La tragicomica storia dei travel influencer che scoprono che l’Italia non è il Paese che hanno visto sui social

Dopo anni di contenuti patinati e racconti sognanti, sui social sta emergendo una nuova specie di travel influencer: quello che racconta il viaggio in Italia per ciò che in realtà è, in egual parti esperienza, esasperazione e, purtroppo, delusione.

30 Dicembre 2025

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studiouscito oggi e intitolato La vita vera Istruzioni per l’uso. Lo trovate in edicola, nelle librerie selezionate oppure, più semplicemente, sul nostro store online

Mentre scrivo, l’opinione pubblica rigira gli ultimi tizzoni intiepiditi di un fuocherello polemico che i più avranno completamente (e giustamente) dimenticato quando questo numero di Rivista Studio sarà uscito. Ad alcuni, a pochi, resterà forse il ricordo dell’ennesima gaffe della ministra del Turismo Daniela Santanché, colpevole del peccato di cui tutti sono colpevoli su internet: aver condiviso sui social un articolo che non ha letto (se lo ha letto, non lo ha capito, fa lo stesso). Ad altri, pochissimi, resterà il ricordo sì di una figuraccia della ministra, ma soprattutto del momento in cui un lunghissimo inganno è stato finalmente svelato: l’Italia non è il Paese che ogni nomade digitale o borghesuccio analogico ama. Ci sono voluti Santanché e un articolo del Daily Telegraph finito per sbaglio nella rassegna stampa del Ministero con il titolo monco – «mai successo in 40 anni», si legge nel comunicato stampa con il quale una mortificatissima Telpress ha spiegato l’incidente – per rivelare la verità: se ne sono accorti. Loro, gli expat degli altri Paesi, trasferitisi nel nostro pretendendo il loro «pezzo di dolce vita», come lo pretendeva l’autrice del galeotto articolo, Annabell Elliott. Se ne sono accorti, che qui spesso si fa la vita agra. E si sono messi a raccontarlo.

«Most disappointing city in Italy»

Santanché non poteva saperlo, perché probabilmente (auspicabilmente, anche) è in ben altre faccende affancendata, non ha il tempo di stare appresso ai trend e ai generi narrativi e alle epocali svolte di internet. A sua insaputa, però, la ministra è incappata proprio in questo: una nuova scuola di pensiero che ha fatto del dire (e mostrare) le cose come stanno la sua missione. La verità e nient’altro che la verità, che la si regga o meno. Quando un fenomeno raggiunge le pagine dei giornali, si può star certi che sui social è già successo da un pezzo. E infatti, l’articolo di Elliott è solo l’ultimo esempio di quello che sui social è già nato come trend, cresciuto come format, diventato genere narrativo. Nessuno sa esattamente quando né dove sia successo, chi abbia avuto l’idea e perché. Ma sta di fatto che a un certo punto qualcuno ha finalmente avuto il coraggio di indicare le nudità del re: bella l’Italia ma sicuramente non ci vivrei, probabilmente manco ci tornerò la prossima estate a fare le ferie. «That’s not amore», era il brillante incipit di un pezzo del New York Post che riprendeva i contenuti di un travel influencer che in molti considerano l’inventore, o almeno l’istituzionalizzatore, di questo genere di contenuti. A luglio di quest’anno, Marek Pukas, 28 anni, pubblica su TikTok un video di 13 secondi che riassume la sua gita a Napoli: «Most disappointing city in Italy», si legge, scritto in sovrimpressione su un’immagine di monnezza buttata per strada. Pukas ci è rimasto male e l’ha detto: si aspettava «la capitale della pizza» e invece ha trovato una città, nessun collega travel influencer lo aveva preparato all’eventualità che a Napoli la vita scorresse come scorre in tante città del mondo. Ovviamente, Pukas non si è inventato né ha istituzionalizzato nulla.

Nemmeno una settimana prima della sua sconvolgente scoperta, un’altra travel influencer americana si era lamentata della fatica che le era toccato fare per visitare Sorrento: «This is literal manual labor not a vacation», aveva detto, sempre su TikTok, evidentemente delusa dalla scoperta che a Sorrento i limoni non si trasformano in carrozze che portano i turisti a spasso per tutta la Costiera amalfitana. Ancora: a giugno 2025 su Reddit era apparso un thread di un anonimo viaggiatore che si addolorava di aver scoperto quanto monotona fosse la cucina italiana solo dopo essere stato in Italia: possibile che dovunque io sia stato mi hanno servito sempre la stessa carbonara? Neanche i Big Mac hanno tutti un sapore così identico tutte le volte in tutti i luoghi. Nei commenti al thread c’era chi lo colpevolizzava, dicendo che, se entra sempre nello stesso tipo di ristorante così evidentemente turistico, è lui la causa del suo male.

