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C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
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Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
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I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.
Il crossover tra A24 e Dior sembra strano ma in realtà ha perfettamente senso sia per A24 che per Dior Per i prossimi due anni il brand diverrà main partner del Cherry Lane Theatre di New York, istituzione centenaria acquisita da A24 nel 2023

La vita bugiarda di Thomas Mann

Nel suo romanzo Il Mago (Einaudi), Colm Toìbin indaga la vita sessuale segreta del grande scrittore, sacrificando i tormenti creativi per dare forma al ritratto di un uomo più vicino a noi.

02 Febbraio 2023

Riscrivere la vita di personaggi realmente esistiti non è una procedura nuova, diverse semmai, possono essere di volta in volta le finalità con cui si affronta un’operazione del genere. Paul Auster, nella sua recente biografia di Stephen Crane (Ragazzo in fiamme, Einaudi), ha voluto riportare all’attenzione uno scrittore un tempo popolarissimo attraverso uno scavo minuzioso, spendendo oltre mille pagine per raccontare un’esistenza durata appena 28 anni. Colm Toìbin compie un’operazione più complessa e, sicuramente, più impervia e stimolante in Il Mago (Einaudi), dedicato alla vita di Thomas Mann. Diciotto capitoli, ognuno dei quali incrocia un anno e un luogo, per ricreare alcuni momenti della sua biografia. Il primo è ambientato nel 1891, a Lubecca, quando Thomas ha sedici anni, l’ultimo, nel 1950, a Los Angeles (e poi in Svizzera), in prossimità della morte, ormai venerato.

Leggendo biografie e testimonianze dei familiari, compresa quella della moglie Katia, Tóibín si è formato una convinzione precisa su Mann: «Mi è risultato chiaro che pensava costantemente a una vita sessuale che gli era preclusa». L’idea è quindi in un certo senso di “liberare” la sua vita da un desiderio che nelle sue opere risulta represso, inibito, confinato in un mondo onirico. Si può prendere il caso di Morte a Venezia, l’opera scritta dopo un soggiorno nella città adriatica assieme alla moglie Katia e al fratello Heinrich. Mann vi arriva nella primavera del 1911. Ha già pubblicato uno dei suoi romanzi di maggior successo, I Buddenbrook, ambientato nella città natale di Lubecca, sul declino di una famiglia della ricca borghesia mercantile tedesca durante il XIX secolo.

Nell’albergo veneziano dove si trova assieme al fratello e alla moglie, ancora sotto shock per il suicidio della sorella Carla, Mann incrocia un ragazzo polacco che lo rapisce sin dal primo momento per il biancore del viso e l’azzurro degli occhi. «Non era solo la bellezza a colpire Thomas, era il suo modo di mostrarsi imperturbabile, di restare in silenzio senza essere imbronciato, di stare con la famiglia mantenendo comunque le distanze». Questo incontro offre allo scrittore l’ispirazione per uno dei suoi racconti più famosi (anche grazie al film di Visconti), Morte a Venezia. Né la passione di Mann né quella del protagonista dell’opera, Aschenbach, per il ragazzo polacco (Tadzio nel libro) si consumano, restando nella testa di entrambi come pensiero, sogno, ossessione.

Quando avviene il viaggio a Venezia, Tóibín ci ha già raccontato diversi episodi nei quali Mann ha manifestato le sue preferenze omosessuali, nonostante il matrimonio e i figli che alla fine saranno addirittura sei. Il coetaneo Armin Martens, il primo amore, il quale però appena Thomas gli fa leggere le poesie a lui dedicate lo invita a disfarsene, «se non vuoi che qualcuno ci scaraventi in acqua». Quindi il coetaneo Willri Timpe, con il quale si ritrovano nudi, nella stessa stanza, di notte. Herr Huhnemann, l’impiegato d’assicurazione che, dopo averlo denunciato perché scriveva racconti anziché lavorare, lo conduce fino all’orgasmo, manifestato «con ansiti spaventosi, come di un uomo improvvisamente posseduto da un demone».

Tóibín costruisce un romanzo che si legge come una biografia ma che vuole restare un romanzo, sfruttando in tutto e per tutto la libertà immaginativa e compositiva propri di questa forma di scrittura. Un’operazione che respira a pieni polmoni l’aria di quest’epoca in lotta serrata contro i tabù, dove tutto può e deve essere detto, senza pudori, quasi come se fosse un dovere dare corpo a qualsiasi pensiero per non lasciare niente di inespresso, neanche ciò di cui si dubita. Diventato un personaggio romanzesco, Mann sembra però più vicino al classico borghese con la doppia vita, inappuntabile di giorno, torbido di notte che a un uomo tormentato, attraversato da una moltitudine di emozioni e di stimoli. Quando, tornato per l’ultima volta in Svizzera (dove muore nel ‘55), scopre che il suo adorato Franz Westermeier, il cameriere dell’albergo, si è trasferito, la mente corre ai loro incontri, tanti anni prima, quando l’eccitazione lo permeava fino a scuoterlo, «ogni mattina si svegliava con un’erezione».

Volendo costruire un ritratto a tutto tondo, finalmente complessivo, Tóibín rende questo scrittore travagliato un personaggio bidimensionale. Lungo le 500 pagine de Il Mago si rincorre l’uomo ma si rischia di perdere di vista lo scrittore sommo, capace di raccontare la crisi di un mondo (e di una intera civiltà), la coscienza critica del popolo tedesco, il borghese inquieto, atterrito di fronte al manifestarsi dei grandi totalitarismi novecenteschi, l’esule insoddisfatto, e molte altre cose ancora. Cercando di farci entrare in maggiore intimità con Mann, scrittore indubbiamente altero e “distante”, Tóibín ce ne restituisce un’immagine forse più attuale ma anche meno duratura.

Del resto entrare nell’intimità degli scrittori, degli artisti, può non solo essere fuorviante, ma anche pericoloso. Proust biasimava chi, come il critico Sainte-Beuve pensava che fra l’uomo e l’opera non vi fosse separazione, disconoscendo che «il libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostra abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi». E infatti nella sua Recherche non vi sono tracce “dirette” degli amori vissuti dallo scrittore (Agostinelli, Reynaldo Hahn) se non nell’imprendibile Albertine, ribattezzata, appunto, “la fuggitiva”, colei che scappa, probabilmente anche dal nostro desiderio, comprensibile, di sapere tutto della vita dei grandi.

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