Il nuovo film di Ira Sachs, appena arrivato su Mubi, viola tutte le regole delle moderne biografie cinematografiche. Ed è proprio per questo a renderlo il miglior ritratto possibile del grande fotografo newyorchese.
Gli annunci della cancellazione dei concerti di Ye, precedentemente noto come Kanye West, prima a Londra, poi a Marsiglia, a Chorzów, a Basilea e infine a Reggio Emilia – sempre per le stesse motivazioni, cioè le parole e le opere antisemite del suo recente passato – alimentano il chiacchiericcio intorno a un artista che sembrava essere stato sepolto delle critiche, cancellato dall’opinione pubblica per le tremende azioni e dichiarazioni degli ultimi anni. E tuttavia, mentre tanti altri avrebbero fatto fatica anche a portare avanti un minimo di attività lavorative, lui arriva da un doppio concerto trionfale al SoFi Stadium di Los Angeles, con uno stage design che ha fatto il giro del mondo, e un processo di riabilitazione mediatica in atto. A questo punto la domanda sorge spontanea: è possibile perdonare Ye? È giusto dargli l’ennesima possibilità? O è giunto il momento di dimenticarlo definitivamente? E se così fosse, perché è così difficile lasciarlo andare?
Ye è certamente una delle figure più divisive e controverse degli ultimi 25 anni anni. La sua è una vita segnata da successi enormi e scalate vertiginose, a cui si sono susseguite altrettanto fragorose cadute e momenti personali drammatici. Oggi, esattamente come quando nel 2009 saliva sul palco dei Grammy per strappare il microfono dalle mani di Taylor Swift, è oggetto di discussioni avvelenate, tra fan che lo difendono a oltranza e gli hater che lo vorrebbero cancellare.
Questa diatriba si è aggravata tremendamente negli ultimi cinque anni, mentre i suoi comportamenti sono diventati sempre più inspiegabili e le sue dichiarazioni hanno oltrepassato il limite del perdono. In ordine sparso possiamo citare: il suo sostegno a Donald Trump, l’amicizia con Elon Musk, la convinzione che la schiavitù dei neri negli Stati Uniti fosse una scelta, la fallimentare campagna presidenziale per le elezioni del 2020 e del 2024, le dichiarazioni antisemite e, dulcis in fundo, una sfilza di uscite neonaziste (la svastika usata come merchandise, un singolo intitolato “Heil Hitler”, diverse dichiarazioni d’amore per il Fuhrer, e la lista potrebbe proseguire ancora per un pezzo). Soprattutto queste ultime avevano aperto uno squarcio troppo profondo con la sua fanbase, che pure l’aveva sostenuto anche nei momenti più difficili.
Ad aumentare ulteriormente questo senso di disagio e disinteresse nei suoi confronti c’è anche la sua musica, che in qualche modo era sempre stata l’ancora di salvezza, l’antidoto al veleno delle sue stranezze. Perché anche quando umanamente si dimostrava un personaggio (quantomeno) discutibile, restava un artista in grado di sfornare dischi sensazionali uno dopo l’altro: da The College Dropout a The Life of Pablo non aveva mai sbagliato un colpo, e anche nel suo periodo Wyoming, quando le crepe iniziavano a diventare evidenti, le luci più fioche e le ombre più scure, era stato in grado di produrre un classico come Daytona per Pusha T, un ottimo progetto solista come Ye e un joint album notevole come Kids See Ghosts insieme al suo ex protegé Kid Cudi – senza dimenticare i due solidissimi lavori Nasir per Nas e K.T.S.E per Teyana Taylor.
