Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
È un disco complesso, ricco, stratificato, molto ambizioso, ma non privo di episodi il cui valore può essere colto anche dall’ascoltatore distratto di questi tempi. Più lo ascoltavo, più il nono album dei Gorillaz, The Mountain, mi è parso un invito: un invito ad abbandonarsi alla musica, prima di tutto; e magari, in un secondo momento, ad andare anche a spulciare con attenzione i testi, che non sono sempre comprensibili, sia perché accanto all’inglese compaiono arabo, hindi, spagnolo e yoruba (lingua dell’omonimo popolo oggi diffusa nell’Africa occidentale nei territori di Nigeria sudoccidentale, Benin e in alcune aree del Togo), sia perché spesso le voci sono filtrate, deformate da effetti sonori che le trattano giustamente alla pari degli altri strumenti musicali, o magari volutamente seminascoste nel mix. È un disco che cresce con gli ascolti, la cui complessità si svela poco alla volta, definendo il profilo di un’architettura sonora monumentale, concepita con grande libertà e con il rigore che si rende necessario per ammansire una “bestia” come questa.
Pubblicato venticinque anni dopo il debutto omonimo del 2001, The Mountain può apparire anche come una nuova partenza: non perché prima ci sia stata una pausa – il lavoro precedente, Cracker Island, era stato accolto dalla critica e dal pubblico come una conferma della visione creativa della band – ma perché sono talmente numerose le idee, gli spunti, le direzioni che è difficile immaginare che nessuna di queste si ripresenterà nei lavori futuri.
I temi principali dell’album, la mortalità, lo scorrere dell’esistenza e il dolore e il lutto come parti fondamentali della nostra esperienza, sono stati imposti in qualche modo direttamente dagli eventi: durante la lavorazione del disco, Damon Albarn e Jamie Hewlett hanno entrambi perso il padre. Hanno fatto insieme un viaggio in India pensando che fosse un luogo adatto in cui rielaborare quel dolore. Albarn ha disperso le ceneri del padre nel Gange, in cui si è concesso anche una nuotata. Lì ha potuto osservare come in India il processo di cremazione avvenga sotto gli occhi dei parenti del defunto: il corpo non viene occultato alla vista mentre viene bruciato – un metodo molto diverso da quello che usiamo qui in Occidente, ha sottolineato Albarn in un’intervista al NME.
Proseguendo nell’abitudine consolidata di chiamare a raccolta diversi colleghi a ogni nuovo capitolo discografico, a The Mountain hanno collaborato Asha Bhosle, Asha Puthli, Black Thought, Idles, Johnny Marr, Paul Simonon, Anoushka Shankar, Sparks, Omar Souleyman, Trueno e Yasiin Bey. Ma l’elenco non finisce qui, perché tenendo fede alle tematiche del lavoro – o forse questo è un altro elemento che ha contribuito a farle emergere – queste canzoni portano il segno anche di alcuni artisti che nel frattempo sono deceduti, come Dennis Hopper, Bobby Womack, David Jolicoeur, Tony Allen, Proof e Mark E. Smith.
Verso la montagna
La scalata verso la vetta inizia con uno strumentale molto “caldo” di flauto e sitar, percussioni etniche. Quando entra una chitarra acustica l’impressione si fa ancora più straniante. Il futuro che non c’è mai stato è quello di un mondo in cui il passato rappresentato dagli strumenti tradizionali si mescola con l’elettronica e la computer music, l’uomo si esprime liberamente in tutte le lingue conosciute e la morte, il dolore, il lutto e una qualche sorta di esistenza al di là del guscio corporeo in cui trascorriamo la vita è più di una possibilità.
Si passa poi a una suite d’archi, cambia il panorama anche mentale, ci spostiamo leggermente verso occidente, un occidente pur sempre contaminato e memore delle altre tradizioni. “The Moon Cave”, con bassi sintetizzati molto eighties che imperversano in tutto il disco, mostra un andamento poppeggiante e rilassato, con la partecipazione di Asha Puthli, Bobby Womack e Dave Jolicoeur. “Happy Dictator“, il primo singolo, pubblicato l’11 settembre del 2025 (una coincidenza? C’è da dubitarne), sembra un manuale di come andrebbe scritto, arrangiato e prodotto un brano di pop contemporaneo. Si apre su un tappeto sonoro etnico, per preservare in qualche modo la continuità musicale del disco, per poi passare a un up-tempo molto interessante dal punto di vista armonico – raro che non sia così quando c’è di mezzo Albarn – ma che allo stesso tempo è reminiscente della grande scuola inglese: in tutta la parafernalia dell’arrangiamento, tra bassi insistenti e cori e contro cori, non è difficile rintracciarvi le massime autorità dei Beatles e di David Bowie, quest’ultimo in particolare nel break in cui Russel Mael intona quasi a cappella: “I am the one to give you life again / I am the one to save your soul, amen”.
