Arriva oggi nelle sale italiane uno dei film d'animazione più chiacchierati di quest'anno, un'opera a metà tra animazione e pittura, firmata da quello che molti già considerano l'erede di maestri come Miyazaki e Shinkai. Ne abbiamo parlato con lui.
L’inizio della carriera degli Strokes coincide esattamente con l’inizio dell’era contemporanea. Il vinile di Is This It uscì negli Stati Uniti l’11 settembre, il cd doveva uscire due settimane dopo. Fu posticipato a ottobre e dalla versione americana venne rimossa “New York City Cops”, che descriveva i poliziotti newyorkesi come «not too smart». È l’ultimo album concepito in una New York ancora ingenua ed entusiasta per il futuro, e il primo ascoltato nell’America post-Torri Gemelle.
Io ascolto Is This It per la prima volta nel giugno 2024, su consiglio insistente di un amico che ha tatuata tutta la tracklist sulla caviglia sinistra. Ai primi ascolti mi annoia perché mi sembra tutto uguale. Scriverlo mi fa vergognare molto. Come per una nuova generazione di fan, mi ci vuole l’estasiante e ampio The New Abnormal del 2020 per innamorarmi degli Strokes, ripercorrere la loro discografia, tornare su Is This It e cogliere la perfezione del concentrato di frustrazione e svogliatezza che è il loro debutto. Oggi, da normie, lo considero ovviamente il loro apice e forse il mio album preferito di sempre. Sicuramente quello che mi ha generato più dipendenza. E ora sto vivendo per la prima volta l’uscita di un album degli Strokes come qualcosa che accade adesso, non come reperto già canonizzato.
Dicevamo: il loro grande debutto coincide con la più grande ferita all’Occidente, che non guarirà mai; il loro grande ritorno, uscito nell’aprile 2020, con il più grande trauma mondiale dell’epoca moderna, la pandemia di coronavirus. A quel giro decisero all’ultimo di non posticiparlo; il frontman Casablancas scherzò: «Si chiama The New Abnormal; sembrava uscire al momento giusto». Altrimenti, aggiunse, «avremmo dovuto cambiare il titolo in Glad That’s Over». Volenti o nolenti, la storia degli Strokes non si riesce a districare dalla storia contemporanea dell’Occidente, che attraversa con una precisione quasi allegorica. Allo stesso modo, loro non volevano cambiare la storia della musica. L’hanno fatto comunque, ed è un peso che li ha ostacolati a lungo.
Profeti e salvatori
A luglio 2001, l’influente magazine musicale britannico NME gli dedicava la cover, la prima di diciotto in meno di vent’anni, e annunciava: «Sembrano e suonano come una band destinata a salvare il rock». Questo prima ancora dell’uscita del loro primo album. Una settimana dopo il debutto, Pitchfork dava 9.1 su 10 all’album, scrivendo che gli Strokes avevano ricevuto «abbastanza pubblicità da far ingelosire Bin Laden» e decretando che, «presentati dalla stampa come “i padri fondatori di una nuova audace era del rock”, “la più grande rock band dai Rolling Stones” e “la seconda venuta dei Velvet Underground”, gli Strokes non hanno altro posto dove andare se non fuori moda”. Ripeto: una settimana dopo l’inizio della loro carriera. Nella stessa recensione si legge: «Gli Strokes, persino nel loro album di debutto, suonano come professionisti esperti per i quali il dominio della forma sembra distante appena un album». La realtà sarebbe stata più crudele. Aspettative del genere, piombate nell’arco di poche settimane su una band che da due anni suonava «davanti a nessuno ogni due settimane» (dice il chitarrista Nick Valensi) senza riuscire a sfondare, ebbero l’effetto opposto. Il primo album era il prodotto di anni di allenamento e mesi di tournée; da lì in poi il fiato sul collo dettò ogni loro passo.
Ciononostante i due album seguenti furono egregi, ma anche un capolavoro non poteva soddisfare le aspettative del mondo intero, di fan e detrattori. Albert Hammond Jr., l’altro chitarrista della band, riassume: «Con Room on Fire [2003], la gente ci rompeva il cazzo perché diceva che suonavamo troppo uguali. Con il terzo album [First Impressions of Earth, 2006], ci rompevano il cazzo perché non suonavamo come Room on Fire. Siamo stati fottuti due volte dalla stessa cosa!». Julian Casablancas conclude: «Una band è un ottimo modo per distruggere un’amicizia, e un tour è un ottimo modo per distruggere una band». Valensi, leggendo su Spin la recensione di First Impressions che diceva che «suonava come l’ultimo album degli Strokes», disse che erano vicinissimi alla verità. Non sono nemmeno sicuro che faremo un quarto album, a questo punto».
