Cos’è la sindrome di Wendy e perché è importante parlarne

Le donne non consumatrici che dedicano la loro vita quotidiana al sostenimento di uomini consumatori, che siano essi figli, mariti, compagni, avrebbero bisogno a loro volta di cure e sostegno.

04 Dicembre 2025

In quasi trent’anni spesi nel contesto di un Dipartimento per le Dipendenze Patologiche ho visto tante donne non consumatrici sostenere uomini consumatori, molto più raramente ho incontrato uomini non consumatori sostenere donne consumatrici. Spesso erano ex clienti, lì dove la donna aveva fatto ricorso alla prostituzione per procacciarsi il denaro per la sostanza. E soprattutto, non chiedevano loro un cambiamento con la pazienza e la dedizione sia pur problematica, ma più di frequente e apertamente con la rabbia e la violenza. In alcuni casi il cambiamento di stile di vita è arrivato, ma queste donne, perpetuando schemi e determinismi socio-culturali, hanno costruito una gratitudine risarcitoria nei confronti dell’uomo-salvatore che ha sentito di poter (dover) riscuotere attraverso il perpetuarsi dello svilimento e del severo giudizio morale… Ad perpetuam rei memoriam.

È verificabile da quando annualmente viene stilata la Relazione al Parlamento sulle Tossicodipendenze: la percentuale di donne in carico presso i Servizi per le Dipendenze Patologiche (Ser.D.) non è mai andata oltre il 15- 16%, con un rapporto di almeno 1 femmina ogni 6 maschi, indistintamente tra nuovi e vecchi utenti. È altrettanto evidente come questi numeri non corrispondano alla realtà del consumo al femminile. Le ragioni che spiegano la presenza di un numero inferiore di donne tra i soggetti che si sottopongono a un trattamento per la dipendenza patologica sono diverse e, tra le altre, possono includere differenze nella prevalenza, minore attitudine a riferire anche solo un consumo problematico, stigma sociale più pesante, problemi di accesso ai servizi specializzati e di adeguatezza degli stessi (barriere logistiche e genere-specifiche) oltre che quadri clinici spesso più compromessi dovuti anche alla non tempestività della domanda o dell’offerta di cura. In estrema sintesi, le donne consumano sostanze psicoattive anche in maniera problematica ma si rivolgono ai servizi con più reticenza.

Chi sono le donne Wendy?

Eppure guardando alla composizione di quanti accedono quotidianamente ai Ser.D., la componente femminile è visibile e nutrita. Chi sono allora queste donne? Nella maggior parte dei casi accompagnano uomini consumatori che nelle loro vite ricoprono il ruolo di figli, mariti, compagni.  Se nel primo caso si sono ritrovate moralmente obbligate a sostenere la persona diventata nel tempo paziente del Servizio pubblico – e in alcuni casi anche del privato sociale con percorsi in Comunità terapeutica – negli altri due casi, molte di loro scelgono di restare diligentemente accanto ad un dipendente patologico (da sostanze legali o illegali o da comportamenti a rischio come l’ormai diffuso gioco d’azzardo patologico). Non fanno uso di sostanze in prima persona, dunque, ma condividono la vita con qualcuno che utilizza e, spesso, da anni. Non di rado provengono da famiglie disfunzionali, in cui qualcuno già in passato ha fatto conoscere loro la problematica, costringendole ad assumere precocemente ruoli genitoriali (role reversal) o da caregiver, ostacolando tra l’altro lo sviluppo di una maturità affettiva adeguata. Sono donne che presentano quasi sempre una ridotta autostima e molto spesso una bassa scolarizzazione. Forniscano sostentamento al nucleo familiare con impieghi precari e sottopagati. Con grande abnegazione portano avanti il ruolo di crocerossina e pur confrontandosi con la frustrazione, le promesse, le ricadute, arrivando a sacrificare i propri bisogni per il benessere dell’uomo che hanno accanto, questa condizione – anche detta del perfezionismo altruistico – non sembra, almeno apparentemente, dispiacere loro del tutto.