Altri, di migliore disposizione, gli hanno consigliato i contenuti di @massicooksitalian, in particolare la serie Forgotten Italian Classic, in cui Massi cucina piatti tipici italiani che non sono, appunto, pasta e pizza, così magari i turisti capiranno perché la carbonara ha lo stesso sapore a Venezia e a Palermo ma uno diverso a Roma. L’utente che aveva aperto il thread Reddit, dopo aver visto come si prepara la panada bergamasca, la pampanella molisana e il ragù genovese, commentava sdegnato che «questa non è cucina mediterranea, però». E andando all’indietro nel tempo si trovano altre decine di esempi di babbei che scoprono, solo dopo essere scesi dall’aereo, che in Italia dai rubinetti non esce spritz, che anche in Italia piove, che pure in Italia ci tocca lavorare, che addirittura certi italiani non vogliono bene alla nonna e non si imbambolano tutti i giorni ad ammirare il sole che tramonta.

Italia del Sud = America Latina

Se è vero che contenuti di questo tipo esistono da che il viaggio è diventato content (ed è vero), è anche vero che nell’ultimo anno si è assistito alla proliferazione di testimonianze di gente che non ne può più di fingere che l’erba del vicino sia sempre e comunque verdissima. Dalla prima volta che sono incappato in questo tipo di contenuti, sono tornato spesso a riguardare il video di un travel influencer sudamericano (mi spiace per l’imprecisione, ma è colpa sua che non ha fornito le generalità) che viene in vacanza in un luogo imprecisato del Sud Italia e si stupisce di quanto l’appartamento che ha affittato per l’occasione somigli alla casa di sua nonna: gli stessi pizzi, le stesse cornici per le fotografie, le stesse suppellettili che omaggiano i santi, la Madonna, il Bambino Gesù. Questo travel influencer mostrava tutto in un video in cui si sforzava di apparire assai divertito («You can’t tell me that Southern Italy it’s not Latin America») ma non riusciva a mascherare la delusione, lui convinto che tutte le case in Italia fossero come quelle che si vedono nelle pubblicità dei profumi: fare tutta questa strada, spendere tutti questi soldi, per ritrovarsi a casa della nonna.

A prescindere dalla dabbenaggine dei travel influencer, c’è un che di rasserenante, persino di liberatorio nel vedere per una volta la realtà che cola nel content e non viceversa. Capire perché questi contenuti si stiano moltiplicando e diffondendo proprio adesso è difficile (la risposta potrebbe anche essere che in realtà sta succedendo solo nel mio feed, dopo che l’algoritmo si è accorto dell’entusiasmo con cui ho interagito con il video della disavventure napoletane di Pukas), ma come in tutte le cose di internet si finisce sempre a parlare di incrocio tra la curva di domanda e quella d’offerta: sono sempre meno le persone disposte a comprare la merce-viaggio per come viene venduta sul mercato-internet, i consumatori iniziano a capire che gli si sta vendendo una scatola vuota, avvolta sì in un packaging stilosissimo ma pur sempre vuota. Anni di scandali e shitstorm, poi, hanno fatto capire anche che il viaggio dell’influencer è diverso due volte da quello dell’uomo qualunque. Una volta perché, appunto, per l’influencer in viaggio è una merce da vendere al mercato, un contenuto da movimentare attraverso la logistica dell’algoritmo, una spettacolo da interpretare sul più grande palcoscenico del mondo. In sostanza, il viaggio dell’influencer è una finzione, il prodotto di una formula truffaldina non troppo diversa da quella degli intrugli che altri influencer spacciano per cura contro la calvizie: anche chi lo compra, in fondo, lo sa che non funziona.

E io pago

L’altra ragione per la quale il viaggio dell’influencer è diverso da quello del comune cittadino è che a quest’ultimo tocca pagare tutto quanto di tasca sua, l’altro invece viaggia spesato, scambia beni e servizi per reach e engagement. La foglia ormai è mangiata (morsicata, almeno), ma l’influencer è come un’erba infestante, peggiore della gramigna: non ce ne libereremo così facilmente. E infatti, alle prime diffidenze degli utenti corrisponde l’inizio di una fase evolutiva dell’influencer/creator: adattarsi per sopravvivere a un ambiente che si fa ostile, darwinismo internettiano. Questa nuova specie ancora non ha un nome, ma nella lingua parlata di internet si inizia a definirli come quelli che «tell it like it is», dicono le cose come stanno, sono severi ma anche giusti, non fanno trucchi né inganni, soprattutto sono veri. Sono quelli che mostrano la distanza che separa le aspettative dalla realtà, come si faceva all’epoca in uno dei meme fondativi della meme culture: Expectations vs Reality.

