Il Leone d'oro al film di Mayy al-Tukhi ha lasciato interdetti sia i critici che gli addetti ai lavori. In un'edizione della Mostra mai così ricca e sorprendente, nessuno aveva previsto la vittoria di un film tanto minore.
«L’uomo, come la farfalla, vive un giorno e pensa che sia per sempre». Lo sentiamo in una delle prime scene di The End of Oak Street, scritto e diretto da David Robert Mitchell e prodotto da Bad Robot (la casa di produzione di J. J. Abrams), che sarebbe diventato il film dell’estate, se non ci fossero stati supereroi mascherati o meno che dovevano ritrovare il loro posto nel mondo. Mitchell, che aveva già diretto film strani ma belli come It Follows e Under the Silver Lake, ha confessato di aver sempre voluto fare un film sui dinosauri, ma non sapeva bene da dove cominciare. Anche se questo, a pensarci bene, è molto più che un film sui dinosauri.
Siamo nel 1982, nella cittadina di Flowervale, nel quartiere di Oak Street. Il film si apre con una festa di quartiere dove si gioca alla corsa nei sacchi, al limbo, dove tutti sembrano felici, compresa la famiglia Platt. I genitori, Greg e Denise, interpretati da Ewan McGregor e Anne Hathaway, in realtà, attraversano un momento di crisi. Lo capiamo dal modo in cui li guardano e ne parlano i due figli, Audrey e Brian, in una delle prime scene. Stanno litigando di nuovo, dice Brian, che ha paura che possano separarsi. Greg, che è stato licenziato ma non l’ha detto alla moglie, beve di nascosto e “arrotonda” consegnando pizze. Denise, che sembra insoddisfatta, infelice, forse più del marito, la sera si rifugia nel seminterrato a scrivere il suo romanzo. A completare il quadro familiare, c’è il cane Starbuck, simpatico e vivace, che la notte, mentre loro dormono, va nel giardino del vicino di casa e lo riempie di latrati e di cacche. La prima mezz’ora del film ci offre un ritratto di famiglia, i due genitori in affanno, la figlia che sogna di studiare astronomia alla Cornell University, il figlio che legge Playboy di notte e di giorno gira in bici nei vialetti con i suoi amici come in E.T., nei Goonies, in Stranger Things.
E alla fine arrivano i dinosauri
Alla svolta narrativa e centrale del film, ci arriviamo piano piano. Prima una strana pianta nel giardino della signora Huddleston, la prima lettrice di Denise. Poi, di notte, una luce e un vento fortissimi, come all’inizio di E.T.. Poi una cacca gigante nel giardino di Mel, il vicino, convinto che i due giovanissimi Platt gli abbiano fatto uno scherzo. Poi la corrente salta, il seminterrato si allaga, con Denise che reagisce fin troppo bene per il romanzo perduto, come il personaggio di Adam Driver nel finale di Paterson. E mentre Audrey sta leggendo sul tetto, fuori dalla finestra della sua stanza, la biografia di Neil Armstrong, capiamo che è arrivata la fine, o forse un nuovo inizio, di Oak Street. Sono arrivati i dinosauri.
Una fine metaforica, sì, ma anche letterale, perché quando i Platt cercano di fuggire con la macchina scoprono che tutte le strade, a un certo punto, finiscono, si interrompono, neanche fossimo in Truman Show o in Silent Hill. I dinosauri, grandi e piccoli, ma diversi da quelli che avevamo visto in Jurassic Park, sbranano e divorano tutti, o quasi. La signora Huddleston, Mel, il vicino, che in una versione meno eroica e più goffa di Eddie Munson in Stranger Things, spara con una pistola agli pterosauri (i dinosauri volanti) sul tetto della sua casa. Anche Greg (Ewan McGregor), viene prima mangiata a una gamba e poi tutto il resto da quello che sembra proprio un tirannosauro, davanti agli occhi della moglie, dei figli e di Jeannette, una ragazza adolescente rimasta sola che alla fine si unisce al nucleo familiare dei Platt. Ma insieme ai dinosauri, dentro quella che somiglia alla fine del mondo, ci sono dei wormhole, dei portali spazio-temporali (a forma di bolla, identici a quelli che si vedevano in Crash Bandicoot 3: Warped) dov’è possibile entrare, per provare a salvarsi.
