Zerocalcare non ha più niente da dimostrare

Due spicci, la terza serie animata del fumettista, è un ritorno a tutti i temi a lui cari: l'amicizia, l'età adulta, l'ossessione per la cultura pop. Ma, soprattutto, è l'arrivo di Zerocalcare sul palcoscenico più grande della sua carriera.

29 Maggio 2026

A un certo punto della sua carriera, Zerocalcare ha deciso di fare il grande salto: dalla pagina di carta è passato ai cartoni animati. Era il 2020 e l’Italia, come il resto del mondo, era in lockdown per il COVID. Zerocalcare ha cominciato a pubblicare una serie di corti animati sulla sua pagina Facebook, subito dopo la messa in onda su La7, a Propaganda Live. Il successo è stato immediato. Sono stati ripresi, citati, addirittura imparati a memoria. E un altro pubblico, un pubblico ampissimo, che veniva dalla televisione generalista e da una certa periferia dell’Internet, ha iniziato a seguire Zerocalcare. Che, finalmente, ha avuto la sua possibilità. Nel giro di – relativamente – poco tempo, è arrivata Strappare lungo i bordi, la sua prima serie animata su Netflix. Due anni dopo, nel 2023, è toccato a Questo mondo non mi renderà cattivo.

I temi, più o meno, sono gli stessi di cui Zerocalcare ha sempre parlato anche nei suoi fumetti. L’animazione, però, gli ha permesso di fare qualcosa di diverso: di essere più dinamico e immediato. In questo modo, il suo pubblico ha finito per allargarsi ulteriormente. E ora, con Due spicci, la sua nuova serie distribuita da Netflix e prodotta da Movimenti Production con Bao Publishing, al suo pubblico si sono aggiunti non solo altri spettatori italiani, ma anche del resto del mondo. Nei paesi in cui si parla lo spagnolo, per esempio, Zerocalcare è molto famoso: ci sono fanfiction su di lui e gli altri personaggi delle serie (in particolare con Secco), e c’è un nutritissimo gruppo di persone che si diverte a immaginarlo – a immaginare, cioè, la sua versione animata – in relazioni differenti. Sui social, specie su TikTok, Zerocalcare è “mio padre”. Ma questa è solamente la punta dell’iceberg, perché in realtà, dietro, c’è tanto altro.

C’è, per esempio, il lavoro che in questi anni ha fatto – e continua a fare, va detto – Movimenti Production, che ha avuto modo, da Strappare lungo i bordi a Questo mondo non mi renderà cattivo fino a Due spicci, di sperimentare. O quantomeno, di adottare soluzioni differenti. In quest’ultima serie, in particolare, è evidente una libertà creativa diversa, più ampia, sicuramente condizionata da quello che è successo in Italia nel 2025: è arrivato Il Baracchino, un’altra serie animata distribuita da Prime Video e sviluppata da Megadrago che ha ribadito un concetto semplicissimo. Si può fare animazione per adulti. Quindi un’animazione più spudorata, più spinta, più brutale (per quanto riguarda il linguaggio e l’ironia). E si possono usare tranquillamente tecniche miste, senza il rischio di perdere il pubblico. Ecco, questa cosa c’è anche in Due spicci. Ed è probabilmente una delle novità più importanti.

Per carità: Zerocalcare continua a essere lo sceneggiatore, il regista (affiancato alle animazioni e nel reparto tecnico da Giorgio Scorza e Davide Rosio) e il creatore. Le storie sono sue, proprio come le voci (buona parte delle voci, se vogliamo essere più precisi: Valerio Mastandrea torna a doppiare l’Armadillo, ed è un’altra delle cose migliori e più riuscite di Due spicci). Questa volta Zero, il personaggio, decide di aprire un locale con Cinghiale, salvo poi scoprire di essere stato coinvolto, suo malgrado, in un giro di strozzini e di criminalità romana. Parallelamente c’è una seconda trama, con un’amica della giovinezza di Zero che va a vivere a casa sua per un periodo. Il tema principale, però, è un altro. È la complessità dell’essere adulti. Che, detta così, può suonare come una cosa banale e, per certi versi, già ampiamente approfondita ed esplorata. In realtà, Zerocalcare trova uno spunto diverso.

