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19:59 venerdì 17 aprile 2026
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

«Qui prendiamo la marijuana molto seriamente»

Abbiamo visitato una farmacia californiana specializzata in cannabis. E abbiamo scoperto che i gestori non sono fricchettoni. Il proprietario Robert Jacob è diventato il sindaco.

21 Gennaio 2014

Un’enorme ciotola di mentine all’ingresso, i pazienti a braccia conserte nelle file di sedie blu, una ragazza bionda che sorride dietro a un bancone di legno laccato: «In cosa posso aiutarla oggi?». Uno studio che potrebbe essere  la sala d’aspetto di un medico, o di un estetista, se non fosse per i muri punteggiati dalle telecamere di sicurezza e un fortissimo odore che resterà tutto il tempo dentro le narici e poi sui vestiti. La farmacia della marijuana di Sebastopol, a poco più di un’ora di viaggio da San Francisco, è uno dei dispensari di cannabis che vanta “una selezione di cannabis tra le più qualificate della California”, dove l’uso è tollerato se a scopo terapeutico dal 1996 (e cioè 17 anni prima che il Colorado e lo stato di Washington aprissero nemmeno un mese fa, le proprie regolamentazioni).

Non si entra senza prescrizione medica e persino un giornalista che chiede il permesso per un articolo deve fare domanda: ho aspettato quasi una settimana dalla richiesta e il mio nome è stato aggiunto al registro della giornata. Durante la mia visita, prima nella lobby, poi tra gli scaffali dei prodotti e nella “cucina” del centro, dove due ragazzi piegati su un tavolo con cuffia e guanti, pesano la marijuana e confezionano le bustine di diverse misure, sono stata scortata dall’inizio e fino all’uscita. «La sicurezza è uno dei nostri più grandi punti di forza: qui non abbiamo registrato mai alcun episodio di criminalità». Robert Jacob ha aperto questo studio in un cottage di legno dalle larghe finestre nel 2007, individuando una cittadina dal passato (e presente) hippie e l’anima progressista, e dove soprattutto i “coltivatori” locali, i cittadini di Sebastopol, prima illegalmente poi apertamente, hanno sperimentato e cresciuto per decenni nei propri giardini la migliori qualità di cannabis e sono diventati i suoi fornitori e cuore pulsante di un business milionario.

Jacob, trentasei anni, ha scritto nella valle di Sonoma una pagina di storia: figlio di immigrati, apertamente omosessuale, personalità da imprenditore, il suo studio per la vendita della marijuana con clienti che arrivano da ogni cittadina del Nord della California, ha avuto un impatto docile con la comunità locale tanto che a dicembre è stato eletto sindaco della città. “The pot guy”, come l’ha chiamato il New York Times, è peró prima di tutto un businessman: dopo Sebastopol il suo studio, “Peace in medicine”, ha aperto anche a Santa Rosa, a pochi chilometri: «Qui la vendita della marijuana è solo la parte finale di un processo di ascolto dei pazienti, delle patologie, ma anche di una fase di educazione», spiega. «I benefici dell’uso corretto della cannabis come rimedio naturale sono ancora molto poco conosciuti e confusi».

Bastò una telefonata alla polizia locale: «Chiesi per filo e per segno come funzionava la regolamentazione in California. La polizia è sempre molto preparata sull’argomento»

Dai quaranta ai cento clienti al giorno, in una fascia d’età che va dai 18 ai 90 anni. Chi ha la prescrizione, e solo i residenti in California, possono comprare da un minimo di tre grammi e mezzo fino a un massimo di un chilo. Venti diverse varietà. Sul sito internet c’è anche il menu coi prezzi, se qualcuno non volesse perdersi nella scelta. “Peace in medicine” è stato un’intuizione, racconta Jacob: «Lavoravo a San Francisco con i senzatetto e i malati di Aids. Ero a contatto con lotte di ogni tipo e poi mi scontravo con questa immagine di persone che dovevano nascondersi per poter coltivare un po’ di cannabis in giardino. Ho voluto battermi perché potessero uscire dall’ombra». Bastò una telefonata alla polizia locale: «Chiesi per filo e per segno come funzionava la regolamentazione in California. La polizia è sempre molto preparata sull’argomento. Poi abbiamo trovato una struttura idonea, siamo partiti».

“Peace in medicine” conta cinquanta impiegati: è attiva con un fortissimo servizio clienti, e una struttura piramidale con al vertice un general manager. Per l’assunzione è necessario che l’impiegato sia, o sia stato, un “paziente”. È la politica del dispensario che si sposa, di contralto, con una certa sobrietà nelle scelte: nessuna musica reggae di sottofondo. Nessun adesivo come souvenir con la scritta “Legalize weed”, proposti dalla centinaia di dispensari a San Francisco.

«Qui prendiamo la marijuana molto seriamente», ci spiega Johnny Nolen, 34 anni, direttore generale del centro e da dieci anni nel settore. «Certamente abbiamo clienti giovani che vengono e ci chiedono quale sia “l’erba bomba” che li possa sballare. Direi che sono casi isolati. La maggior parte, sono clienti adulti che hanno trovato nell’uso della cannabis rimedi naturali: da malati terminali di cancro a persone con patologie leggere, come l’emicrania che chiedono, invece, varietà che gli permettano di tornare a lavoro riposati ma non “alterati”». Dalle piantine da coltivare in giardino ai pollini, dalle fiale di estratto agli snack alla marijuana.

Chiaramente, alcune norme sono specificate nel regolamento del centro: «Il consumo di cannabis dovrebbe contribuire, piuttosto che sminuirla, la salute di un paziente, il benessere, la creatività, il lavoro, le relazioni e obblighi sociali», è scritto nello “statuto” che consiglia di usare moderazione nelle quantità, e scoraggia i pazienti di mettersi alla guida, al lavoro o nei luoghi pubblici. «Ricordate che l’uso personale di cannabis è ancora illegale secondo la legge federale, e le sanzioni sono rigide. L’uso di cannabis da parte dei bambini è inadeguato e dovrebbe essere scoraggiato». Chi arriva a “Peace in medicine”, una casetta bianca sulla strada principale di Sebastopol, senza alcun segno che indichi la correlazione con il prodotto, conosce l’indirizzo.

In città nella valle famosa per il Pinot Nero, tutti conoscono il business di Jacob: «Collaboriamo con la comunità locale, comprando la cannabis coltivata localmente e supportiamo le attività economiche della zona», dice Nolen. «Ciò che continua ad affascinarci di questo lavoro è la possibilità di mettere a proprio agio i nuovi pazienti: leggiamo in faccia la diffidenza, il fare nervoso. Spieghiamo e tante volte otteniamo dei risultati nella salute delle persone. La percezione di come funzionano i centri terapeutici di vendita della marijuana in California sta lentamente diventando normalità. E se qualcuno è in cerca di uno sballo per fare una serata, sa già: è senz’altro più economico ottenere quegli effetti soltanto moltiplicando il numero delle birre».

Nella foto, Scott Imler, presidente del Los Angeles Cannabis Resource Center, con alcune piante nel 2000

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