Già prima del terzo album, al secondo anno di carriera, racconta il manager Jim Merlis, «erano davvero, davvero ubriachi, tutto stava diventando deprimente, non volevano andare in tour. Non volevano fare niente. Semplicemente, non era più divertente stare intorno a loro». L’amico e giornalista Marc Spitz li ricorda così: «Sembravano molto più vecchi. Molto più vecchi. Ed erano passati solo, tipo, due anni. E sembravano sconfitti in un modo strano. E impazienti, come se volessero soltanto che finisse». Anche quando Spin nominò gli Strokes Band of the Year nel 2002, dopo il tour di Is This It, Spitz ricorda Valensi dire: «Sono tutte stronzate. Non siamo la Band of the Year. Non dovremmo essere qui. I White Stripes sono la Band of the Year». Anche nei loro successi, che erano sempre meno, non vi si riconoscevano. Come racconta Julian, se avesse sentito parlare di una band come si parlava di loro, chiunque «avrebbe pensato che fossero degli stronzi».
Come si distrugge una band
Etichettati in tutti i modi possibili, da salvatori del rock a truffatori industry plant, dalla band del secolo a una falsa speranza, in appena due anni i cinque non sapevano più chi fossero, e iniziarono a crollare. Già il processo di registrazione dell’improbabilmente riuscito First Impressions of Earth fu sofferto. Il batterista Fabrizio Moretti lo ricorda come «difficile mettere su un sorriso ogni giorno. Era una cosa da portare a termine e basta». Il bassista Nikolai Fraiture disse: «Quella certa cosa che rende grandi le band, la comunicazione, la concentrazione, stava iniziando a ritirarsi». Hammond: «Parlare di non divertirsi: è l’eufemismo dell’anno».
Con Angles, la crisi diventò metodo: Casablancas registrò le voci da remoto e mandò le sue parti alla band come file digitali, con la comunicazione tra lui e il resto del gruppo via email. Per Valensi «è stato terribile, semplicemente terribile». Per il successivo Comedown Machine, ultimo disco del contratto con la RCA, non ci fu nemmeno una tournée. Casablancas riassume: «Room On Fire aveva questa cosa tipo “Se non pubblichiamo subito un disco, le nostre carriere sono finite’. First Impressions: vibrazioni strane. Gli ultimi due…”», e preferisce non esprimersi.
Mentre vivo il mio primo album nuovo degli Strokes in tempo reale, mi chiedo come avrei attraversato dal vivo quel periodo di fede incredula, aspettative folli, confusione, delusione. Probabilmente non avrei apprezzato Angles e Comedown Machine come li apprezzo oggi, pur vedendone i limiti. Avrei amato Room on Fire o First Impressions come li amo adesso? Avrei continuato a idolatrare Is This It? Forse sì, ma con un’inutile malinconia amara. Scoprire la loro produzione a conti fatti, invece, è un privilegio. Permette di vedere il percorso intero: travagliato, irregolare, spesso frustrante, però fertile. Anche negli album meno ispirati ci sono momenti di genio. E soprattutto c’è questo: cinque persone che provano a sopravvivere all’immagine che gli altri hanno costruito su di loro. Il fatto che non ci riescano quasi mai del tutto è una delle ragioni per cui continuo ad ascoltarli.
Mentre loro non riuscivano più a riconoscersi, tutti gli altri si riconoscevano in loro. Nel 2009 NME avrebbe nominato Is This It album del decennio, mentre Rolling Stone lo classificò al n. 2, dietro Kid A dei Radiohead. È l’album del decennio anche per James Murphy degli LCD Soundsystem e per Chris Martin dei Coldplay. È l’album che ha “depresso” Brandon Flowers, allora sul punto di fondare i Killers, facendogli cestinare le canzoni scritte fino a quel momento perché «niente era abbastanza buono. Gli Strokes hanno alzato l’asticella per noi, per tutti». È l’album che ha fatto cambiare ad Alex Turner degli Arctic Monkeys «la musica che ascoltavo, le scarpe che indossavo» e lo ha spinto a «crescere i capelli e prendere in prestito il blazer di mia madre».
