Wolfgang Tillmans come esperienza religiosa

L'ultima, enorme mostra al Centre Pompidou di Parigi è un viaggio incredibile in un oceano di fotografie e video, dagli effetti quasi psichedelici.

21 Luglio 2025

Una delle parole chiave della fotografia di Tillmans è “intimità”. La trovi nelle nature morte fotografate su un davanzale sporco, in due amici o forse amanti abbracciati seminudi sull’asfalto, in un mare silenzioso e grigio di tempesta, in Frank Ocean che si tiene una mano sul volto per la copertina di Blonde. In un mondo così strillato, di slogan e storytelling e marketing, il mondo di Wolfgang Tillmans è laconico, intenso e malinconico. Ha qualcosa della mollezza post-coitale, ma anche qualcosa del suo opposto, la contemplatività di un’attesa solitudine. Nella sua ultima mostra, la più grande e completa mai allestita della sua opera, al Centre Pompidou di Parigi, tutte queste sensazioni convivono con la grandezza: del numero di fotografie esposte, della metratura dell’esposizione, dell’intensità dei sentimenti che si scatenano nell’arco di una visita lunga una giornata intera.

Il Pompidou a settembre chiuderà per cinque anni per dei restauri necessari. In parte è già stato svuotato: l’intero suo secondo piano, la grande Bibliothèque publique d’information, 6 mila metri quadrati di ampiezza, è stata infatti dedicata a questa Nothing could have prepared us – Everything could have prepared us. Sono esposte le fotografie, i manifesti, anche alcuni libri, diversi video, che rappresentano 40 anni di carriera. Come sempre per le mostre del fotografo tedesco 56enne, non c’è un ordine cronologico, non c’è un contesto retrospettivo: le immagini sono arrangiate, da Tillmans stesso, in giustapposizioni o isolamenti lungo questo gigantesco spazio fatto di pareti e teche e stanze nascoste.

Un viaggio psichedelico

Sembra quasi una provocazione esporre così tanta informazione, nel senso inglese di “information”, in uno spazio singolo: e più che una mostra pare un museo permanente auto-creato da Tillmans stesso. Questa grandeur, però, non è di segno egotistico, ma piuttosto artistico. Tenta, insomma, di essere una mostra immersiva, senza diventare sinonimo di scemenza per turisti ma, piuttosto, di essere quasi esperienza psichedelica.

C’è una famosa frase di Philippe Daverio di qualche anno fa, diceva un po’ come provocazione che in ogni museo o mostra bisognerebbe scegliere un’opera soltanto da guardare, e fare quello per ore. In Nothing could have prepared us – Everything could have prepared us Tillmans ci fa fare l’esatto contrario: è un’esperienza potenzialmente lunga un giorno intero, 7 o 8 ore come un viaggio lisergico. È ipnotico e ubriacante, e non è detto che le foto più grandi siano quelle più importanti, questo Tillmans l’ha sempre dimostrato, e forse fa venire addirittura il mal di testa tutto quello spazio così aperto, immenso. All’inizio, come in ogni mostra, cerchi di concentrarti molto immagini, poi sui video. Allo scoccare della seconda ora qualcosa cambia: l’assunzione di informazioni a quel punto ha già creato una specie di mini-overdose, ha intasato i normali canali di apprendimento. Io mi sono messo a camminare camminavo su e giù per lo spazio, mi appoggiavo alle librerie, prendevo libri dagli scaffali, mi sedevo tra le sedie, mi rialzavo, tornavo a osservare la stessa fotografia per la quarta volta e ci vedevo qualcosa di ancora diverso, e poi ne trovavo magari una nuova, stampata in formato 7 centimetri per 10, incollata in un angolino vicino alla finestra. Ero in uno stato di semi-beatitudine, in pieno trip.

Foto alle foto

La cosa interessante di una mostra di Tiillmans – sempre, e in questa ancora di più – è guardare le persone che guardano le foto. Hanno tutte una certa posizione di studio, che è un atteggiamento diverso da quello che accade nelle mostre con i quadri di pittura. È come se fossero molto più concentrate, perché l’immagine è – apparentemente – più esplicita, e nasconde meno dettagli. Ma allo stesso tempo intuiscono un mistero, forse proprio quell’intimità di cui scrivevo all’inizio. Quindi pare che cerchino di capirci qualcosa, di orientarsi in un sistema di relazioni invisibili, più profonde o sentimentali, di entrarci in rapporto.

Sembra quasi, questa, una mostra che chiede interattività: le foto, l’installazione, le pareti vogliono essere fotografate, creare di mettere in pratica un sistema di foto alle foto, di meta-esperienza. E infatti in moltissimi fanno foto alle foto, ai gruppi di foto: perché l’allestimento stesso è così bello che lo vuoi ricordare, pubblicare, provare a tenere a mente mettendolo in un archivio digitale anche se poi lo sai che non lo guarderai mai. Mentre prendo questi appunti in forma di nota vocale, camminando in mezzo alla libreria sussurrando al mio smartphone vicino alla bocca, c’è anche una persona che mi sta facendo una foto, così come io ho fotografato altre persone che fotografavano a loro volta. Ha a che fare con la quantità di informazione che non solo la mostra, ma ogni singola foto contiene. Mi ha fatto venire in mente una frase di Daniele Del Giudice su Thomas Bernhard, che diceva: «Ogni frase è piena di significato, piena da scoppiare». E anche le foto di Tillmans sono così.

Le porte della percezione

Guardando le foto di Tillmans, guardandole in questa mostra, così grandi e così piccole, succede qualcosa di trasformativo: lo sguardo si affila, e allora ti capita di fare quell’esercizio che non facciamo mai, e cioè concentrarti sui dettagli e sulle persone intorno a noi. Senza distrazioni: guardo una fotografia, poi mi concentro sulle mani di un signore che ticchetta l’indice su un catalogo, poi osservo i rivoli rossi dei capelli di una ragazza sulla giacca di lino bianco, o la canottiera nera che si intravede sotto una camicia ancora di lino bianco stropicciata di una signora con un caschetto argento. I miei sensi sono acuiti. La mia percezione è aumentata.

Un grande artista riesce ad anticipare, o meglio a comprendere, nella sua arte, anche elementi del futuro. In questo senso, la giustapposizione di migliaia di fotografie di segno diverso nelle mostre di Tillmans da sempre ricorda l’effetto straniante che oggi sperimentiamo quando facciamo “tap” sui nostri schermi per skippare le Stories di Instagram: la foto di un amico al mare, una pubblicità, Israele ha bombardato l’Iran, una vacanza in Puglia, un meme, la faccia di Trump. Al Centre Pompidou, invece, una piccola mela verde, un pene ripiegato su sé stesso, il ritratto di Oscar Niemeyer, un topolino che scappa in un tombino, il muro che divide Israele dai territori occupati della Cisgiordania.

Nell’immagine in evidenza: The State We’re In, A, 2015. Courtesy Galerie Buchholz, Galerie Chantal Crousel, Paris, Maureen Paley, London, David Zwirner, New York. Le foto della mostra sono di Jens Ziehe.

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