Non cerca di ribadire l’importanza del gruppo, come ha fatto in passato, o di autoassolversi. Parla del tempo che avanza e dei cambiamenti – a volte drastici, altre volte momentanei – che gli anni portano con sé. Essere adulti non significa avere tutte le risposte, e nemmeno fare automaticamente la cosa giusta. Zero si prende in giro per il modo in cui vive, per la sua routine, per quest’idea assurda di normalità che ha abbracciato. La trama di Due spicci si risolve abbastanza rapidamente e nel corso degli otto episodi finisce addirittura per farsi da parte. Perché la cosa più importante, come spesso accade nelle storie di Zerocalcare, è il linguaggio. E nel linguaggio sono fondamentali le citazioni, i tanti incisi, i cambiamenti di prospettiva, i continui battibecchi tra Zero e l’Armadillo. Nel linguaggio conta la forma, sì, e di questo bisogna ringraziare soprattutto Movimenti Production e DogHead Animation, e conta la scrittura. La storia di Due spicci, a un certo punto, si trasforma in un thriller – o almeno cerca di inseguire quel tono lì, sempre teso, sempre in salita, sempre pronto a una svolta improvvisa.

Zerocalcare ribadisce la centralità delle scelte che ogni individuo prende, ma pure quella che è la responsabilità, diretta e indiretta, del luogo in cui cresciamo – comprendendo, chiaramente, anche le persone che ci circondano. Siamo il frutto di tante cose, dice Zerocalcare. Siamo il frutto di quello che abbiamo visto, degli ambienti che abbiamo frequentato, dell’influenza dei nostri genitori, e di quello che, alla fine, abbiamo deciso di fare. Non sono gli amici di Zero ad averlo abbandonato: è la vita che è successa e che non ha chiesto né permesso né scusa. È evidente che Due spicci chiude un capitolo importante di Zerocalcare nell’animazione (con Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, compone una specie di trilogia). A suo modo, però, rappresenta anche qualcos’altro: rispetto alle altre due serie, in Due spicci il numero degli episodi è salito da sei a otto, segno che c’è l’intenzione – da parte di Netflix, di chi produce e dello stesso Zerocalcare – di provare a cimentarsi con qualcosa di più lungo e complesso.

L’animazione per Netflix è diventata una vera e propria risorsa in questi anni. Il punto, ora, è capire quanto il servizio streaming sia pronto a investire, con la stessa energia con cui si impegna negli altri mercati, anche in Italia. Con buone probabilità, Zerocalcare è stato solo l’inizio. L’evento al Circo Massimo, dove erano presenti più di diecimila persone e dove è stata presentata Due spicci, ci ricorda l’effettiva portata dell’impatto che le sue serie animate hanno avuto sia sul pubblico che sull’immaginario collettivo. E questo è un dato che, volenti o nolenti, non si può assolutamente ignorare. È chiaro, però, che a Zerocalcare serve altro: servono nuove sfide, nuovi spunti, e la possibilità di raccontare storie dove non è il protagonista. E non perché, fino a oggi, lo abbia fatto male. Ma perché – come sta dimostrando il lavoro che sta facendo per La fine del mondo, la rivista a fumetti de il manifesto – ha molto di più da dire. Non c’è solo la maschera di Zero, e sicuramente non c’è solo l’Armadillo (anche se, e bisogna dirlo, Mastandrea e Zerocalcare, proprio come duo comico, funzionano benissimo insieme). E non ci sono solo i fumetti, le storie che ha già raccontato o il suo quartiere.

Dopo essersi concentrato così tanto e così a lungo su sé stesso e Rebibbia, su quella fetta di Roma che gli sta tanto cara, Zerocalcare è pronto per il resto: è pronto per scrivere battute più sottili e sarcastiche, per giocare con l’animazione, per non limitarsi a uno schema già preimpostato o provato. Due spicci non è la fine, ma è l’inizio di qualcos’altro. È l’inizio, forse, di una nuova fase per la carriera di Zerocalcare. Proprio perché le cose finiscono e cambiano, e non ha senso continuare a rincorrerle. I “due spicci” del titolo sono quel poco che spesso abbiamo e che ci dobbiamo far bastare, quel poco che serve, che vogliamo, quel poco a cui ci siamo abituati e che, in qualche modo, vogliamo migliorare.

Gli episodi sono pieni di musica (a un certo punto si sentono “Cara” di Lucio Dalla e “T’appartengo” di Ambra) e di citazioni, e riescono anche a rendere omaggio a figure come Mattia Torre (uno dei momenti migliori, specialmente perché parte da un discorso dell’Armadillo doppiato da Mastandrea). Usare una tecnica mista, con 2D, stop motion, fotografie, cambi improvvisi di stile, a volte più realistico, altre più cartoonesco, e divertirsi con incursioni di mani vere nelle scene sono solo due dei tantissimi esempi che si possono fare sulla potenzialità di Zerocalcare come autore e dell’animazione come linguaggio. Due spicci è la sintesi di un percorso, di un’idea e di una visione. Dopo sei anni da Rebibbia Quarantine, non ha più senso parlare di “fenomeno” o di “sorpresa”: Zerocalcare ha dimostrato tutto quello che doveva dimostrare, e anche di più.

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