Stanno come i Dire Straits stanno ai boomer
Anche qui su Studio, negli anni, gli Strokes sono stati un riferimento costante: Casablancas al Letterman come definizione di coolness, “Reptilia” tra le canzoni del “generone rock” da bandire nel Manifesto contro la Rockoteca, come “man manipulator music” dello “stronzo seriale” West Elm Caleb, e soprattutto come protagonisti del pezzo sull’invecchiamento dell’indie negli ultimi 20 anni, in cui vengono paragonati ai Dire Straits come nuova musica da boomer per Millennial. In quel testo, Davide Coppo scriveva: «Mi sembra che nessuna band, dopo gli Strokes, sia riuscita ad avvicinarsi a quello che hanno fatto gli Strokes in termini di rilevanza musicale e di costume. Questo, però, lo dico perché sono forse diventato come uno di quei Boomer che ascoltano da 30 anni lo stesso disco dei Dire Straits». Anch’io non ho dubbi che tra trent’anni starò ancora ascoltando Is This It.
Il panorama culturale di oggi non è paragonabile a quello di allora, che posso solo immaginare, come posso solo immaginare l’impatto di un album di puro garage rock in un momento dominato da pop rock e nu metal. Però tutti quegli encomi mi sono completamente comprensibili. Prima di tutto, Is This It è la colonna sonora ideale per la quotidianità cittadina, fatta di spallate agli incroci pedonali, interazioni scorbutiche con sconosciuti, smog e fretta costante. Come diceva Ian Devaney, cantante dei Nation of Language: «La loro musica rende molto più facile sopportare tutto ciò che del vivere a New York è irritante e noioso. È come una specie di mindfulness urbana: ti ricorda che hai scelto di vivere qui per una ragione, e che la sporcizia e la difficoltà sono in realtà formative e romantiche». Non mi illudo che Milano sia New York, ma è bello fare il cosplay del newyorkese imbruttito.
Se i Radiohead sono per buttarsi giù, come una birra di mattina, comprensibile ma insostenibile, e il pop-rock è come un bibitone zuccherato di Starbucks, troppo fastidiosamente ottimista per chiunque abbia vissuto una giornata lavorativa, Is This It è il compromesso perfetto per sopravvivere senza entusiasmo. È un doppio espresso: ti dà l’energia per tirare avanti e magari è anche buono, anche se è amaro e ti fa tremare un po’ e venire l’acido allo stomaco. “Leave me alone, I’m in control, I’m in control” sbraita Casablancas nell’ultimo brano; «Can’t you see I’m trying, I don’t even like it», lamenta nel primo. “È tutto qui?” è la domanda definitiva del vivere contemporaneo: lo era nel 2001, lo è ancora e temo lo sarà a lungo. Se ce la si può chiedere sentendosi pure fighi, tanto meglio.
Ma Is This It non è soltanto attuale: lo trovo ancora rivoluzionario. Lo è nel perfezionare formalmente una poetica disordinata e svogliata, lo è nella sicurezza di sé, nel suo essere laser focused, nella sua “efficienza grezza”, per dirla alla Casablancas. Come avevo colpevolmente pensato all’inizio, è in effetti tutto uguale, ma perché stabilisce un linguaggio impeccabile e lo impiega fino in fondo, senza diversivi superflui. Dallo stesso mix di voce rauca e testi sconnessi, chitarre e basso nitidi e slanciati, percussioni basilari, si raggiungono estremi opposti: la dolce nostalgia di Someday, l’euforia di Soma e Hard to Explain, lo sfogo di frustrazione di Take It or Leave It e soprattutto, in Trying Your Luck, una profonda sensazione di presagio che si cerca di ignorare, ma che sotto sotto fa già rassegnare, per cui non trovo una parola. Il tutto mantenendo una coerenza ferrea, un’attitudine eternamente cool e una durata inferiore ai quattro minuti per canzone. Forse la maggiore dote oggettiva di Is This It è proprio la sintesi: nessuna canzone resta un secondo più del necessario, non c’è un ritornello di troppo o un’outro troppo dilatata, tutto è asciugato fino all’essenziale. Me ne sono reso conto vedendo una cover band di sessantenni in una cantina di un bar a Milano, che ha suonato il debutto per intero prima che potessi trangugiare i due drink che avevo in mano: Is This It vola via in un lampo.