Da quando ho conosciuto Pukas, nel mio feed compaiono spesso e volentieri viaggiatori che mostrano ai loro follower la differenza che c’è tra l’Italia degli spaghetti dei monumenti dell’arte (per veicolare i concetti usano proprio le emoji del piatto di spaghetti al pomodoro, del monumento simil-Partenone e della tavolozza di colori a olio) e l’Italia delle sirene spiegate, dei teschi e dei coltelli (anche qui, con emoji a illustrare). «When you’re in Italy, not Italy», si legge mentre sullo schermo scorrono immagini di Palermo che sembrano prese da un archivio di foto stock di degrado urbano. Nelle caption il discorso si amplia e si complica, si spiega ai follower che l’Italia è davvero un Bel Paese ma che è anche un Paese vero e proprio, che talvolta puzza e in certi casi si imbruttisce. L’entusiasmo e la gratitudine dei follower si trova sparsa dappertutto nei commenti: grazie di avermi fatto risparmiare questi soldi e questa fatica, caro influencer. Allora è questa l’Italia vera che di cui nessuno mi aveva avvertito prima. Adesso che hai cancellato questa parte di mondo dalla mappa delle mie vacanze, però, dimmi dov’è che vale davvero la pena andare a fare le ferie. Perché, si capisce, alla presa di coscienza che qualsiasi content è finzione non segue – non può più seguire – la decisione di fare a meno del content stesso: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine dei social, ormai.

L’evoluzione della specie

L’influencer/creator destinato a sopravvivere in questo ambiente nuovo e ostile è quello che ha capito che quando una menzogna viene scoperta, si può prendere una di due strade: sostituire la menzogna vecchia con una nuova oppure raccontare un po’ di verità. Pukas, per esempio, ha imboccato la prima strada: nello stesso video in cui diceva peste e corna di Napoli si sperticava in lodi per le precedenti tappe del suo viaggio: Bari, Polignano a Mare, Alberobello. Località che appartengono all’Italia vera, appunto. O almeno, all’Italia per come è lecito aspettarsela dopo anni di contenuti che hanno convinto tutti che a ognuno spettino i suoi 15 minuti di dolce vita. Altri, come l’italiano HumanSafari (Nicolò Balini), hanno capito prima di altri che sui social solo il sincero sopravvive: lui sono anni che se ne va in giro per il mondo, visita parti del creato inaccessibili ai più, senza mai perdere l’occasione di ricordare ai suoi follower che viaggiare è in parti uguali esperienza ed esasperazione.

Ovviamente, questo fenomeno non inizia né finisce con il viaggio, con i travel influencer, con l’Italia. Ormai ci sono contenuti che svelano il lato oscuro di ogni località turistica prediletta dai social. Uno dei miei preferiti lo ha realizzato il profilo TikTok Commentary and Tips e riguarda il Burj Khalifa di Dubai. Con orrore, dopo un viaggio a Dubai, il creator ha scoperto che il Burj Khalifa non ha praticamente nessuno scopo a parte quello, realizzato, di essere il grattacielo più alto nel mondo. Con disgusto, il creator racconta il momento in cui ha capito che il Burj Khalifa non è stato pensato per accogliere la vita: quello in cui ha scoperto che il grattacielo non è allacciato alla rete fognaria di Dubai e che le sue acque reflue vengono prese in consegna periodicamente da camion cisterna che vengono poi svuotati direttamente nel Golfo. «This is why Dubai i shell on Earth», si intitola il video. Ovviamente, questa storia delle fogne del Burj Khalifa è una bufala raccontata benissimo da Commentary and Tips.

Quello che conta qui, è che tantissime persone ci hanno creduto nonostante fosse una storia evidentemente assurda. Perché? Perché, come hanno spiegato diversi utenti, è stato bello credere, anche solo per un momento, che anche i ricchissimi fanno la cacca come noialtri.
La spinta al disvelamento di quell’immenso trucco che chiamiamo content attraversa, appunto, tutta internet. È un tentativo, magari tardivo, inconsapevole e contraddittorio, ma comunque benemerito, di ricordarci che tutto quello che succede sui social succede su un palcoscenico, è una rappresentazione, è una finzione. Lo stesso discorso fatto per il contenuto-viaggio lo potremmo fare anche per il contenuto-cibo o per il contenuto-bellezza o per qualsiasi altro contenuto che ha contribuito a fare grande internet negli anni.

Nello stesso periodo in cui il mio feed si è popolato di creator che “dicono le cose come stanno” in fatto di vacanze in Italia, mi sono ritrovato davanti a contenuti che mi spiegavano che il crunch che sento quando quel food influencer addenta quel pezzo di pollo fritto non è davvero così rumoroso, è un suono amplificato (talvolta proprio aggiunto) in post produzione. In altri casi, mi sono ritrovato davanti a gym bro pentiti che mi spiegavano che per far risaltare così tanto la tartaruga addominale in quella foto avevano passato 45 minuti a percuotersi la pancia con un sacchetto di arance. È come se i social stessero facendo – iniziando a fare – lo sforzo di mostrare il loro volto umano, stessero attraversando quel reality check indispensabile per il coming of age di qualsiasi media audiovisivo, il momento in cui si ammette che tutto quello che passa sullo schermo è uno spettacolo, potentissimo, certo, ma pur sempre spettacolo in una misura o in un’altra. E che la vita vera è facile da distinguere, perché nella maggior parte dei casi è tutt’altro che spettacolare.

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