A tendere, entrambi i generi finiranno per assomigliare sempre più alla musica pop. Secondo i ricercatori, è una sorta di meccanismo di sopravvivenza fatto scattare da internet.
Nel corso della serata cover di Sanremo 2026, poco prima che Sal Da Vinci cantasse “Cinque Giorni” insieme a Michele Zarrillo, sul palco dell’Ariston erano saliti LDA, AKA 7even e Tullio De Piscopo. Il loro pezzo era “Andamento Lento”, scritto dallo stesso De Piscopo (con la collaborazione di Giosy e Mario Capuano) e presentato al Festival nel 1988. La reazione del pubblico in sala è stata entusiasta ed era inevitabile: stiamo parlando di una canzone che ha fatto la storia della musica pop italiana, di una grande hit, in questo senso anche l’energia esplosiva di De Piscopo (che, come avrebbero scritto i giornalisti di una volta, ha 80 anni esatti ma non li dimostra) ha contribuito al gasamento collettivo.
Ora non abbiamo lo spazio e il tempo per citare Zygmut Bauman e la sua infallibile teoria della retrotopia, anche se forse sarebbe il caso, ma è necessario ricordare e chiarire alcune cose: anche se è stata un successo enorme, “Andamento Lento” è arrivata 18esima (!) a Sanremo 1988. Inoltre era – ed è ancora – una canzone dalla melodia orecchiabile e dal ritmo trascinante, ma tutt’altro che “impegnata”: il testo era minimale e abbastanza paraculo, c’era un verso in napoletano nel ritornello («Viene appriesso a mme») ed era pensata soprattutto per essere trasmessa – e ritrasmessa e ritrasmessa – dalle emittenti radiofoniche. Insomma, è un pezzo che non ha nulla a che vedere con la complessità e quindi anche con la levatura artistica del suo stesso autore: Tullio De Piscopo, per chi non lo conoscesse, è uno dei batteristi più ricercati e famosi del mondo, di fatto è uno dei fondatori della world music napoletana dell’era contemporanea, ha suonato con dei geni visionari come Pino Daniele, Franco Battiato, Bill Conti, Quincy Jones, Astor Piazzolla.
Qualche anno prima di “Andamento Lento”, tanto per dire, aveva scritto e inciso “Stop Bajon”, una specie di mosaico etnomusicale in cui convivono jazz, funk, rap e lingua napoletana. Però, come dire, alla fine si è sistemato per la vita con “Andamento Lento”, una canzone poco più che commerciale composta durante un viaggio in taxi tra Roma e Napoli.
Ecco, tutto questo preambolo dovrebbe far mettere nella giusta prospettiva la presenza di Sal Da Vinci all’Eurovision Song Contest 2026, frutto della vittoria all’ultimo Festival di Sanremo. In fondo, a pensarci bene, la sua “Per sempre sì” non è altro che una riedizione contemporanea di “Andamento Lento”, ovviamente dal punto di vista concettuale: i songwriter di oggi costruiscono le potenziali hit esattamente come si faceva nel 1988, solo che non si guarda più alle radio ma in direzione dei social. È stato lo stesso Da Vinci, in diverse interviste, a raccontare come la canzone con cui ha vinto Sanremo sia stata scritta perché potesse piacere all’algoritmo di TikTok, perché venisse condivisa – e ricondivisa e ricondivisa – da migliaia di utenti. Lo stesso discorso vale per il suo successo precedente, quella “Rossetto e caffè” che ha rimesso Da Vinci sulla mappa del pop italiano dopo un po’ di anni vissuti nell’ombra. E che, si può dire, l’ha trascinato di peso a Sanremo 2026 ed è stata determinante, almeno quanto “Per sempre sì”, per il suo trionfo sul palco dell’Ariston. Per la sua definitiva affermazione nazionalpopolare.