La definizione di anormalità
Con queste premesse, dovrei detestare The New Abnormal, che sperimenta forme e suoni, con cinque canzoni su nove che superano i cinque minuti, con le outro che si allungano all’infinito, e la voce di Julian cristallina. E invece lo amo. Molto meno di Is This It, meno di Room on Fire e forse anche di First Impressions, ma lo amo perché ricattura una scintilla che mancava da decenni. È il disco in cui sembrano aver imparato la lezione: il fiato sul collo va ignorato, anzi frustrato. Aver impiegato sei anni per arrivare a Reality Awaits sembra anche un modo per non ripetere la pressione che li aveva portati a sfornare Room on Fire subito dopo il debutto. Venticinque anni di crescita, produzione e sofferenza hanno cambiato radicalmente la forma delle loro canzoni, ma per la prima volta da allora sembrano sentirsi sinceri in quello che dicono.
Anche se apparentemente non dicono molto, e per fortuna. I testi hanno di nuovo quella qualità imprevedibile, vaga ed evocativa delle origini, frutto dell’ostinazione di Julian nell’improvvisare senza consultare la band. Come racconta Fraiture, parlando dei primi lavori: «Ci chiedevamo: “Cosa canterà Julian?’ Si inventava cazzate”». È una libertà che Casablancas continua a prendersi dal vivo, soprattutto con The Adults Are Talking, come nella versione romantico-politica al Saturday Night Live ancora più bella dell’originale, e in quella dell’Outside Lands dove l’outro si trasforma in una tirata liberatoria.
Quella vaghezza, però, non è più reticenza: il contenuto politico non è mai stato così esplicito. Sarà che Julian, che già nel 2018 diceva di sentirsi nei confronti della politica come si sentiva nei confronti della musica quando era adolescente, si è stancato di lasciare i messaggi più diretti all’altra sua band, i Voidz. Dopo aver dovuto togliere dal primo album New York City Cops, scritta in risposta all’omicidio di Amadou Diallo da parte della polizia, e dopo il video di Oblivius accantonato perché troppo politico, chiudere il recente set di Coachella proprio sulle note di quel brano, con una denuncia degli interventi della CIA e dei bombardamenti a Gaza e in Iran, suona come una presa di posizione rimandata troppo a lungo. Nella stessa intervista del 2018, Casablancas si chiedeva: «Puoi rendere sexy una verità complessa? … È un enigma a cui penso costantemente: come fai a convincere le persone a prestare attenzione a quello che succede nel mondo e a non staccare?». Mi sembra che sia esattamente ciò che sta facendo oggi, per esempio con il primo singolo del nuovo album, “Going Shopping”: in superficie leggero e giocoso, ma dal contenuto apertamente critico verso quella stessa leggerezza («The worse reality gets, the less you wanna hear about it / Solidarity can be difficult when you got cool stuff to lose»).
Albert Hammond Jr., che del nuovo album dice «non riesco a esprimere quanto sia bello. Lo ascolto tutto e voglio ricominciare dall’inizio», negli anni di stallo della band raccontava: «C’è stato questo periodo incredibile, prima che dovessimo registrare il primo disco, in cui suonavamo davanti a 80 persone o qualcosa del genere. Era tutto così semplice. In qualche modo perdi quella innocenza con il tempo e facendo troppo, e poi passi un sacco di tempo a inseguire quella stessa innocenza». Forse più che innocenza direi semplicità: Is This It è semplice, spontaneo, senza pretese. È la musica che volevano suonare in quel momento, perché raccoglieva l’eredità delle band che amavano, dai Velvet Underground ai Television, e la imponeva alla faccia di tutta lo schifo che offriva il rock del momento. Hanno inseguito quella stessa semplicità per decenni e oggi sembrano averla riconquistata: non tornando al suono di allora, ma tornando alla possibilità di suonare quello che gli va, anche canzoni lente e ripetitive di sei minuti in un panorama dominato da una soglia di attenzione bassissima e da musica istantanea fatta per alimentare l’algoritmo di TikTok.
