Non c’è posto per l’amore, qui racconta l’Ucraina nel tritacarne della storia

Il romanzo di Yaroslav Trofimov è un grande racconto su tutta la violenza che il Paese ha attraversato, dall'Urss al Reich.

17 Marzo 2025

Quando Debora va col suo giovane amante a teatro per vedere Romeo e Giulietta, il balletto di Tchaikovsky ispirato alla tragedia shakespeariana, lui non capisce bene la trama, così lei gli spiega che è la storia di due giovani morti per amore. Poi, però, lo rassicura: non si può morire per amore. Si muore ammazzati, con una pallottola alla nuca, si muore di lavori forzati, si muore venduti per due lire da un vicino o da un parente, si muore di fame, e si muore divorati dalla fame altrui, ma di amore no.

Yaroslav Trofimov, la rockstar del giornalismo di guerra

Debora Rosenbaum è la protagonista del romanzo Non c’è posto per l’amore, qui, pubblicato a febbraio da La Nave di Teseo nella traduzione di Stefano Travagli. L’autore è Yaroslav Trofimov, giornalista ucraino che lavora come capo corrispondente esteri del Wall Street Journal, una specie di rockstar del giornalismo di guerra internazionale, che qui per la prima volta si cimenta per la prima volta con un’opera di fiction (breve parentesi gossippara: in realtà Trofimov aveva scritto un romanzo a vent’anni, ma non è mai stato pubblicato, e per fortuna, dice lui). Liberamente ispirato alla vita della nonna dell’autore, è un’avvincente epopea storica che dipinge un affresco impietoso dell’Ucraina sotto il dominio sovietico, nel ventennio più buio della nazione.

La vicenda inizia a Kharkiv nel 1930 e si conclude a Kyiv nel 1953, attraversando la Storia, in tutta la sua ferocia; dunque, l’intero arco temporale rientra nel regno di Joseph Stalin. C’è, ovviamente, l’Holodomor, la grande fame che fece milioni di morti tra il 1932 e il 1933, causata dalle politiche sovietiche, che prevedevano, tra le altre cose, la confisca dei raccolti ai contadini ucraini, lasciati a morire d’inedia, uno dopo l’altro. Un evento che l’autore nel suo romanzo non chiama mai col suo nome, ma che descrive con dovizia di particolari, storici e umani, e una crudezza tale da mettere in difficoltà anche un lettore coriaceo (di Holodomor si parla ancora relativamente poco, ma, come scriveva Ta-Nehisi Coates un decennio fa, sbattere il grugno contro ciò che hanno sofferto gli ucraini in quegli anni può essere troppo anche per chi è forte di stomaco). E, sì, per chi se lo stesse domandando, si parla anche degli episodi di cannibalismo che si verificarono in quei mesi terribili. Si parla anche di Walter Duranty, il corrispondente del New York Times che, riportando diligentemente la realtà fabbricata da Mosca, che negava completamente ci fossero morti di fame, contribuì non poco a tenere il mondo all’oscuro di quello che stava succedendo.

Un romanzo sulla sopravvivenza

Dopo l’Holodomor, ci sono le purghe staliniane, e in particolare la Grande Purga del 1937. Poi c’è l’invasione tedesca, c’è Babi Yar, il grande massacro degli ebrei di Kyiv, eliminati dai nazisti nel 1941, in quello che alcuni storici ricordano come “l’Olocausto delle pallottole”, a sottolineare come in alcune nazioni dell’Europa orientale – l’Ucraina, certo, ma anche la Lettonia – la popolazione ebraica sia stata sterminata lontana dai campi. Ci sono l’assedio di Stalingrado, la vittoria russa, la repressione totale durante gli ultimi anni di Stalin, i gulag, il cosiddetto “complotto dei medici”, che non fu un complotto di nessun medico, ma un’ondata di panico antisemita scatenata dal regime, che accusava una serie di medici, guarda caso ebrei, di avvelenare i pazienti. In questo tritacarne della Storia, non si salva nessuno, compagni di università si denunciano a vicenda, mariti giustiziano le mogli, madri divorano i figli. Debora, la protagonista, che osserva l’orrore da una posizione di relativo privilegio, fa tutto quello che può e che deve per sopravvivere e fare sopravvivere i suoi due bambini, e spesso non sono cose belle.

È certamente un romanzo storico ma non è, come invece l’ha descritto qualcuno, una storia d’amore. Seppure, in un breve periodo di grazia, l’amore ci sia, è un romanzo dedicato precisamente alla sua assenza, come suggerisce il titolo, che si riferisce a un episodio, apparentemente secondario, ma che la dice lunga, in cui una donna fa sesso con un uomo che lei non ama, e che non ama lei, ma che non le vuole male, e già questo è un miracolo perché, quando l’unico imperativo è sopravvivere, i sentimenti non esistono e una loro pallida imitazione è un dono in cui crogiolarsi beati. È, appunto, un romanzo sulla sopravvivenza ed è un romanzo di quasi 450 pagine, dove non ce n’è una di troppo, che si conclude con una domanda.

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