri sussurrati a bocca stretta, al cospetto di una Santa a cui si chiedono vendette, disgrazie e morte per punire chi ha osato cercare una felicità al di fuori dell’ordine costituito. Tramandando da una generazione all’altra – nonostante la modernità che arriva a renderci tutti più presentabili, all’apparenza – una rabbia ferina che non è mai stata capace di essere addomesticata da nessuno, neanche dalla religione. (Giuliana Matarrese)

Douglas Stuart, John figlio di John (Mondadori)
Traduzione di Carlo Prosperi
Chiunque sia uscito di casa con un maglione di lana e sia stato sorpreso da un acquazzone, uno di quelli che arrivano senza preavviso, conosce la sensazione. Il peso che cresce a ogni passo, l’odore lana bagnata, il freddo che si attacca alla pelle e non se ne va. È la stessa che i personaggi di John figlio di John si portano addosso per tutto il libro, e non per caso, visto che Douglas Stuart li ha messi su Harris, l’isola da cui viene il tweed nelle Ebridi esterne scozzesi. La pioggia, qui, è fatta di silenzi tra padre e figlio, di una fede che non perdona niente, di desideri che su un’isola così piccola è meglio non dire ad alta voce. Nessuno di loro però si limita a restare bagnato. Si cercano, si stringono, si scaldano a vicenda come possono, con poche parole e qualche gesto goffo, resistono al mondo e per un po’ il calore torna davvero. Poi arriva lo scroscio successivo e si ricomincia da capo. Stuart racconta questo ciclo con minuzia e pazienza, senza mai promettere che prima o poi smetterà di piovere. (Alberto Biondi)

Jonathan Bazzi, Bestiola (Mondadori)Di fronte a un presente così stupidamente orribile e crudele, in una Milano così brutta che sembra creata con l’AI, tormentati dall’invidia e dall’ammirazione nei confronti di chi è più capace di vivere di noi, non resta che rifugiarsi tra le mura domestiche, in compagnia di due gatti. La perfetta semplicità del legame con un animale sembra il ricordo di un tipo di bellezza a cui non potremo mai più avere accesso – un rapporto trasformativo che Jonathan Bazzi si ferma a raccontare proprio dopo che l’ha perso, facendosi aiutare da una piccola selezione di “animali famosi” (tipo Carlo, il cane di Emily Dickinson). Un racconto intimo eppure universale che procede come un trenino ribelle, deragliando tra i resoconti delle tediose sfide fisiche e mentali che la vita quotidiana costringe ad affrontare, incastrandosi nelle complicatissime e disgraziate dinamiche che si instaurano con gli altri esseri umani (soprattutto con i più vicini), oppure bloccandosi masochisticamente nell’osservazione di sé e dei propri limiti, per poi tornare sempre a scivolare sullo stesso binario, dritto e infinito, quello dell’amore per qualcuno che non c’è più. (Clara Mazzoleni)

Clara Sereni, Casalinghitudine (La Tartaruga)Ci sono dei libri che non possono essere catalogati in un unico modo. E si fatica un po’, anche quando si leggono o si raccomandano, a far percepire il valore che hanno e l’importanza che potrebbero avere per chi poi si ritroverebbe ad avere un oggetto in più, una lente in più per codificare il reale. Casalinghitudine di Clara Sereni è uno di questi. Sin da quando è uscito nella sua prima edizione – nel 1987 – ha sofferto dell’essere descritto come un ricettario, un memoir, dei racconti. Perché tutto si mescola, e dalla ricetta degli gnocchi al semolino si può parlare di infanzia, di ebraismo, di borghesia. In un certo senso Sereni con questo libro ha dato il via a un genere che prima non esisteva e siccome spesso l’archivistica e la definizione hanno un’importanza fin troppo esagerata, ha fatto fatica a essere diffuso come un ricettario e amato come un romanzo di vita. Persino il titolo, Casalinghitudine, che io trovo bellissimo e ormai termine condiviso, ma ai tempi neologismo, non piaceva a Natalia Ginzburg, seppur sacerdotessa di un certo modo di scrivere e di raccontarsi. Invece basta questo titolo, ora, in questi mesi autunnali ancora di più, per approcciarlo come un piccolo tesoro di parole perfetto per accoccolarsi nel tepore di una casa, curiosi di una ricetta per un piatto un po’ retro’ ma in verità vero “comfort food” (come i suddetti gnocchi al semolino, la pasta al burro, o una frittata) e sentirsi allo stesso tempo riscaldati da uno spaccato di vita o colpiti da un punto di vista sulle cose mai banale, ed estremamente chiaro, a fuoco. Esattamente come è questo volume, che apparentemente potrebbe essere soltanto un ricettario, e che La Tartaruga ha deciso di ripubblicare grazie al lavoro di Benedetta Centovalli e Claudia Durastanti. (Teresa Bellemo)