Da quel momento in avanti la sua vena creativa è diventata sempre più arida, gli album successivi sono stati accompagnati da grandi aspettative a cui sono seguite delusioni cocenti. E mentre il mondo, soprattutto a livello politico e nel dibattito pubblico, cambiava davanti ai suoi occhi, lui si scopriva non più in grado di leggerlo, interpretarlo e restituirne una sua versione. Non era più lui a guidare il cambiamento ma ne era stato travolto, e per mantenersi rilevante ha deciso di aggrapparsi al peggio che la contemporaneità avesse da offrire. Non mi soffermo troppo sui discorsi legati alla sua salute mentale in questo momento – li riprendiamo dopo – perché al tempo questi erano frutto di speculazioni, giravano pochissime informazioni accurate e verificate a riguardo. Ye aveva dichiarato pubblicamente di soffrire di disturbo bipolare, ma questa sua malattia è diventata anche oggetto di discussioni che spesso hanno sfiorato (e oltrepassato) il meme, e lui stesso è stato il primo amplificatore di questo genere di pettegolezzi – la copertina del già citato Ye parla da sé.
Quanto raccontato fin qui restituisce il quadro di un artista che sembrava avviato verso un declino lento ma inesorabile, per quanto molto rumoroso. O almeno, così tutti pensavamo fino all’inizio di quest’anno. Dopo un periodo di silenzio, durato un anno circa, la macchina di Ye ha iniziato piano piano a rimettersi in moto: l’annuncio di nuovi live in giro per il mondo che hanno da subito riscosso numeri importanti in termini di pubblico, l’arrivo di un nuovo disco (Bully) e una campagna mediatica che sembra voler aprire un nuovo arco narrativo nella sua storia: il momento della redenzione dopo la caduta.
La campagna mediatica è stato il primo indizio che mostrava al grande pubblico il suo desiderio di voltare pagina, per provare a mettersi alle spalle quanto successo negli ultimi anni. La prima mossa, la più inaspettata, è stata “mandare avanti” Bianca Censori, sua moglie, la cui relazione con Ye è oggetto da anni di analisi, chiacchiere, imbarazzi e polemiche, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di forza tra i due. In molti sostengono che Ye la stia manipolando (e letteralmente costringendola ad andarsene in giro sempre nuda, nel privato, in pubblico, sui red carpet), dati i 17 anni di differenza di età e il fatto che lui fosse il suo precedente datore di lavoro.
Bianca Censori ha concesso una lunga e approfondita intervista, pubblicata su Vanity Fair, in cui si racconta sia a livello personale che lavorativo, e in cui prova anche a spiegare meglio la sua relazione con il marito. L’intervista in realtà non chiarisce niente, anzi alimenta ulteriormente i dubbi, il mistero e la stranezza attorno sia a lei che al loro rapporto. Ma bisogna dare atto di un tentativo di apertura rispetto a una delle figure più chiacchierate e allo stesso tempo silenziose degli ultimi anni.
La seconda mossa di questa campagna di pulizia dell’immagine di Ye è stato comprare una pagina intera sul Wall Street Journal e usarla per pubblicare una lunga lettera di scuse indirizzata a «To Those I’ve Hurt» (letteralmente «Alle persone che ho ferito»). Si tratta un’ammenda pubblica, che racconta della diagnosi del disturbo bipolare, causato da un’incidente d’auto avuto 25 anni fa, le cui conseguenze a livello neurologico non erano state approfondite nella maniera adeguata, e che sono emerse con chiarezza solo nel 2023. Il prosieguo della lettera è dedicato ai danni pubblici e privati che questa malattia ha provocato, la fase di negazione, la perdita di contatto con la realtà. Seguono le scuse alla comunità ebraica e a quella afroamericana. Infine la richiesta di pazienza, di concedergli il tempo e il modo di ritrovare la retta via.
Come tutto ciò che lo riguarda, anche questa lettera è stata oggetto di analisi approfondite e ha spaccato l’opinione pubblica, tra scettici incalliti e persone favorevolmente colpite dallo sforzo. Poi è arrivato Bully, il nuovo album, anch’esso, come tutti i suoi lavori, a lungo spoilerato e poi pubblicato in ritardo. Per quanto riguarda Bully, le opinioni sono state più chiare: la critica lo ha bocciato in modo piuttosto netto, il pubblico ne è rimasto poco più che incuriosito (l’album ha debuttato alla posizione numero 2 della Billboard Hot 200, non un grandissimo risultato, ma considerando il punto di partenza, neanche così male).