Al di là del finale, ironico, dolce, divertente, adatto alla storia creata e messa in scena da Mitchell, bisognerebbe parlare dei tanti spunti, forse troppi, che ci offre questo film. Partiamo dalla regia. Checché ne dica qualche utente di letterbox (con commenti tipo “ok ma questi non hanno avuto Jurassic Park” o “ci sono i dinosauri, ma manca Jeff Goldblum”), con i sobborghi americani apparentemente tranquilli, con le sue carrellate fluide, con la cinepresa capace di seguire i Platt con armonia, dando sempre un senso di continuità spaziale, con l’uso del filtro split diopter (che mette a fuoco il soggetto in primo piano e quello sullo sfondo, che si tratti di uno dei Platt o di un dinosauro), Mitchell si conferma un autore, uno che conosce il cinema, che sa bene quello che fa. Uno che, a differenza di tanti altri, poi, si diverte a farlo, e si vede. Altro che le virgolette furbe di Emerald Fennell a quello sceneggiato trash spacciato per pseudo-adattamento di Cime tempestose. Qui, in questo nuovissimo Jurassic Park, quando arrivano i dinosauri, vediamo un bambino che canticchia la sigla del cartone animato dei Flinstones, Brian Platt che rilegge un libro sui dinosauri, due dinosauri che fanno sesso appoggiati a una casa e un altro che mangia il gelato da un camion dei gelati che ha appena ribaltato. E a tutti quelli che dicono “Dai, ma ti pare che con un martello gli fa così male? Ma ti pare che tornano solo loro e gli altri no?”, a tutto il popolo dei “ma ti pare”, bisognerebbe rispondere solo così: Sospensione di incredulità.
Gli anni Ottanta, quelli veri
Gli anni Ottanta, poi, non sono un vezzo, un riflesso di una moda recente, ma aiutano il regista a tornare indietro nel tempo, per provare a raccontare e a mettere a fuoco la sua memoria famigliare. Si vedono nei vestiti, negli oggetti, nella colonna sonora, che non è un semplice sottofondo musicale, ma offre al film e ai personaggi una profondità emotiva, un’umanità che ce li fa sentire ancora più vicini. Salta la corrente e Audrey se ne va in garage, per ascoltare in macchina Valerie di Steve Winwood. Jeannette, nella parte finale, con il walkman ascolta More Than This dei Roxy Music, mentre guarda fuori dalla finestra e ripensa ai suoi che non ci sono più. Pezzi cult, entrambi usciti nel 1982.
Potremmo leggere i dinosauri come la metafora di una società vecchia, che non riesce veramente a guardare avanti, che per trovare degli stimoli è costretta a tornare indietro, anche a più di duecento milioni di anni fa. O come lo spunto ideale per Denise, per il suo romanzo, per quello nuovo, che non parlerà solo della famiglia, della routine, dello stress, di un futuro che sembrava più luminoso. Un romanzo che servirà a rispondere a tutti quelli che hanno sempre chiesto: «Ma hai una vita così avventurosa che merita di essere raccontata?». Oppure, semplicemente, torniamo all’uomo che vive un giorno e che pensa che sia per sempre. O forse no, e non solo per i wormhole. I dinosauri che spuntano nei vialetti, nei giardini, tra gli alberi, nei vicoli ciechi, sono le fantasie e le paure di un bambino cresciuto negli anni Ottanta. Un bambino che ha sempre sognato di fare un film sui dinosauri, e che da grande, poi, ha capito come andava fatto.