Giulio Silvano, Hanno vinto loro (Frassinelli)
Un’infanzia noiosa non si supera mai davvero. Uno passa tutto il grosso pezzo di vita che viene dopo l’infanzia a riempire il buco scavato da quella noia inspiegabile e inaccettabile, prendendo decisioni apparentemente autolesioniste come spendere tutta la legittima per andarsene a vivere a Parigi, a bere caffè al bar e guardare film al cinema. Ma che altro si può fare per avere la vita avventurosa che ognuno di noi si merita? Almeno lo sforzo di mettere le basi per una vita avventurosa va fatto, e certamente le probabilità di vivere un’avventura sono più alte a Parigi che nei luoghi in cui nascono e crescono i bambini maledetti da un’infanzia noiosa. Hanno vinto loro di Giulio Silvano è il romanzo-vendetta di tutti i bambini che hanno passato troppi anni in un paese come tanti, cresciuti in una famiglia troppo ceto medio progressista, a frequentare una scuola in cui non c’è nemmeno un compagno che capisca perché gli X-Men scritti da Chris Claremont sono uno dei picchi della letteratura americana. Tutto mentre il mondo – cioè la cultura pop americana – diceva loro che quello era l’unico momento della vita in cui avrebbero potuto sfrecciare su biciclette volanti, seguire delle rotaie abbandonate alla ricerca di un cadavere, sopravvivere alla camminata sull’asse a bordo del galeone di Willy l’orbo. E che resta da fare a un bambino così annoiato? Inventarsela, un’avventura. Che vuol dire che da grande si trasferirà a Parigi a sperperare l’eredità – o magari diventerà uno scrittore o un Millennial che non si è mai davvero fermato a elaborare il G8 di Genova e la caduta delle Torri Gemelle – ma finché è piccolo vuol dire accontentarsi di quel che c’è, cioè mitizzare e glorificare la prima cosa che spunti sopra il per dell’ordinario. Anche se quel che c’è è una specie di Ernst Stavro Blofeld della Prima Repubblica, impeccabile gusto nel vestire e discutibile rapporto con la verità, costretto ad annoiarsi in provincia perché per certi uomini il fato e la legge non potrebbero inventarsi punizione peggiore. Per certi uomini, ma pure per certi bambini.

Fare il giudice del Booker Prize è un sport estremo, un mestiere usurante, una missione impossibile

Per scegliere i 6 finalisti i giurati devono leggere 163 libri in 7 mesi, praticamente uno al giorno. Per riuscirci ognuno s'inventa un metodo suo, tra diete liquide, notti insonni e gare di velocità.

Maledetta primavera è diventata una delle canzoni delle proteste in Italia e il merito è tutto di un centro sociale milanese

Il Centro sociale autogestito Lambretta la mette in tutte le sue serate e in tutte le sue manifestazioni. I video in cui viene cantata sono diventati virali e ora la voce di Loretta Goggi la si sente sempre più spesso nelle proteste.