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L’assurda storia di Osho in Oregon

Tra fanatismo religioso, tentativi di avvelenamento e battaglie legali, Wild Wild Country potrebbe essere la miglior serie che vedrete su Netflix quest'anno.

09 Aprile 2018

Quando ho iniziato Wild Wild Country ci ho messo almeno un quarto d’ora prima di realizzare che, senza saperlo, stavo guardando qualcosa che parlava di Osho. Avevo appena finito l’ultima parte del documentario sull’Adderall (Take Your Pills di Alyson Klayman) e la riproduzione casuale di Netflix ha fatto partire in automatico l’ultima novità, e cioè la docu-serie in sei puntate diretta dai fratelli Chapman e McLain Way. Alla fine del primo episodio stavo già facendo stupide stories su Instagram e googlando chi era Osho, quali fossero le opinioni sulle sue teorie e soprattutto come mai nessuno mi avesse mai raccontato la storia pazzesca di quella volta che, nel 1981, ha trasferito l’intera comune di Pune, in India, in un pezzo di deserto nel bel mezzo dell’Oregon.

In questo bizzarro episodio della storia americana, la prima cosa a sorprendere è l’enorme quantità di materiale disponibile, che gli autori hanno diligentemente raccolto costruendoci attorno un racconto che si anima di ribaltamenti e colpi di scena. Ci sono video originali, interviste, articoli di giornale e perfino ospitate televisive, oh quante ospitate televisive. E poi ci sono loro, i diretti interessati: tutti sopravvissuti tranne Osho, che all’epoca dei fatti si faceva chiamare Bhagwan Shree Rajneesh, morto nel 1990 in India a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Ci sono i quaranta aggueritissimi cittadini di Antelope, per cui nessuno sente veramente compassione, i magistrati e gli avvocati che hanno avviato la battaglia legale contro l’Ashram di Rajneeshpuram da loro ritenuto illegale, i personaggi chiave della comune (il sindaco, il capo delle pr, una sorta di colf ma anche braccio armato) i quali, è chiaro, sembrano ancora ripensare con nostalgia a quel periodo di lucida follia utopistica, se così vogliamo chiamarla. E soprattutto c’è lei, Ma Anand Sheela, classe 1949 e attualmente residente in Svizzera, la cui biografia su Wikipedia recita testualmente «American-Swiss criminal». Segretaria personale del maestro e sua incrollabile devota, è lei, nel luglio dell’81, a comprare il Big Muddy Ranch in Oregon, 260 km di terra brulla e nulla americano, e a costruire, letteralmente, la città ideale immaginata da Bhagwan, il cui progetto filosofico è imperscrutabile almeno quanto l’algoritmo di Netflix. In teoria, la nuova città avrebbe dovuto ospitare fino a diecimila persone.

D’altra parte era arrivato il momento di lasciare la madrepatria, ora che il governo indiano, passato sotto la guida di Rajiv Gandhi (figlio di Indira e marito di Sonia), non vedeva più di buon occhio la parabola della comune di Pune. Dal 1966 Osho non ricopriva più incarichi accademici mentre le sue posizioni antisocialiste, anti-Gandhi e a favore del sesso come strumento di conoscenza dell’individuo finiscono per alienargli le simpatie delle istituzioni politico-religiose. La stampa indiana lo soprannomina il “guru del sesso” e gli intellettuali notano un cambiamento nel suo stile di comunicazione verso la fine degli anni Settanta: i suoi discorsi pubblici si fanno sempre meno teoretici e sempre più pop, a beneficio delle migliaia di stranieri che ogni anno lo seguono nel suo peregrinare attraverso l’India. Bhagwan abbraccia il capitalismo occidentale, da lui considerato complementare allo spiritualismo orientale, e predica l’intrinseca non-malvagità del denaro, strumento necessario al compimento dell’individuo e alla nascita del “nuovo uomo”. È a favore del controllo delle nascite e disprezza i principi socialisti, cui pure da giovane, come da copione, si era sentito attratto. Prima del lungo viaggio verso l’Oregon, c’è l’esperimento di Pune, dove dal 1974 al 1981 migliaia di persone vivono seguendo i precetti del suo metodo di Meditazione Dinamica, che prevede, almeno all’inizio, tante botte e tanto sesso. Dietro ci sono i soldi di una donna, naturalmente: si tratta dell’ereditiera greca Ma Yoga Mukta (all’anagrafe Catherine Venizelos), mentre la segretaria personale è ancora la timida Ma Yoga Laxmi.

Sarà Sheela, però, a capire che più che alla realizzazione dell’individuo, i soldi serviranno alla realizzazione dell’Ashram perfetto. Con l’acquisto del ranch nella contea di Wasco e il trasferimento repentino di tutta la baracca e i burattini dall’altra parte del mondo, la minuta signora prenderà il posto di Laxmi e acquisterà così un potere straordinario che, ancora oggi che è una stilosissima over 65 ritiratasi a vita privata nelle lussureggianti montagne svizzere, sembra inebriarla più di ogni nuova religione e/o santone di turno. Quello che succede dall’agosto dell’81 all’85 è una giostra che vi coinvolgerà come poche serie sanno fare: intanto perché è tutto vero, poi perché non manca nessuno di quegli elementi che rende una storia un vero e proprio romanzo. C’è davvero tutto: il risentimento dei bianchi americani e la loro, incancellabile, paura del diverso, la lotta per la terra in una nuova distopica corsa al West, il formarsi di eserciti cittadini e il trionfo del merchandising, l’arrivo di seimila senzatetto da ogni parte d’America, i festival all’insegna dell’amore e migliaia di declinazioni sul vestire i colori della terra, che spaziano dall’arancio dei novizi al burgundy e al viola intenso dei gruppi dirigenti. Ci sono direttivi hollywoodiani, quello che è ancora oggi il più grande attentato bio-terroristico degli Stati Uniti, indagini dell’Fbi e dispute sull’immigrazione, talk show e incredibili “figli di”, da una parte e dall’altra. Tra i residenti di Antelope, infatti, c’è Jon Bowerman, figlio di Bill, ex veterano tra quelli che disegnò le prime Nike, mentre tra i Sannyasin si arruola persino la figlia di Leo Ryan, il politico assassinato nel 1978 da alcuni membri della setta conosciuta come Tempio del Popolo, gli stessi responsabili del suicidio di massa a Jonestown.

Tra le due Americhe a confronto, però, a colpire sono inevitabilmente i seguaci di Osho. Sono giovani, in forma e in carriera, sognano un mondo migliore e sono disposti a tutto pur di costruirlo: in men che non si dica fanno “rifiorire” il deserto con le loro ruspe salviniane, mettono a disposizione dell’Ashram i loro soldi, le loro competenze, la loro stessa vita. Sono medici, avvocati, esperti di comunicazione, tirano su loculi abitativi, orti terapeutici, centri di meditazione, guidano bus sui quali trasbordano nella loro Utopia gente raccattata in strada, perché tanto alla comune si sta tutti bene anche se Osho non parla più da anni ed è diventato un po’ troppo dipendente dagli orologi di diamanti, le Rolls Royce e certe altre cose. Insomma, scoppia un gran casino. E la cosa interessante è che ci mettono lo stesso tempo di quegli altri ad armarsi e diventare pericolosi.

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