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23:04 lunedì 20 aprile 2026
Sono stati ritrovati i Piss Poems di Sufjan Stevens, il blocchetto in cui da giovane il cantautore scriveva una poesia ogni volta che gli scappava la pipì A lungo si è pensato non esistessero affatto o fossero andati perduti. Ora un ex collega universitario di Stevens ha rivelato di averli conservati per anni.
Nel programma della Scala di quest’anno c’è anche il cineconcerto di di Fellini E per i prossimi tre anni i cineconcerti saranno stabilmente parte degli spettacoli del Teatro: nel 2027 ci sarà Tempi Moderni di Chaplin e nel 2028 un concerto dedicato ai film di Ennio Morricone.
L’AI sta facendo perdere il lavoro a così tante persone che si inizia a parlare di mega layoff, cioè di mega licenziamenti A quanto pare sta diventando un vero e proprio "trend" tra le aziende, tanto che molte licenziano anche se non sono in difficoltà economiche.
È stato annunciato un altro sequel di Top Gun e ovviamente anche stavolta il protagonista sarà Tom Cruise Del film si sa ancora pochissimo, ma l'unica conferma che importa davvero c'è già: Maverick non va in pensione, nemmeno a 63 anni.
Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra I prezzi delle case in città sono aumentati del 57 per cento nell’ultimo decennio, mentre gli affitti sono saliti di oltre il 70 per cento.
Gli Strokes hanno usato il palco del Coachella per denunciare tutti i crimini che gli Usa hanno commesso nel mondo dagli anni ’50 a oggi Lo hanno fatto con un video in cui mostravano i colpi di Stato in Cile, Bolivia, Congo (solo per citarne alcuni) e poi i bombardamenti su Gaza e Iran.
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Internet-centrismo

Quelli che "la rete ci rende liberi" e "internet salverà il mondo". Il giornalista Evgeny Morozov e la sua critica sistematica alla rete come religione.

05 Aprile 2013

Utilizzando “Morozov” come chiave di ricerca su Google, ci troviamo dinnanzi a risultati che riguardano due persone: una si chiama Vladimir, è un ragazzetto nato nel 1992 a Novosibirsk, il gelido hub della Transiberiana, e di mestiere fa la promessa del nuoto in vasca corta. L’astro nascente di Vladimir è però oscurato – perlomeno negli algoritmi dei motori di ricerca – dall’altro personaggio, Evgeny. Evgeny Morozov è nato nel 1984 a Soligorsk, in Bielorussia, figlio di minatori del posto. È un giornalista, accademico e autore di bestseller sulle interazioni fra Web e ambito socio-politico.

Il suo ultimo libro si intitola To Save Everything, Click Here (“Per salvare tutto, clicca qui”). Si tratta, nell’essenza, di una critica sistemica all’Internet-centrism, ovvero ciò che Morozov considera la diffusa attitudine a considerare la Rete come un’entità a se stante, perfettamente logica e immutabile, tanto che l’obiettivo prefissato dall’autore diventa «impedire la reificazione di Internet come qualcosa da preservare, alla stregua di come si vuole conservare la Costituzione americana così com’è scritta.»

I destinatari del libro di Morozov sono i vari Mark Zuckerberg, Sergey Brin e Larry Page, David Kelly, David Weinberger: i più accorati difensori del Web in quanto tale, considerato non come un network fisico di reti e server, ma come la via maestra ed esclusiva per perfezionare l’esperienza umana. Google ad esempio – argomenta l’autore – può nascondersi dietro dichiarazioni entusiaste sul carattere open dei suoi sistemi, quando nei fatti opta per scelte aziendali che vanno nella direzione opposta.

Negli ultimi giorni Evgeny ha animato vivaci scambi di battute con alcune delle personalità più influenti del club degli apologeti della “Rete libera”: prima ha puntato le armi contro Tim O’Reilly, l’irlandese fondatore del colosso di divulgazione tecnologica che porta il suo nome e santone dell’open source, poi ha dato dell’invidioso a Jimmy Wales, ideatore di Wikipedia, e – dulcis in fundo – si è reso protagonista di un lungo dibattito con Farhad Manjoo, firma di punta del magazine Slate.

