I Maverick di Einaudi sono più di una collana, sono una cassetta degli attrezzi per capire il presente

Cambiamento climatico, capitalismo delle piattaforme, estetiche social, nuove questioni di classe: molta della miglior saggistica in Italia oggi passa di qua. Ne abbiamo parlato con Francesco Guglieri, l’ideatore.

15 Luglio 2026

Ma le collane hanno ancora senso? In Italia e all’estero, di fronte a un mercato editoriale sempre più guidato da logiche commerciali, dalla centralità del singolo titolo, dalla porosità tra editoria tout court e altre forme di produzione culturale, è legittimo domandarsi se valga la pena investire tempo e risorse nell’ideazione di un progetto di collana. Lasciata alle spalle l’epoca in cui le collane erano espressioni di politiche, pratiche e chiari orientamenti, costruita la mitologia di figure novecentesche come Vanni Scheiwiller, Elio Vittorini, Elvira Sellerio o Giorgio Monicelli, si potrebbe pensare che le collane abbiano esaurito la capacità di «fare storia da sole», attraverso la concretezza dei loro autori, dei loro direttori, delle opere e dei valori che incarnano, come scrivevano un decennio fa Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi. Eppure, il panorama italiano recente racconta una storia diversa. Negli ultimi anni sono numerosi i progetti di narrativa e saggistica capaci di ritagliarsi uno spazio proprio, riconoscibile tanto per la coerenza dei temi quanto per la forma con cui si presentano; la loro proliferazione suggerisce che le collane continuino a essere dispositivi editoriali vitali: strumenti attraverso cui proporre un preciso sguardo sul mondo.

Poco più di un anno fa, con Mare aperto di Luca Misculin, Einaudi ha inaugurato una nuova collana di saggistica, i Maverick, con l’idea di «offrire ai lettori risposte nuove e radicali ai grandi temi con cui facciamo i conti»: dal cambiamento climatico al capitalismo delle piattaforme, dalla rivendicazione di classe alla narrazione delle nuove guerre. Libri capaci di cogliere la temperie emotiva del nostro tempo, quella «sensazione di attraversare un interregno, di essere di fronte a uno scavallamento storico, senza sapere esattamente che direzione stiamo prendendo», spiega Francesco Guglieri, responsabile della saggistica di approfondimento di Einaudi e ideatore della collana. Il nome rimanda esplicitamente all’idea di leggere questi fenomeni da una prospettiva inedita, uno sguardo che sa essere innovativo e anche, apertamente, di rottura. Oggi, tredici libri dopo (l’ultimo è “È il capitalismo, bellezza!” di Giovanni Semi), i Maverick sono un esempio lampante di come le collane possano non soltanto veicolare una precisa visione, ma anche aprire nuovi spazi di discussione, dando autorevolezza ad autrici e autori intellettualmente maturi ma soffocati dal collo di bottiglia di un sistema culturale ed economico stagnante o iper-frammentato. Così facendo, contribuiscono anche a intercettare un pubblico più giovane, che cerca se non delle risposte, chiavi di lettura aggiornate al tempo presente.

Contronarrazioni per leggere il mondo

Questa coerenza di visione, valorizzata dall’identità grafica curata dall’agenzia Undesign, che gioca, cambiandoli di segno, con gli elementi einaudiani classici del quadrato di Munari e del bianco, si esprime attraverso voci di autrici e autori nati prevalentemente tra la fine degli anni Settanta (Valerio Mattioli, Valentina Tanni, Daniele Raineri) e gli anni Ottanta (Friederike Otto, Amanda Hess, Raffaele Alberto Ventura, Federico Campagna, Asma Mhalla, Giusi Palomba, Paolo Giordano, Annalisa Camilli, Lorenzo Tondo, Margherita Stancati). Autrici e autori, cioè, diventati adulti insieme a internet e, soprattutto, cresciuti all’interno di un modello economico che esaspera l’individualizzazione e incentiva la competizione e le disuguaglianze, in cui i cittadini sono in primo luogo utenti che rincorrono, ciascuno a suo modo, un modello di sviluppo personale. «Le domande e le inquietudini contenute all’interno delle opere sono le nostre» dicono Francesco Guglieri e Andrea Mattaccheo, editor. «Sono i libri che avremmo voluto leggere, acquistare, di cui parlare: in un certo senso, con i Maverick, abbiamo raccolto e convogliato esperienze che erano germogliate in contesti indipendenti, spesso su rivista». Di quel mondo, i Maverick conservano diverse tracce: in più di una circostanza i volumi si parlano, si illuminano a vicenda, invitando a tornare, da prospettive diverse, su uno stesso tema. È il caso, per fare un esempio, di Materialismo gotico, la tesi di dottorato che Mark Fisher scrisse nel 1999 (quello di Fisher è l’unico volume “datato”), profezia autoavverante di alcune delle derive descritte da Valentina Tanni in Antimacchine a proposito del rapporto essere umano-macchina, o delle infrastrutture tecnopolitiche che Asma Mhalla analizza in Resistere ai tempi oscuri.

