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Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.

The Handmaid’s Tale parla ancora di noi

La quarta stagione della serie tratta da Margaret Atwood supera i difetti delle precedenti per ritornare alla lucidità della prima.

03 Maggio 2021

The Handmaid’s Tale è arrivata sui nostri schermi nel maggio del 2017, qualche mese dopo che Donald Trump si era insediato alla Casa Bianca, un attimo prima che la parola distopia iniziasse a non sortire alcun effetto, anzi proprio a stancarci. Era la serie perfetta per incarnare il momento che l’America stava vivendo: nell’aprile dello stesso anno Rebecca Mead scriveva sul New Yorker che quella di Margaret Atwood, dal cui romanzo del 1985 la serie è tratta, era una visione profetica, e tracciava dei parallelismi tra la società di Gilead e quella che Trump stava forgiando nei suoi primi mesi al potere. A ottobre sarebbe scoppiato il caso Harvey Weinstein, dando il via al #MeToo e al riaccendersi del dibattito sui femminismi nei media mainstream, non solo negli Stati Uniti, e l’immaginario creato da Atwood, così potentemente tradotto nelle atmosfere plumbee della serie Hulu, sarebbe ben presto diventato uno dei punti di riferimento delle battaglie combattute su questi temi. 

Erano vestite da ancelle, come la protagonista Elizabeth Moss, le donne che durante la presidenza Trump hanno protestato per il diritto all’aborto (è successo in Georgia e in Alabama, ad esempio), dopo che nei primi sei mesi del 2019 negli Stati Uniti erano state promulgate 21 leggi che in varia misura miravano a limitare l’accesso alla pratica, su spinta della destra più conservatrice. L’abito rosso che nella serie identifica le concubine designate a portare avanti le discendenze dei loro comandanti (perlopiù sterili) in un orrido rituale cui partecipano anche le mogli, era la “nuova” incarnazione della più eterna delle lotte femministe: quella per reclamare il diritto di agire sul proprio corpo di donna. Quattro anni dopo, The Handmaid’s Tale ritorna con una nuova stagione, in Italia su TimVision dal 29 aprile, i cui primi tre episodi sono stati messi subito a disposizione, mentre gli altri sette usciranno a cadenza settimanale. E già dal primo episodio, la serie sembra essere tornata alla lucidità degli esordi, quando appunto aveva incarnato un momento storico con un’aderenza quasi grottesca.

Un areo con 83 bambini di Gilead è atterrato con successo in Canada, dove i piccoli sono stati messi in salvo e le istituzioni preposte, aiutate dalle associazioni di attivisti che da lì sono riusciti a scappare, provano a “reinserirli” nella società. June (Elizabeth Moss, che in questa stagione debutta come regista) e le sue compagne, che quell’aereo sono riuscite a farlo partire con un atto di ribellione e coraggio dettati dalla disperazione cui Gilead le ha ridotte, sono invece in fuga. Le ancelle momentaneamente liberate cercano di trovare un equilibrio nella loro nuova condizione, anche se sanno di essere ancora in pericolo: continueranno a combattere i vecchi nemici ma troveranno anche nuove alleate, tra cui la quattordicenne signora Keyes, interpretata dalla brava Mckenna Grace, così giovane e già così segnata dalle esperienze di Gilead.

Come aveva scritto Anna Momigliano su Studio, la seconda stagione di The Handmaid’s Tale era stata una delusione perché sprofondava nella morbosità gratuita, reiterando all’infinito le torture vissute dalle donne prigioniere di questo Stato distopico di cui avevamo già imparato a riconoscere i tratti reali. I lunghi piani sequenza, il buio metallico che sembra incombere perennemente sulle protagoniste, le museruole, le manette, le botte, le bocche cucite, le torture, le gravidanze non volute e gli stupri: era quasi pornografia del dolore, intervallata da brevi e insoddisfacenti momenti di catarsi.

Con la quarta stagione, invece, la serie supera quell’impasse e si concentra sul dopo: cosa succede ai bambini che hanno conosciuto solo Gilead una volta arrivati nel mondo libero? Può capitare che sentano la mancanza della famiglia che li ha rapiti, e che non ricordino il volto e la lingua dei loro genitori biologici dai quali sono stati ingiustamente separati, ad esempio. Cosa succede alle ancelle quando provano, per la prima volta dopo anni passati a essere brutalizzate, il primo assaggio di libertà? Alcune di loro non vorranno più combattere, altre vorrebbero ballare, altre dovranno fare i conti con quello che Gilead ha fatto loro: ma di chi è la colpa? Primo Levi ha scritto ne I sommersi e i salvati che una dei più grandi crimini del nazismo era stato quello di rendere complici nei suoi reati le persone che imprigionava e uccideva, attraverso un complicato sistema di collaborazionismo forzato: dai sonderkommando ai capi dei ghetti, il male ti contamina e ti rende suo pari, o almeno prova a fartelo credere. In questo quarto atto, le ancelle, soprattutto la protagonista June, vivono appieno questa tensione: hanno combattuto, si sono ingegnate per sopravvivere, si sono opposte, ognuna a modo suo, a chi le sottometteva. Jen Chaney ha scritto su Vulture che è un po’ quello che prova a fare l’America dopo quattro anni d Trump ma, simbolismi a parte, finalmente The Handmaid’s Tale va oltre l’orrore e restituisce alle sue protagoniste la libertà di agire per cui hanno tanto sofferto.

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