Una rivista che aveva "osato" recensire la serie Hbo si è vista recapitare una multa di 500 mila rubli, l'equivalente di circa 6 mila euro.
Spesso nei film che parlano di scuola e di ragazzi si tende a fare lo stesso errore: raccontare ogni cosa, anche la più piccola e insignificante, dalla prospettiva degli adulti, quindi dalla prospettiva di chi ha già visto e provato determinate cose, di chi sa che, alla fine, andrà tutto bene e che non ci sono mai problemi veramente irrisolvibili. Un anno di scuola di Laura Samani, al cinema con Lucky Red, scritto con Elisa Dondi e tratto dall’omonimo libro di Giani Stuparich, parte da una premessa diversa e, proprio per questo, interessante: intercetta la prospettiva dei protagonisti, che sono tre ragazzi e una ragazza, e racconta la loro storia senza pressapochismi e approssimazioni. L’adolescenza diventa una cosa vera, credibile, a suo modo riconoscibile. Non è solo uno spauracchio o una figura retorica, è qualcosa di concreto. Qualcosa con cui, a un certo punto, bisogna fare i conti.
La Fred interpretata da Stella Wendick si trasferisce in Italia, a Trieste, per seguire suo padre, tagliatore di testa per un’azienda locale. Si iscrive in un istituto tecnico, e finisce in una classe – in una scuola, anzi – di soli ragazzi. Che cominciano a osservarla curiosamente, con desiderio, sia perché è la prima ragazza con cui vanno a lezione sia, poi, perché Fred proviene dalla Svezia. Siamo nel 2007, e il mondo che Samani mette in scena è un mondo profondamente diverso da quello in cui viviamo oggi. Non ci sono cellulari, non ci sono social; i ragazzi scrivono, si parlano, passano il tempo insieme, studiando, innamorandosi e andando alle feste. Antero, Pasini e Mitis, interpretati da Giacomo Covi (che, tra parentesi, ha vinto il premio come Miglior attore protagonista nella sezione Orizzonti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia), Pietro Giustolisi e Samuel Volturno, sono facce della stessa medaglia: si vogliono bene come fratelli, si prendono cura l’uno dell’altro, e in qualche modo si muovono come un corpo unico.
Quando arriva Fred, il rapporto che li unisce subisce un contraccolpo che rischia di metterlo in crisi. Allo stesso tempo, però, hanno la possibilità di conoscersi meglio, di diventare più adulti e consapevoli, e di trovare uno spazio che sia loro e non per forza condiviso. Samani e Dondi hanno preso il libro di Stuparich, ambientato all’inizio del Novecento, e lo hanno immerso in una modernità che non ha niente di straordinario: la Trieste di Un anno di scuola è una città accogliente, piccola, piena di strade, di scale, spesso piena di luce e sole. Com’è già successo per Le città di pianura, la lingua dei protagonisti, tra inglese, italiano e dialetto, non è la lingua che siamo abituati a sentire al cinema. Non siamo in una delle grandi città italiane, dove viene ambientata la maggior parte dei film. Siamo in una terra a metà, diversa, viva, piena di ragazzi e con una sua identità molto forte.
All’inizio Fred viene vista come un’aliena. In parte perché è una ragazza, in parte perché è svedese. E poi perché il padre è il “nemico”: quello che ha il compito di licenziare i genitori degli altri. Eppure, in qualche modo, riesce a inserirsi, a non subire le battute e le angherie dei compagni di classe. In questo, Un anno di scuola è estremamente – ed efficacemente – onesto. Non c’è il tentativo di ritrarre l’adolescenza come un periodo di passaggio di cui si conserva solo un certo tipo di ricordi. Samani, con l’aiuto di Dondi alla scrittura, coglie esattamente la criticità di quell’età, senza addolcirla, senza nascondere né la stupidità dei ragazzi né la continua eccitazione che provano. Il tema dei corpi è un altro degli elementi portanti del film: corpi magri, alti, sottili; corpi che si somigliano, corpi che sono agli antipodi. E poi c’è il sesso. Che non è esagerato, non è spudorato: è tenero, leggero, normale. Diventa il terreno di scontro tra gli amici, la prima linea del desiderio e l’ennesimo modo per entrare in contatto con l’altro.
Un anno di scuola racconta una storia piccola, ma non è un film piccolo. Non per intenzioni o aspirazioni, quantomeno. È un film con un suo linguaggio e un suo ritmo, che si affida intelligentemente al lavoro dei suoi attori principali: tutti esordienti e, in alcuni casi, non professionisti (il responsabile del casting Davide Zurolo e l’acting coach Alejandro Bonn hanno fatto un lavoro veramente eccezionale). In questo modo, è più facile fotografare l’irruenza prepotente di alcune reazioni e la dolcezza sconfinata, mai smielata, di certi sguardi e di certi discorsi. In Un anno di scuola la regia è fondamentale, perché riesce a tenere insieme tutto: scorci, inquadrature, luci, colori, corpi.
Samani sa aspettare: spia i suoi attori, ne cerca la tensione e l’evoluzione; vuole una spontaneità sincera, non mediata o artificiosa. Come suggerisce il titolo, questo film racconta sostanzialmente un anno di liceo, l’ultimo. Ma non c’è mai una disanima noiosa, già vista, dei ruoli e delle responsabilità: qui gli studenti, lì gli insegnanti; qui i genitori, lì i figli. Un anno di scuola è complesso, ricco, affascinante. È un ritratto affettuoso e allo stesso tempo spietato di un’età. Finisce come inizia: nella sospensione della promessa dell’ennesimo cambiamento. Non riflette sulle speranze del futuro e non si crogiola nella nostalgia per il passato: cattura ferocemente, e perciò perfettamente, la fuggevolezza del presente.
Pietro Masturzo si è dovuto difendere dalle accuse di aver pubblicato una foto falsa. Non è bastato a convincere gli accusatori.
Lui si chiama Aadam Jacobs, ha collezionato migliaia di bootleg di (tra gli altri) Nirvana, R.E.M., The Cure, Depeche Mode, Sonic Youth e Björk. E adesso li metterà tutti online.
