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11:42 mercoledì 4 novembre 2026
Dopo quasi dieci anni, i fratelli Coen sono finalmente tornati a fare un film insieme Netflix ha comprato il nuovo film di Joel Coen, un mistero gotico ambientato nelle Highlands con Patsy Ferran e Josh O’Connor. In sala nell’autunno 2027, con una sorpresa: la sceneggiatura l'ha scritta assieme al fratello Ethan.
I Repubblicani sono riusciti a perdere malissimo le elezioni di metà mandato nonostante i miliardari americani li abbiano finanziati con quasi un miliardo di dollari (444 milioni li ha spesi Elon Musk da solo) Il donatore più generoso di queste elezioni ha puntato sulle sfide per il Senato in Texas, Ohio, Iowa e Maine. Le hanno vinte tutte i democratici, che si sono ripresi Camera e Senato.
Tra gli studenti di Harvard stanno facendo a gara per iscriversi a un difficilissimo corso di letteratura in cui si legge un “mattone” a settimana Omero, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, James Baldwin, Adam Smith: questi sono solo alcuni dei classici che bisogna leggere (e in fretta) per passare il corso Humanities 10 a Harvard.
I diplomatici europei si sono convinti che uno dei principali ostacoli alla pace in Ucraina sia il fatto che a Trump sta proprio antipatico Zelensky Trump dice che la Russia «si è comportata bene» e attacca Zelensky, mentre Kallas accusa gli Usa di spingere Kyiv alla resa. Diplomatici ed esperti europei spiegano cosa c’è dietro: affinità con gli autocrati, affari e un’antipatia che risale al 2019.
David Cronenberg ha tutto pronto per il suo prossimo film, ma non può iniziare a girarlo perché non trova nessuno che lo finanzi Il regista ha già scritto il film tratto dal suo romanzo Consumed, ma non trova i soldi per girarlo. «È molto difficile fare cinema indipendente», dice.
OpenAI ha trovato la soluzione per la pessima reputazione di cui godono i data center: smettere di chiamarli data center L'azienda propone di chiamarli compute campus, rebranding che dovrebbe servire a far passare tutte le ansie e le paure attorno a queste infrastrutture.
C’è una mappa che segnala tutte le band punk, post-punk, shoegaze, screamo, alt-rock, emo attive in Italia, regione per regione, città per città Si chiama Noise Map e l'ha "disegnata" la rivista atonalmgzn: raccoglie 924 band e artisti italiani, è in perenne aggiornamento, chiunque può segnalare la sua band locale preferita e aggiungerla all'elenco.
Un cinema olandese vuole ipnotizzare gli spettatori per fargli rivedere film che hanno già visto come se non li avessero mai visti Il 9 novembre, all’Aia, trenta spettatori verranno ipnotizzati per dimenticare la trama di un film tra Matrix, Se7en, La La Land o Interstellar e rivederlo come fosse la prima volta.

The notebooks of Giacomo Leopardi

Nel Regno Unito e negli Usa, la recente traduzione inglese dello Zibaldone di Leopardi è diventata occasione di dibattito sull'eredità dell'intellettuale di Recanati.

11 Novembre 2013

La pubblicazione dello Zibaldone leopardiano in lingua inglese, avvenuta la scorsa estate negli Usa da Farrar, Straus and Giroux e in Gran Bretagna da Penguin, ha fatto sensazione nella comunità intellettuale internazionale, rimettendo in discussione uno degli autori più noti e più complessi, e pare meno adeguatamente apprezzati, della letteratura italiana. La pubblicazione, accolta dal filosofo inglese John Gray come «evento fondamentale della storia delle idee», inserisce Leopardi nel canone occidentale come pensatore di rilievo, aprendo nuove prospettive di ricerca e interrogativi importanti sullo stato attuale della cultura italiana.

Se il riconoscimento del genio radicale e dell’originalità di Giacomo Leopardi al di fuori della sua nativa Italia è stato sporadico, come conferma l’introduzione al libro Zibaldone – The notebooks of Giacomo Leopardi, anche in Italia l’autore è stato in qualche modo sottovalutato. L’intellettuale recanatese lo ricordiamo tutti come poeta erudito dalla sensibilità romantica e dal pessimismo viscerale, dovuto in parte al lungo isolamento nella biblioteca di famiglia. Ma Leopardi fu molto di più. Nel suo diario personale—lo Zibaldone appunto—rimasto fino ad ora sua opera meno conosciuta, Leopardi sviluppa appieno il pensiero filosofico, compiendo una delle analisi critiche più raffinate e prescienti della modernità e dei suoi problemi: i «progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni» che «producono la barbarie», perché «un popolo oltremodo illuminato non diventa mica civilissimo, […] ma barbaro» (Z 22); paradosso solo apparente al quale se la società di Leopardi si incamminava «a gran passi», la nostra è arrivata pienamente.