“The Hardest Thing” è una specie di intermezzo – ma densissimo a livello di senso – che si assume la responsabilità di porre una delle tante domande scomode di questo disco: come si fa a superare un lutto? Come si fa a ricominciare a vivere? È una minisuite quasi completamente strumentale, introdotta da un’esortazione in una lingua a me incomprensibile, che aggiunge la giusta dose di ignoto e oscurità al brano. Il discorso prosegue subito dopo con “Orange County”, che ripete lo stesso testo di “Hardest Thing” su una base decisamente più mossa. Dalla voce di 2-D si passa a quella di Kara Jackson, in una specie di botta e risposta. Potrebbe essere quasi un dialogo con la Morte stessa, che dice: «Io non sono il tuo nemico, adesso che il tuo atomo è andato, rimani da solo». Il riff strumentale del brano, all’inizio e alla fine, è un fischio, come ad aggiungere un tocco di ordinarietà a tutta la faccenda. Con “The God of Lying” si torna ad atmosfere sonore più scanzonate, almeno musicalmente, con un andamento in levare e la partecipazione degli Idles.
Manifesti e guru di plastica
La traccia esattamente centrale del disco, a sottolinearne il ruolo di cardine dell’opera, è “Manifesto” – e già il titolo basterebbe –, una cavalcata in due parti di oltre sette minuti totali, pubblicata come secondo singolo l’8 ottobre dello scorso anno. Con le voci affidate a 2-D, Trueno, Proof, metà in inglese e metà nel castigliano argentino di Trueno, di nuovo sembra una meditazione sulla morte. Trueno cammina verso la luce, verso il futuro che lo reclama:
Mami me futuro me reclama / Camino hacia la luz / I have nothing to lose.
La musica, se non proprio gioiosa, è perlomeno calda, cadenzata, accogliente. Fino al cambio d’atmosfera della seconda parte, quando il ritmo rallenta e compare Proof a fare la parte del cattivo:
No one can convince the invincible to be sensible / Pits in the principal, my pistol won’t miss you all.
In “Plastic Guru”, invece, c’è un dettaglio che in qualche modo ne illustra perfettamente la visione: il brano si apre con un parlato, originariamente di Lou Reed, risalente al tempo della sua collaborazione con i Gorillaz (il brano Some Kind of Nature, da Plastic Beach). Gli eredi di Reed però ne hanno impedito l’utilizzo, assecondando la volontà di Reed che ha proibito di pubblicare sue registrazioni postume. Ed ecco il colpo di genio di Albarn e soci: hanno usato un sintetizzatore vocale per emulare la voce di Hal9000, il computer che controlla il Discovery One di Odissea nello Spazio, tramutando un intoppo in un’ulteriore aggiunta di significato. Oltre a questo, nel brano c’è anche la chitarra di Johnny Marr, come anche in “The Empty Dream Machine”, “Casablanca” e “The Sweet Prince”.
E ancora, in “Damascus”, che vede la partecipazione di Yasiin Bey, già collaboratore della band in Plastic Beach, e di Omar Souleyman, astro nascente della musica siriana con la sua versione contemporanea del dabke, il ritornello recita: «New arrivals / fresh survival». E si parla di una nave in partenza da Damasco e diretta verso il Nemo Point (il punto dell’oceano più lontano da qualsiasi terra, che si trova nel Pacifico, a 2688 km dall’atollo più vicino, dove tra l’altro vengono fatti precipitare i veicoli spaziali destinati alla distruzione): «Navigate the waves in the dark, no map / Stars in the heavens and a breeze on my back».
In chiusura, “Casablanca”, con Johnny Marr e Paul Simonon, poi “The Sweet Prince”, a rallentare il ritmo e ad accompagnare l’ascoltatore verso l’ultimo capitolo del disco, l’invocazione del Dio Triste che contempla amaramente il frutto della sua creazione: vi ho dato vele bianche per raggiungere il sole, vi ho dato l’atomo e voi avete costruito la bomba. È decisamente impossibile provare a seguire tutti gli spunti, le associazioni mentali e le sensazioni che l’ascolto può suscitare – e almeno per chi scrive sta proprio in questo uno dei suoi pregi maggiori, cioè quello, come dicevo in apertura, di essere un invito, una porta aperta su un corridoio su cui si affacciano altre cento porte, e così via. Si può decidere di aprirle una dietro l’altra o abbandonarsi al flusso, perdersi in tutte quelle possibilità e continuare a immaginare un futuro che forse l’umanità non sarà mai in grado di costruire per sé, ma perlomeno avrà provato a immaginarlo. D’altronde: We believe what we choose / Is that not the truth?
Invece di celebrare per l'ennesima volta il funerale delle riviste indie, sarebbe più utile parlare di come gli algoritmi e la frammentazione del pubblico stiano trasformando il fare un giornale in un'impresa impossibile.
Chi chiamerà e confesserà avrà una corsia preferenziale per acquistare una versione in miniatura della sua opera "The Ninth Hour", quella che ritrae Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite.
Prodotto da A24, il film è diretto dal 20enne Kane Parsons, che ha fatto diventare le backrooms un mito internettiano grazie a dei corti pubblicati su YouTube quando di anni ne aveva appena 16.
La puntata speciale di Tintoria con il cast del film è diventata viralissima, grazie alle domande di Rapone che hanno lasciato interdetto e divertito il cast.
