Stili di vita | Estate

Elogio della villa in campagna

Call me by your name, certo, ma non solo. Storia di come abbiamo riscoperto un’istituzione borghese.

di Anna Momigliano

campagna villa

Questo articolo fa parte di “Studio estate”, una serie di pezzi dedicati ai simboli e ai luoghi dell’estate. Potete leggerli tutti qui.

Quando Kenneth Grahame aveva cinque anni, sua madre morì di febbre puerperale. Duole dirlo, ma per noi fu una fortuna, perché il bambino, nato e fino ad allora cresciuto a Edimburgo, fu affidato a qualche parente zitella che abitava in campagna: fu quell’esperienza bucolica a ispirare uno dei capolavori della letteratura per l’infanzia, Il vento tra i salici. Quegli anni trascorsi nel Berkshire, in una villa borghese seppure malandata, furono l’ispirazione anche di un altro libro, un romanzo per adulti delicato come soltanto certi scrittori inglesi per bambini riescono a essere quando scrivono per i grandi (l’altro esempio che mi viene in mente sono i racconti di Roald Dahl per Playboy). L’Età dell’Oro, pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Adriana Motti, è un insieme di reminiscenze, un po’ oniriche e un po’ classicheggianti, dell’infanzia di Grahame e dei suoi fratelli: cresciuti in campagna, ma non tra i campi; liberi eppure non selvaggi, in una villeggiatura perenne priva di orari e costrizioni, fino a quando il più grande non viene mandato in collegio. “Lusisti satis”, hai giocato abbastanza, è il titolo dell’ultimo capitolo, che è anche il più triste: L’Età dell’Oro è il racconto di una vacanza campestre durata anni, finita bruscamente, come all’improvviso si spezzano gli incantesimi.

Delle ville in campagna ha tessuto le lodi la letteratura di ogni forma e colore: alta e bassa, adulta e bambina, antica e recente, dal “Giardino dei Ciliegi” di Checov a Là dove soffia il mistral, il classicone della letteratura da spiaggia adolescenziale di Giovanna Righini Ricci. Di questo racconto sono maestri gli inglesi, che hanno saputo cogliere l’essenza liminale della campagna imborghesita: un luogo magico, al di là del tempo, certo, ma anche oltre la dicotomia natura-città. La villa in campagna, appunto, ha sempre avuto un suo fascino letterario. Eppure nella vita quotidiana non ha sempre goduto di un buon nome. Per un certo periodo, in Italia, l’idea di trascorrere le vacanze in una seconda casa in brughiera o in collina ha avuto il sapore di ripiego. Erano rifugi che andavano bene per i weekend e per le grigliate, come base o per trascorrerci una parte delle vacanze. Però, in un Paese dove le seconde case sono talmente diffuse da non essere mai state uno status symbol, il consenso estetico era che le vacanze vere meritassero qualcosa di meglio, cioè un viaggio.

Una scena del film Call Me By Your Name (2017), diretto da Luca Guadagnino

È stata una tempesta perfetta: l’accessibilità degli spostamenti, e una loro desiderabilità sempre maggiore in un mondo globalizzato; per non parlare dell’accorciarsi dei periodi di vacanze, la scomparsa della villeggiatura all’italiana, quella che voleva moglie e figli fuori città per tre mesi l’anno. Il risultato è stato che, con le vacanze sempre più brevi, la pressione sociale a viaggiare e i soldi per farlo, la villa in campagna è finita nel dimenticatoio. Gli appartamenti al mare hanno sofferto meno di questa diminutio, forse perché noi italioti abbiamo il pallino della spiaggia come imperativo. Lo stesso si potrebbe dire delle baite in montagna: con le scuse dei bambini piccoli, che al mare si scottano, o dei cani, che mica li puoi portare ai Bagni Miramare o in aereo, si poteva ammettere una villeggiatura montanara senza correre il rischio di essere bollati come sfigati. Le case in campagna, invece, per decenni le abbiamo bistrattate: confessare una vacanza nel verde di provincia era un’ammissione implicita di mancanza di fantasia, d’iniziativa, di mezzi finanziari o di tutte e tre le cose.

Poi è cambiato qualcosa. Non saprei dire esattamente che cosa, fatto sta che la villa in campagna è tornata a godere del rispetto che merita. Ho un’amica, un po’ più giovane e molto più cool di me, che abita a New York, però su WhatsApp mi manda le sue foto in rustico delle Langhe. Qualcuno dice che è stato l’effetto di Call me by your name, dove la villa di campagna è protagonista quanto gli attori. Però credo che l’entusiasmo per il film e tutta l’attenzione dedicata al set – non una casa qualsiasi, ma quella casa, che ha un nome, meravigliosamente provinciale e retrò, Villa Vimercati – credo insomma che questa fascinazione per Call me by your name sia stata più sintomo che causa. Il cambiamento di percezione è arrivato prima. Suppongo che abbia qualcosa a che vedere con i tempi che corrono, con la nostalgia per il mondo di ieri, per tutto ciò che era borghese, decadente sì ma non troppo, per una certo atteggiamento languido ma non scomposto, uno stile di vita lento ma non contadino, per tutto ciò che è l’antitesi della barbarie.

Conosco un professionista milanese, un uomo di legge e di lettere che a volte organizza qualche serata mondana nel suo appartamento, molto chic, in zona Bastioni. Da qualche tempo a questa parte, fugge appena può nella villa in campagna che appartiene alla sua famiglia da generazioni e che, per un caso, si trova provincia di Crema proprio come Villa Vimercati. A un’amica comune un po’ pettegola ha confidato che quelle villeggiature lo rincuorano perché è come recitare una parte, la parte del borghese di campagna, e questo serve a ricordargli chi è, cioè un professionista di città, in un momento in cui la borghesia, in qualsiasi contesto geografico, sta osservando i suoi punti di riferimento che evaporano.

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