La storia di Wendy Darling e del suo Peter Pan

Se, infatti, la dipendenza patologica da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è una malattia cronica e recidivante, la resistenza di queste donne nel tempo si fa talmente strenua, da rischiare, tra onnipotenza e impotenza, di sovvertire successivamente i più condivisi e apparentemente visibili ruoli di vittima e carnefice. Nonostante le ripetute minacce di andare via in relazione al reiterarsi di fallimenti dall’astensione dal consumo, dalla capacità di assolvere ai propri compiti sociali attesi e, spesso, a fronte della contrazione di nuovi debiti, moltissime di queste moderne Wendy Darling restano al fianco dei loro Peter Pan. Nel racconto di J.M. Barrie Peter Pan, Wendy è una bambina di 10 anni che diventa presto adulta, dovendosi occupare dei suoi fratelli e del suo compagno d’avventure. Wendy si offre di conservare l’ombra dell’amico affinché non si sgualcisca, sostenendolo senza condizioni nell’Isola che non c’è, assurgendo a mamma accudente per tutti i bambini sperduti, compreso il suo Peter Pan. Proverà nel tempo a rendere questa relazione un legame amoroso, ma il suo oggetto d’amore non sarà mai in grado di un sentimento realmente adulto e parimenti attento ai suoi di bisogni (“il ragazzo senza cuore”). Lei diventerà donna, lui resterà bambino. L’ultima volta che tornerà a prenderla – ormai donna e madre – si renderà conto di averla persa per sempre e solo lì scoppierà in un pianto a dirotto.

L’amore come premio per i propri sacrifici

Le persone affette da questa sindrome (di Wendy o anche detta della crocerossina) – non è difficile comprendere partendo dal binomio cura e donna come i numeri pendano verso l’universo femminile – restano in un loop infinito fatto di troppe responsabilità e sacrificio di sé, alimentando giorno dopo giorno la percezione di essere indispensabili e la paura di essere a loro volta abbandonate. La psichiatra candese Carolyn Quadrio (1982) e lo psicologo statunitense Dan Kiley (1983), ispirati soprattutto dagli scritti sul narcisismo di Heinz Kohut (1966), coniano il termine negli anni ’80, sottolineando come l’apparente senso di responsabilità, in realtà spesso nasconda per le tante devote Wendy l’evitamento della stessa, con lo scivolamento in un circolo vizioso ambivalente e non di rado patologico.

I momenti di indipendenza e autonomia di compagni e mariti, infatti, se pure sono sperati e attesi, non dimeno finiscono, in alcuni casi, per evidenziare una radicata insicurezza che rimanda ad una malcelata dipendenza affettiva. Tali condotte improntate sull’assistenza e sull’accudimento sono percepite da queste donne come necessarie affinché la relazione possa andare avanti. Al contrario, infatti, verrebbe meno il motivo per cui l’altro potrebbe restare legato a sé, generando il tutto un vero e proprio circolo vizioso. Nel rendersi indispensabile e preziosa con il suo spirito caritatevole e generoso, la donna con la sindrome di Wendy mette in atto comportamenti di cura e accoglienza rispetto alle difficoltà della persona amata, provando in questo modo a scongiurare anche solo l’eventualità di un abbandono o di un rifiuto da parte della stessa. La formula è quella dell’io ti aiuterò con il mio amore, tu starai meglio e mi sarai riconoscente con il tuo. L’aspettativa, per disvalore di sé, è quella del premio per il proprio meritorio spirito di sacrificio, come se l’amore dell’altro dovesse essere guadagnato per ciò che si fa e non per ciò che si è.

Sarebbe necessario, dunque, provare ad offrire a queste donne che accompagnano consumatori problematici e dipendenti patologici, percorsi di sostegno psico-sociale che possano aiutarle a esplorare e rivedere vissuti traumatici, stili di vita, educazione e influenze socio-culturali a proposito della figura della donna e della moglie/compagna. Inoltre, i Servizi potrebbero individuare degli spazi specifici per aiutare queste donne a rinvenire risposte ai loro timori di abbandono e rifiuto, sostenendole nella ricerca delle ragioni della mancata auto-affermazione di sé e dei bassi livelli di autostima. Al momento una vera isola che non c’è.

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