Julian <3 Auto-Tune
Julian, amareggiato dalla ricezione mista di First Impressions, diceva: «Avremmo potuto restare un po’ più strani e la gente sarebbe arrivata a noi, ma abbiamo accelerato cercando di suonare più levigati». Stavolta si stanno concedendo tutta la stranezza che vogliono. Così come il cantante si sta concedendo di soddisfare il suo istinto più sadico: «So cosa la gente vuole sentire, e odio darglielo». Da qui parte la mia difesa a spada tratta dell’Auto-Tune nel nuovo album. Con ciò non voglio dire che non capisco la perplessità o la derisione. Le capisco eccome: è goffo, eccessivo, e soprattutto non dovrebbe servirgli. Julian ha sentito la sua stessa voce? Semmai serve a me l’Auto-Tune quando lo canto (troppo spesso) al karaoke. Ma per Casablancas la voce è sempre stata prima di tutto uno strumento musicale, un materiale da trattare, filtrare, sporcare, come si farebbe con una chitarra elettrica. La modulazione non fa che enfatizzare lo spostamento dal significato delle parole (come visto, provvisorio) al suono nella melodia.
Di principio, poi, lo trovo perfettamente coerente: proprio perché la sua voce sarebbe magnifica senza, l’Auto-Tune è il sassolino nella scarpa che impedisce di digerire immediatamente l’album, dimenticarlo e passare al prossimo; è una scelta estetica prima ancora che melodica; è, azzardo, l’equivalente digitale della patina lo-fi di Is This It. È il voler andare controcorrente quando ci si rende conto che la corrente va nella direzione sbagliata, anche a rischio di autosabotarsi. Le sessioni iniziali del primo album furono realizzate con Gil Norton, produttore dei Pixies, ma furono scartate dalla band perché il risultato suonava «troppo pretenzioso». Penso che l’Auto-Tune sia un nuovo antidoto allo stesso problema.
E poi, soprattutto, funziona. Al primo ascolto Falling Out of Love sembrava una parodia; dopo due ascolti l’Auto-Tune non mi dava più fastidio; dopo quattro provavo a imitarlo canticchiando; dopo non so quanti ascolti è una delle mie canzoni preferite degli Strokes in assoluto. Ora trovo la voce robotica calzante, intima e commovente, e persino cool. La stessa canzone, senza quel filtro, sarebbe stata compiacente e fastidiosa alla lunga, appunto pretenziosa, forse persino un po’ cringe, come temo siano Eternal Summer e At the Door dopo tanti ascolti. Anche Instant Crush dei Daft Punk quando uscì fu ridicolizzata per l’Auto-Tune di Casablancas, e oggi è intoccabile. È proprio questa la ragione per cui ho procrastinato fino ad ora il parlare di Reality Awaits, e credo che continuerò a procrastinarlo. Se c’è una costante nel corso della carriera degli Strokes è l’accanirsi della stampa, in positivo e in negativo. Già nel 2003 il Guardian diceva: «Passa un po’ di tempo con gli Strokes e inizi ad avere la sensazione che la stampa li abbia sempre capiti male». E Rolling Stone: «Casablancas è afflitto da qualcosa chiamato stampa. Ogni tanto immagina le sue parole ingigantite in caratteri enormi sulle riviste e cerca di rimangiarsele».
Quindi no, non proverò ora ad analizzare i testi, non mi unirò né mi porrò fuori dal coro che decreta, con il ritorno degli Strokes, il ritorno dell’indie, né liquiderò l’Auto-Tune come una scelta ottusa. La loro storia insegna che il giudizio immediato invecchia malissimo: la stampa li ha esaltati troppo presto, li ha puniti troppo pesantemente, li ha fraintesi troppo spesso. Io non ho nessuna intenzione di aggiungere un’altra reazione impulsiva e assolutista alla pila, anche perché avrei molto da dire: tante cose belle e un po’ di cose brutte. Tanto so già che con ogni probabilità tra un mese saprò l’album a memoria e lo starò cantando per intero a squarciagola nel riparo della mia macchina, quindi la mia prima impressione non può valere più di tanto. E d’altronde, voi ascoltereste qualcuno che per un po’ ha pensato che Is This It fosse noioso e tutto uguale?