Cosa tiene saldamente insieme questi volumi? L’idea di mettere in piedi delle contronarrazioni. Al di là del nome della collana, già di per sé esplicativo, queste opere, infatti, si configurano come concrete proposte di rottura e contestazione – l’arte del misuse di cui parla Valentina Tanni, le sottoculture narrate da Valerio Mattioli –, oppure aprono la strada a immaginari alternativi (penso ad Altrimondi di Federico Campagna, che racconta la civiltà del Mediterraneo come spazio di attraversamento e reinvenzione di fronte al trauma della catastrofe, tenendo insieme migrazioni metafisiche ed esperienze concrete, come la creazione dello Stato libero di Fiume negli anni Venti del Novecento). Sono proposte politiche, saldamente ancorate al presente anche quando radicate nel passato, nella misura in cui quest’ultimo è sempre una lente per regolare la messa a fuoco del nostro presente. «Oggi un lettore di venticinque, trent’anni ha bisogno di uno sguardo radicale sulle cose», spiega Guglieri, «e a noi piaceva l’idea di fornire una sorta di cassetta degli attrezzi» per attraversare questo tempo.

Più sociologia meno psicologia

Determinante, allora, è la prospettiva sociologica che molti, tra autrici e autori coinvolti, scelgono di assumere: Friederike Otto, in Ingiustizia climatica, esorta a mettere sempre in relazione le catastrofi climatiche al contesto sociale ed economico in cui hanno luogo; Eva Illouz, in Modernità esplosiva, articola una sociologia delle emozioni invitando a «distogliere lo sguardo dai nostri sé». O ancora, Giovanni Semi, in È il capitalismo, bellezza! – che in apertura di saggio dialoga apertamente proprio con Illouz –, introduce il concetto di capitalismo estetico: una forma accelerata, estrattiva e violenta, non soltanto industriale, ma più diffusamente culturale, che genera senza sosta bisogni e desideri individualizzati. Ma cosa succede, si domanda Semi, quando «il regime estetico generale si espande a dismisura?» Quando invece di progettare città, progettiamo messe in scena? «Che implicazioni discendono quando la vita individuale, le nostre relazioni e l’ambiente che ci circonda diventano tutte esperienze estetiche da rappresentare e comunicare agli altri?»

«Sì, forse è vero che sono libri più orientati alla società che alla psicologia », dice Andrea Mattaccheo. A essere messa in discussione è la logica del self help alla base di un modello di sviluppo insostenibile da qualsiasi punto di vista. Un modello che «separa, isola, parcellizza, spezzetta», che ci illude di essere al centro del mondo: ma al centro del mondo «sei tu, e tu, e tu pure, e chiunque lo voglia», per citare le parole di Daniele Giglioli nell’introduzione alla recente riedizione di Postmodernismo di Fredric Jameson. 

Non è un caso allora, che molti di questi volumi, pur seguendo traiettorie tematiche diverse, invitino manifestamente o in maniera più sotterranea a un movimento di riconquista della dimensione collettiva: per contrastare il capitalismo cognitivo Asma Mhalla parla di una politica alternativa, ancorata alle piazze e soprattutto ai corpi: «corpi viventi, insieme, come resistenza politica». Il termine resistenza torna anche tra le pagine di Antimacchine: «più la tecnologia si fa opaca e restrittiva, maggiore è la forza che è necessario opporre per resistere all’omologazione, al controllo e allo squilibrio di potere». Amanda Hess, che riflette su cosa sia la maternità in epoca digitale (un’esperienza estetica, sicuramente), invita a ritrovare quel senso di comunità cancellato da «una versione monetizzata, filtrata dal web», che trasforma ogni paura in prodotto: «ho deciso che i bravi genitori esistono. E non sono definiti da quanto investono nei loro figli, ma da quanto investono in quelli di tutti gli altri». In Frammenti di classe, saggio-memoir con cui Giusi Palomba ricuce la storia di una working-class quasi sempre raccontata dall’alto, la dimensione collettiva emerge attraverso la descrizione di spazi-fantasma, che vanno tenuti in vita perché depositari di una memoria comunitaria altrimenti perduta: gli archivi, che custodiscono le lotte invisibili di gente comune. «Si sceglie cosa custodire, cosa tenere e cosa buttare via. Ma questa scelta dipende dai rapporti di potere che regolano ciò che è degno di diventare memoria».

Corpi, piazze, relazioni, spazi da custodire, una certa dose di disobbedienza: i Maverick sembrano riportare al centro tutto ciò che negli ultimi decenni è stato progressivamente frammentato o ridotto a esperienza individuale. Non temono di inoltrarsi in quello che Daniele Del Giudice, acuto narratore della mutazione, di ciò che affiora in tempi di scavallamento, definiva lo «spazio dell’emergenza».

Nel primo trailer The Shards c’è tutto quello che ci si aspetta da una serie di Ryan Murphy tratta da un romanzo di Bret Easton Ellis: giovani bellocci, sesso, droga e «una bella storia di formazione»

La serie arriverà in Italia il 6 agosto, sarà disponibile su Disney+, avrà dieci episodi che usciranno uno alla settimana, il giovedì.

Dal primo trailer di Digger, una cosa si capisce chiaramente: anche Alejandro González Iñárritu non ne può più dei miliardari

Nel film Tom Cruise interpreta anziano miliardario egocentrico e scurrile la cui compagnia petrolifera provoca "accidentalmente" un'eco-catastrofe. Più chiaro di così.