Un tale record di screzi e mutevoli accuse potrebbe sembrare il trofeo di un polemista in cerca di attenzione. In realtà il personaggio-Morozov è proprio così, sic et simpliciter. Un inconsapevole istrione che, quando, nel 2011, il blogger-giornalista Jeff Jarvis pubblicò un libro-denuncia per sostenere che la fortuna del movimento Open Web avrebbe richiesto una maggiore disponibilità degli utenti a sacrificare parte della loro privacy, commentò: «Questo libro avrebbe dovuto restare un tweet». Un fine analista delle interazioni fra le nuove tecnologie e il mondo circostante che da anni ha scelto di chiudere in una cassaforte router e smartphone per alcune ore al giorno, per non distrarsi troppo, ma – se interpellato sul tema – chiosa: «Guardate, non sono un dannato romantico come Nick Carr (autore di Internet ci rende stupidi?, Nda)».

«Questi termini che a te sembrano non problematici – “Internet”, “tecnologia”, “il mondo digitale” – in realtà creano una profonda confusione; perdiamo di vista i ruoli che interpretano nel plasmare l’opinione pubblica».

Farhad Manjoo su Slate ha obiettato il carattere eccessivo di alcune affermazioni di Morozov, finalizzate a smontare i toni salvifici dei guru dell’innovazione digitale, giudicandole poco contigue con la realtà e immotivatamente distopiche. Nell’ultima delle lunghe lettere di risposta di Morozov, quest’ultimo ha chiarito il suo punto di vista sulla retorica dell’Internet-centrismo, che riguarda anche le principali aziende della Silicon Valley e il loro grado di influenza sull’agone politico e sociale: «Una delle principali affermazioni che faccio è che tutti questi termini che a te sembrano non problematici – “Internet”, “tecnologia”, “il mondo digitale” – in realtà creano una profonda confusione; perdiamo di vista i ruoli che interpretano nel plasmare l’opinione pubblica. Anche nella tua replica scrivi “chiunque altro pensi o scriva del mondo digitale” – ma che significato ha “digitale” in “mondo digitale”, in realtà? […] Per te, il “digitale” come regno separato è ormai un concetto abituale, ma ha una storia complicata che si è gradualmente resa invisibile, mentre noi ci abituavamo al termine».

Un secondo cardine concettuale del libro ha nel “soluzionismo” – termine mutuato dall’architettura – il suo bersaglio polemico; quando aziende come Google, Facebook o Amazon fanno scelte di business, hanno campo libero nel farle passare, in una sorta di finalismo 2.0, per soluzioni ai problemi della società contemporanea. Molto spesso, argomenta Morozov, «cercano la risposta prima ancora che esista una domanda».

Si è recentemente espresso, su Repubblica, anche sui grillini, per cui il Web sarebbe stato «un trucco per legittimare un movimento di dilettanti».

La riflessione dello studioso non è una mera questione di attinenza filosofica, né un ardito esercizio di linguistica. A ben vedere, è parte integrante di  una lucida analisi che – in maniera analoga a quella contenuta nell’opera prima del bielorusso, L’ingenuità della Rete – sviscera le contraddizioni e le ipocrisie di una certa retorica mendace che da anni domina le discussioni sulla tecnologia (ed è obbligatorio, a questo punto, ricordare che lo scrittore si è recentemente espresso, su Repubblica, anche sui grillini, per cui il Web sarebbe stato «un trucco per legittimare un movimento di dilettanti»). Citando, caso per caso, i vari Jeff Jarvis, Clay Shirky, Jeff Bezos e Jimmy Wales, l’autore ribadisce la sua genuina verve accusatoria, ma non si concede il lusso di non attenersi a elementi fattuali: analizza, snocciola e ricompone col sapiente uso di ironia, dialettica e capacità critica. A tratti è quasi altezzoso, sì: come molti geni lo sono stati e lo saranno, d’atronde. Se il fine è quello di porre in atto il crepuscolo degli idoli delle nuove tecnologie, gli si potranno perdonare anche qualche iperbole e un ricorso forse eccessivo a scenari distopici.

Il vero merito di Evgeny Morozov, che domina i risultati di ricerca di Google a scapito di un giovane nuotatore russo, è innanzitutto quello di promuovere l’affiancamento del freddo raziocinio alla retorica ad effetto tipica degli ambienti che ha deciso di esplorare. Semi-citando Abbie Hoffman: certo, è giovane, è arrogante, a tratti è ridicolo, è eccessivo, talvolta è avventato. Ma ha ragione.

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