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Cinquant’anni fa iniziava la storia delle Torri gemelle

Ognuno di noi ricorda la data della loro distruzione, in pochi quella della costruzione: il 4 aprile del 1973 le due torri venivano inaugurate, simboli di un momento di passaggio nella storia di New York e dell'America tutta.

04 Aprile 2023

«Sembrano degli schedari di vetro e metallo», e poi «Sono come gli scatoloni in cui sono arrivati l’Empire State e il Chrysler Building». Così era stato accolto da alcuni l’arrivo delle Torri Gemelle nel 1973, anche perché toglievano il primato a Midtown come giungla di grattacieli, superavano in altezza L’Empire State Building, eretto nel 1931, e invadevano il lungo fiume che, come scrisse Jane Jacobs doveva restare ai cittadini in modo che se lo godessero. L’arrivo di nuovi elementi di disturbo degli skyline è sempre un tema divisivo, e si va indietro fino alla Tour Eiffel – un’impalcatura, si disse – anche se doveva essere temporanea. Ma le Twin Towers, che formano la H nel poster di Manhattan di Woody Allen erano anche un bagliore profetico di quel bling diffuso che sarebbe arrivato solo decenni dopo, di quel senso del decoro che sarebbe stato il mantra dei lunghi anni dell’amministrazione di Mike Bloomberg. Costruire uffici quando non c’era una vera necessità di spazi, prendere zone di edifici bassi, misto residenziale-secondario, e trasformarli in officine del terziario internazionale cacciando chi ci viveva e lavorava.

Negli anni Settanta non era ancora stata accettata come inevitabile la selvaggia elevazione verso l’alto che crea adesso un costantemente mutevole skyline – è impossibile oggi nelle bancarelle vendere una maglietta con la sagoma della città, tanto cambia velocemente – e Manhattan, a parte certi quartieri felici, si era svuotata alla fine degli anni Sessanta dalla classe media che aveva preferito i sobborghi di villette, l’opposto della gentrification, diventando terreno di proteste delle minoranze per i diritti civili, oltre che per la guerra in Vietnam, con un sistema arenato in diffusi problemi di corruzione della polizia e un notevole indebitamento. C’erano ancora un po’ di quelle vibe delle canzoni di Bob Dylan e di Simon & Garfunkel, ma soprattutto un altissimo tasso di criminalità, stupri a Central Park, borseggiatori nei vicoletti con le scale antincendio, da film. Era ancora Gotham City. Non era certo, New York, quell’isola per milionari à la Succession che è diventata adesso. Ci sono fotografie del ’71 con le due torri in costruzione e in strada i senzatetto che dormono sull’asfalto, bidoni in fiamme, auto a cui son state rubate le ruote, spazzatura ovunque. Il World Trade Center, in questo, diventa quasi simbolico nel dare inizio a una vetro-acciaificazione del business che esce dai perimetri urbani dov’erano relegati i vecchi grattacieli pre-guerra, e di un’esaltazione del trading internazionale e dei grandi brand che diventerà uno dei motori degli anni ottanta, da cui inizierà la postmodernizzazione dell’America. La filosofa Julia Kristeva, vedendo un parallelo con le guglie della cattedrale parigina, le chiamò «Notre-Dame de l’Argent», Nostra Signora dei Soldi.

Il 4 aprile del 1973 i newyorkesi poterono quindi vedere, in tutto il loro splendore questi due giganteschi schedari. Il sindaco era John Lindsay, repubblicano diventato democratico per cui fu coniato il termine “limousine liberal”. L’architetto era il giapponese Minoru Yamasaki, che ha nel cv una lista di edifici pubblici, tutti nello stesso stile, in città americane minori, da Buffalo a Minneapolis, da Richmond a Tulsa, oltre alla Torre Picasso di Madrid. Le due torri di Lower Manhattan restano il suo edificio più memorabile. Morirà prima della loro distruzione, ma fece in tempo a vedere un’altra sua creazione polverizzata, Pruitt-Igoe, un Corviale diffuso, progetto di segregazione residenziale destinato agli afro-americani di St. Louis, 33 edifici di undici piani eretti negli anni cinquanta al posto di una baraccopoli e demoliti poi con l’esplosivo tra il ’72 e il ’76.