La critica di Leopardi investe l’intera tradizione liberale occidentale, nata dallo sforzo di riordinare la realtà secondo principi di razionalità e universalismo. Più tali principi prendono piede, infatti, peggio diventano i popoli e i secoli: «[q]uanto piú […] da un lato i principii sono meglio stabiliti, definiti, divulgati, chiariti, specificati, e formati» e «l’uomo n’è imbevuto profondamente, e radicatamente persuaso; dall’altro lato quanto piú le opere contrastano a questi principii, tanto piú l’uomo è malvagio» (Z 710-711). Spesso anzi i «gran progressi e il gran divulgamento dei lumi chiari e determinati della morale universale» (Z 81) possono servire da giustificazione alla brutalità e all’oppressione. L’avanzamento del sapere razionale, distruggendo le illusioni necessarie alla felicità umana, apre la strada al nichilismo moderno, o, scrive Gray nella sua critica per il New Statesman, «la percezione che gli esseri umani siano un incidente insignificante in un sistema noncurante de, e indipendente da, i loro sistemi e valori»; sta alla peosia di ricreare le illusioni di cui l’uomo ha bisogno e che la religione non può più dargli. La filologia nello Zibaldone, il suo aspetto finora più conosciuto e studiato, non è fine a se stessa ma utile a Leopardi per corroborare le sue tesi sull’umanità, la religione, l’etica e la cultura contemporanee, la filosofia e la scienza, in uno stile che anticipa alcuni dei pensatori più importanti della modernità come Nietzsche o Benjamin.

In uno scambio di e-mail con il Professor Franco D’Intino del Leopardi Centre di Birmingham, co-editore insieme a Michael Caesar del libro, ho cercato di capire quale esattamente sia il valore della riscoperta di Leopardi e quali le implicazioni per l’Italia.

«Leopardi si colloca a uno snodo fondamentale del pensiero moderno: viene dopo l’esaurimento della forza propulsiva dell’illuminismo, dopo i sistemi di Kant e Hegel, dopo la prima fase, eroica, del romanticismo. Nonostante il suo desiderio di costruirsi un sistema, Leopardi affronta tutti i problemi fondamentali posti dal pensiero europeo nei due secoli precedenti, diciamo da Galileo e Cartesio in poi, in modo libero, personale, antiaccademico e antisistematico», scrive. «In questo, così come in molti altri aspetti, annuncia il futuro, e non a caso vi ritroviamo centinaia di idee o germi di idee che saranno elaborate e sviluppate nell’Otto e nel Novecento. È evidente che il suo punto di vista su metafisica, etica, estetica, antropologia, psicologia, linguistica, e soprattutto la sua capacità di sovrapporre e mettere a confronto questi e altri ambiti è un frutto assai prezioso e raro. Una tale libertà e forza di pensiero, unita a tale ampiezza di prospettive, la troviamo in pochissime altre figure, per esempio, per restare nell’Ottocento, Nietzsche».

Ma allora come è stato possibile che lo Zibaldone sia stato storicamente così gravemente sottovalutato? In parte, la responsabilità sarebbe da attribuire «all’eredità della cultura idealistica. Ma anche agli steccati disciplinari. Leopardi è stato tradizionalmente studiato soprattutto dai critici letterari, che solo in alcuni casi hanno attraversato altri ambiti, privilegiando di norma la poesia come fatto stilistico-espressivo-formale individuale, non come manifestazione del pensiero e parte della sua storia. Ci sono state molte eccezioni, molte letture profonde e illuminanti, ma Leopardi non è ancora diventato patrimonio di tutti gli studiosi, ovvero un luogo di incontro tra discipline».

Lo Zibaldone riunisce tutti i campi del sapere in una sorta di «enciclopedismo moderno, fluido, e interrogativo» (Introduzione, p. xiv) che se da una parte si rifà agli antichi, dall’altra anticipa il metodo multidisciplinare che va riaffermandosi soprattutto nell’accademia anglossassone (si pensi ai Cultural Studies e gli Science and Technology Studies). La visione olistica della cultura umana e il metodo fluido e antisistematico, punti di forza e attualità per i commentatori esteri, creano invece un ostacolo all’apprezzamento dell’opera in Italia, dove la multidisciplinareità è ancora molto poco sviluppata e apprezzata come metodo di indagine o di organizzazione del sapere. È forse per questo motivo, in considerazione di un ambiente accademico internazionale più propizio, che si è voluta intraprendere l’opera di traduzione.

«In Italia si è fatto molto, dando per scontata la grandezza di Leopardi, ma non abbastanza per esportarlo» commenta D’Intino. «Diciamo che vederlo apprezzare (e interpretare) dalle altre culture dà una spinta propulsiva, e forse idee nuove, che forse non si avrebbero restando in casa. La stessa cosa è accaduta con Vico e con Gramsci, molto letti e amati nel mondo anglofono». Se la traduzione inglese sicuramente inserisce l’opera in un contesto culturale più ampio e vario di quello italiano, la necessità dell’operazione punta (perdonate il cliché) al conservatorismo della scena intellettuale italiana, che sembra restìa a ogni cambiamento, quasi che la spinta per riconsiderare uno dei suoi esponenti più alti debba arrivare da fuori per essere considerata legittima.  Eppure, le implicazioni per la cultura italiana sono enormi. «Leopardi è un pensatore globale, europeo, ma anche nazionale», scrive D’Intino. «Nel senso che è stato uno dei pochi a capire la natura profonda dell’Italia, i suoi problemi, le sue peculiarità. Dovremmo farlo leggere, commentare nelle scuole di tutti gli ordini e gradi. In fondo la sua prosa è semplice e diretta, dice cose che tutti sono in grado di capire. Se fossimo più attenti al suo pensiero potremmo ricavarne molte categorie interpretative per capire quel che sta avvenendo oggi, e molte idee, mentre siamo solo capaci di sprecare energie e talenti (e anche patrimoni culturali, autori, opere). Purtroppo “chi governa non legge poemi” (Z 3159). E neanche lo Zibaldone». È un gran peccato.

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