Al di là del disco, la sensazione è che tutto faccia parte del processo di redenzione di cui sopra, e che Ye stia provando a rimettere insieme i cocci della sua immagine pubblica, che così faticosamente aveva costruito prima di polverizzarla. E mentre tutti noi ascoltatori abbiamo di fronte la scelta – perdonarlo o condannarlo – lui sta provando a riconquistare il pubblico di tutto il mondo con la musica. Dapprima si è ripreso quello di casa con una doppia data al SoFi Stadium di Los Angeles, che ha registrato il tutto esaurito – da impazzire il design del palco, con il rapper che si esibisce su un gigantesco mappamondo rotante – e poi con un tour che avrebbe dovuto portarlo in giro anche per l’Europa.
Proprio il Vecchio continente oggi sembra essere il più scettico tra gli scettici nei confronti di questa “redenzione” di Ye. Diversi Paesi hanno vietato i concerti programmati. La prima città a muoversi in questa direzione è stata Londra, che ha negato il visto per la sua partecipazione al Wireless Festival (poi cancellato). A questa poi è seguita Marsiglia, Chorzów in Polonia e Basilea in Svizzera (qui il Basilea, club calcistico che detiene la proprietà dello stadio in cui Ye avrebbe dovuto esibirsi, ha negato l’autorizzazione spiegando che il rapper evidentemente non «condivide i valori» del club). Ed è appena arrivata anche la notizia della cancellazione del concerto di Ye (e anche di quello di Travis Scott) a Reggio Emilia, previsto per il prossimo 18 luglio. Qui la storia un tantino più complicata di quella vista nel resto d’Europa. La Prefettura, in un comunicato stampa, ha spiegato che la decisione di annullare i concerti è stata presa per motivi di ordine e sicurezza: il punto è che al concerto di Ye si prevedevano diverse decine di migliaia di persone, con tutte le conseguenze difficoltà di gestione e controllo della folla. In più, il festival che avrebbe dovuto ospitare Ye ha vissuto settimane tribolate (ha raccontato tutto il Post): ha cambiato nome due volte – da Hellwatt a Summer Show a Pulse of Gaia – e direzione artistica, dallo sconosciuto Victor Yari a Zama, multinazionale messicana che si occupa di festival di musica elettronica. Al momento il festival è confermato ma i dubbi e le preoccupazioni rimangono. Se a questo si aggiungono le richieste di intervento rivolta alla Prefettura dal Codacons e dalle comunità ebraiche di Reggio Emilia e di Modena, si capisce perché si è arrivati alla cancellazione dei concerti.
Nonostante questa ennesima cancellazione, l’impressione è che ci siano ancora pagine da scrivere nel libro di Ye. Il suo impatto sul pubblico è ancora troppo grande per essere dimenticato o cancellato come accaduto con altri suoi colleghi. Tutto ciò fa riflettere sull’importanza che Ye ha avuto in questo primo quarto di secolo, quanto ha influenzato, manipolato e trasformato la musica di tutti con le sue idee. Per questo è così difficile lasciarlo cadere e dimenticarci di lui: ha lasciato un segno troppo profondo nel modo in cui ascoltiamo, produciamo e immaginiamo la musica oggi.
Da qui il vero nodo della questione, che è il solito: separare l’artista dall’uomo, l’impatto culturale dalle responsabilità individuali, è possibile? Ye è stato – ed è ancora – troppo influente per essere ignorato, ma anche troppo controverso per essere assolto. Il suo caso ci costringe a confrontarci con una domanda che va oltre lo stesso Ye: quanto siamo disposti a tollerare, o a dimenticare, in nome del talento? Non esiste una risposta, nonostante siano anni che continuiamo a interrogarci sulla questione. C’è chi continuerà a seguirlo, chi lo rifiuterà definitivamente, e chi rimarrà sospeso in una zona grigia fatta di fascinazione e disagio. Quello che è certo è che Ye, ancora una volta, è inaspettatamente riuscito a rimettersi al centro del discorso.