Le torri erano solo due dei vari edifici del World Trade Center, che nei suoi metri quadri poteva ospitare oltre 130 mila lavoratori, più o meno la popolazione odierna del comune di Ferrara. Era così ampio da avere il suo codice di avviamento postale. Era una città dove ogni giorno operavano banche e aziende multinazionali di servizi finanziari, da Bank of America a Morgan Stanley, oltre al New York Stock Exchange, ma anche Verizon e Xerox. E poi la Port Authority di New York e del New Jersey, potente joint venture tra i due stati che controlla le infrastrutture dei trasporti intorno al fiume, compresi gli aeroporti, e quindi anche proprietaria di grossi appezzamenti di terreno. Era stata proprio l’autorità portuale a iniziare la costruzione, e mantenere poi gran parte della proprietà del WTC, partendo da una proposta di David Rockfeller.

Ma cosa resta delle due torri cinquant’anni dopo l’inaugurazione se non consideriamo la tragedia dell’11 settembre? Il primato della loro altezza, 417 metri se non si contano le antenne, venne superato dalla Sear Tower di Chicago due anni dopo, che divenne l’edificio più alto del mondo. Era ancora un’era di primati americani, non erano ancora entrati in competizione gli sceicchi con i loro albergoni sul golfo Persico. Ovviamente le Twin Towers apparvero in centinaia di film e serie tv, da Una poltrona per due a Moonstruck, da Miami Vice ai Power Rangers, ma spesso nel background. Diventarono cioè parte del panorama di Manhattan, ma non raggiunsero mai davvero uno status iconico come alcuni illustri predecessori. Lo scrive pochi mesi dopo la loro distruzione il New York Times: “Nei film non c’è nessuno star power per le Twin Towers”. Il critico cinematografico Philip Lopate era convinto che «Le torri non sono mai entrate nella narrativa della mitologia di New York. Non hanno mai avuto un ruolo nelle cerimonie quotidiane dei newyorchesi. Avevano un qualcosa di parvenu», che poteva interessare ai turisti ma non ai locali. E per questo non sono mai entrate nella guida dei luoghi clue delle varie rom-com ambientate a NYC, che vanno dal Met ai ponticelli di Central Park, dalla Grand Central Terminal fino alle brownstone del West Village. In effetti una delle scene più belle in cui il WTC è protagonista è in una puntata dei Simpson del 1997, “The City of New York Vs Homer Simpson”, dove Homer deve recuperare la sua macchina, coperta di multe e bloccata da una ganascia, e in attesa di sbrigare le pratiche burocratiche, è costretto a salire prima su una torre poi sull’altra alla ricerca di un bagno. Sono, in fondo, solo uffici, con una funzione esclusivamente pratica, senza magia, lo scenario ideale per rappresentare la burocratizzazione urbana, le complicazioni della big city in contrasto con la semplicità semi-rurale di Springfield.

Oggi, ovviamente, non si può parlare più di Torri Gemelle e di World Trade center senza legarli, immediatamente, all’11 settembre del 2001, di cui esistono, post attacco terroristico, quintali di rappresentazioni nella letteratura – come il bellissimo Falling man di DeLillo – e nell’audiovisivo. Quella tragedia ha eliminato non solo gli edifici e migliaia di vite, ma anche tutto l’immaginario precedente. Come l’attentato del 1993, ormai dimenticato, quando la bomba dentro un furgone esplose ai piedi della torre nord, uccidendo sei persone e ferendone un migliaio. Oppure la traversata non autorizzata sul filo tra le due torri di Philippe Petit nel 1974, di cui esistono sia un documentario Man on wire che un film di Zemeckis, The Walk.  Ma nonostante questi eventi spettacolari, niente può contro la distruzione del 2001 e dei due aerei. Solo in quel momento le Twin Towers diventano icone da stampare sulle T-shirt, da postare sui social a ogni anniversario con scritto “Never forget”, mentre si dimentica tutto quel lasso di tempo tra il 1973 e il 2001.

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