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Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

Internet-centrismo

Quelli che "la rete ci rende liberi" e "internet salverà il mondo". Il giornalista Evgeny Morozov e la sua critica sistematica alla rete come religione.

05 Aprile 2013

Utilizzando “Morozov” come chiave di ricerca su Google, ci troviamo dinnanzi a risultati che riguardano due persone: una si chiama Vladimir, è un ragazzetto nato nel 1992 a Novosibirsk, il gelido hub della Transiberiana, e di mestiere fa la promessa del nuoto in vasca corta. L’astro nascente di Vladimir è però oscurato – perlomeno negli algoritmi dei motori di ricerca – dall’altro personaggio, Evgeny. Evgeny Morozov è nato nel 1984 a Soligorsk, in Bielorussia, figlio di minatori del posto. È un giornalista, accademico e autore di bestseller sulle interazioni fra Web e ambito socio-politico.

Il suo ultimo libro si intitola To Save Everything, Click Here (“Per salvare tutto, clicca qui”). Si tratta, nell’essenza, di una critica sistemica all’Internet-centrism, ovvero ciò che Morozov considera la diffusa attitudine a considerare la Rete come un’entità a se stante, perfettamente logica e immutabile, tanto che l’obiettivo prefissato dall’autore diventa «impedire la reificazione di Internet come qualcosa da preservare, alla stregua di come si vuole conservare la Costituzione americana così com’è scritta.»

I destinatari del libro di Morozov sono i vari Mark Zuckerberg, Sergey Brin e Larry Page, David Kelly, David Weinberger: i più accorati difensori del Web in quanto tale, considerato non come un network fisico di reti e server, ma come la via maestra ed esclusiva per perfezionare l’esperienza umana. Google ad esempio – argomenta l’autore – può nascondersi dietro dichiarazioni entusiaste sul carattere open dei suoi sistemi, quando nei fatti opta per scelte aziendali che vanno nella direzione opposta.

Negli ultimi giorni Evgeny ha animato vivaci scambi di battute con alcune delle personalità più influenti del club degli apologeti della “Rete libera”: prima ha puntato le armi contro Tim O’Reilly, l’irlandese fondatore del colosso di divulgazione tecnologica che porta il suo nome e santone dell’open source, poi ha dato dell’invidioso a Jimmy Wales, ideatore di Wikipedia, e – dulcis in fundo – si è reso protagonista di un lungo dibattito con Farhad Manjoo, firma di punta del magazine Slate.

Un tale record di screzi e mutevoli accuse potrebbe sembrare il trofeo di un polemista in cerca di attenzione. In realtà il personaggio-Morozov è proprio così, sic et simpliciter. Un inconsapevole istrione che, quando, nel 2011, il blogger-giornalista Jeff Jarvis pubblicò un libro-denuncia per sostenere che la fortuna del movimento Open Web avrebbe richiesto una maggiore disponibilità degli utenti a sacrificare parte della loro privacy, commentò: «Questo libro avrebbe dovuto restare un tweet». Un fine analista delle interazioni fra le nuove tecnologie e il mondo circostante che da anni ha scelto di chiudere in una cassaforte router e smartphone per alcune ore al giorno, per non distrarsi troppo, ma – se interpellato sul tema – chiosa: «Guardate, non sono un dannato romantico come Nick Carr (autore di Internet ci rende stupidi?, Nda)».

«Questi termini che a te sembrano non problematici – “Internet”, “tecnologia”, “il mondo digitale” – in realtà creano una profonda confusione; perdiamo di vista i ruoli che interpretano nel plasmare l’opinione pubblica».

Farhad Manjoo su Slate ha obiettato il carattere eccessivo di alcune affermazioni di Morozov, finalizzate a smontare i toni salvifici dei guru dell’innovazione digitale, giudicandole poco contigue con la realtà e immotivatamente distopiche. Nell’ultima delle lunghe lettere di risposta di Morozov, quest’ultimo ha chiarito il suo punto di vista sulla retorica dell’Internet-centrismo, che riguarda anche le principali aziende della Silicon Valley e il loro grado di influenza sull’agone politico e sociale: «Una delle principali affermazioni che faccio è che tutti questi termini che a te sembrano non problematici – “Internet”, “tecnologia”, “il mondo digitale” – in realtà creano una profonda confusione; perdiamo di vista i ruoli che interpretano nel plasmare l’opinione pubblica. Anche nella tua replica scrivi “chiunque altro pensi o scriva del mondo digitale” – ma che significato ha “digitale” in “mondo digitale”, in realtà? […] Per te, il “digitale” come regno separato è ormai un concetto abituale, ma ha una storia complicata che si è gradualmente resa invisibile, mentre noi ci abituavamo al termine».

Un secondo cardine concettuale del libro ha nel “soluzionismo” – termine mutuato dall’architettura – il suo bersaglio polemico; quando aziende come Google, Facebook o Amazon fanno scelte di business, hanno campo libero nel farle passare, in una sorta di finalismo 2.0, per soluzioni ai problemi della società contemporanea. Molto spesso, argomenta Morozov, «cercano la risposta prima ancora che esista una domanda».

Si è recentemente espresso, su Repubblica, anche sui grillini, per cui il Web sarebbe stato «un trucco per legittimare un movimento di dilettanti».

La riflessione dello studioso non è una mera questione di attinenza filosofica, né un ardito esercizio di linguistica. A ben vedere, è parte integrante di  una lucida analisi che – in maniera analoga a quella contenuta nell’opera prima del bielorusso, L’ingenuità della Rete – sviscera le contraddizioni e le ipocrisie di una certa retorica mendace che da anni domina le discussioni sulla tecnologia (ed è obbligatorio, a questo punto, ricordare che lo scrittore si è recentemente espresso, su Repubblica, anche sui grillini, per cui il Web sarebbe stato «un trucco per legittimare un movimento di dilettanti»). Citando, caso per caso, i vari Jeff Jarvis, Clay Shirky, Jeff Bezos e Jimmy Wales, l’autore ribadisce la sua genuina verve accusatoria, ma non si concede il lusso di non attenersi a elementi fattuali: analizza, snocciola e ricompone col sapiente uso di ironia, dialettica e capacità critica. A tratti è quasi altezzoso, sì: come molti geni lo sono stati e lo saranno, d’atronde. Se il fine è quello di porre in atto il crepuscolo degli idoli delle nuove tecnologie, gli si potranno perdonare anche qualche iperbole e un ricorso forse eccessivo a scenari distopici.

Il vero merito di Evgeny Morozov, che domina i risultati di ricerca di Google a scapito di un giovane nuotatore russo, è innanzitutto quello di promuovere l’affiancamento del freddo raziocinio alla retorica ad effetto tipica degli ambienti che ha deciso di esplorare. Semi-citando Abbie Hoffman: certo, è giovane, è arrogante, a tratti è ridicolo, è eccessivo, talvolta è avventato. Ma ha ragione.

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