È da qui che bisogna partire se si vuole capire bene, o comunque meglio, la fenomenologia di Sal Da Vinci. Se si vuole andare oltre le etichette che gli sono state appiccicate addosso negli ultimi mesi, durante il suo percorso a Sanremo e dopo la vittoria del Festival.
Non un cantante neomelodico
La prima è quella per cui Da Vinci sarebbe un cantante neomelodico: sì, è vero, parliamo di un artista che ha interpretato e scritto pezzi in lingua e dall’impostazione tipicamente neomelodica, ma in realtà la sua discografia ha un respiro più sfaccettato, che guarda soprattutto alla canzone classica napoletana. Dopotutto il background è quello lì: Salvatore Michael Sorrentino – il nome di Sal Da Vinci all’anagrafe – nasce il 7 aprile del 1969 a New York, quindi potenzialmente è in corsa per le prossime presidenziali Usa, durante una tournée di suo padre Alfonso. Il quale, a suo tempo, aveva scelto Mario Da Vinci come nome d’arte ed è stato un “cantattore” degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.
Ora, è praticamente impossibile spiegare, a chi non è nato/cresciuto in Campania e quindi non ha potuto avere a che fare con le tv private campane, in cosa consisteva la figura del “cantattore”, però dobbiamo provarci. Si tratta di un interprete – più raramente anche autore – di pezzi ispirati a vicende della vita di tutti i giorni, vicende quasi sempre sentimentali e/o quasi sempre tragiche. Queste canzoni, poi, venivano trasformate in sceneggiate teatrali e infine in film di genere. È proprio nell’ambito di uno di questi prodotti crossmediali, Miracolo ‘e Natale, che Sal Da Vinci esordisce come cantante-bambino. Siamo nel 1976, un anno dopo arriva anche la sua prima volta a teatro con Caro papà e Senza mamma e senza padre – dai titoli è facile intuire come Mario Da Vinci fosse l’attore principale di entrambe le pièce. Infine, ecco il cinema: il primo film in cui Sal Da Vinci ottiene una parte è Figlio mio sono innocente (1978), e anche qui non c’è bisogno di specificare il nome del protagonista.
Su YouTube, per chi volesse, ci sono praticamente tutti i riferimenti. I più significativi, probabilmente, sono quelli tratti da Il motorino, lungometraggio diretto da Ninì Grassia e uscito nel 1984: qui c’è l’opera completa, qui c’è Salvatore (il personaggio interpretato da Sal Da Vinci) che impenna sul motorino che dà il nome al film e poi resta coinvolto in un incidente stradale, incidente che sullo schermo viene rappresentato in modo molto artigianale eppure creativo, diciamo così. Qui, infine, c’è una canzone incisa da Sal Da Vinci e inserita nella colonna sonora: si intitola “Sapore di menta” ed è un pezzo che racconta un flirt estivo tra due ragazzini che vanno ancora a scuola – dopotutto siamo nel 1983/84 e quindi Sal Da Vinci non può avere più di 14 anni, ci sta che canti qualcosa di più fresco e vivace.
Due anni dopo Il Motorino, nel 1986, Da Vinci ottiene una parte in Troppo Forte, una delle commedie meno ricordate della filmografia di Carlo Verdone: anche se siamo in uno scenario completamente diverso, e naturalmente non è un caso, Sal interpreta Capua, un ragazzino che porta i capelli a mezzo collo, che strascica le sue battute e dice parolacce mangiandosi la vocale finale, che acciglia le sue espressioni. Insomma: non proprio il ruolo/modo migliore per affrancarsi da quello che, anche se è solo un adolescente, è già il calco storicizzato dei suoi personaggi.
Napoli è il mondo
Un’altra delle etichette apposte su Sal Da Vinci riguarda proprio la dimensione regionalistica – un modo gentile per dire provinciale – del suo repertorio e della sua poetica, a maggior ragione dopo che ha dedicato la vittoria di Sanremo «alla mia città, Napoli» e dopo aver (ri)trovato il successo con due pezzi che, per lingua e musicalità, sono chiaramente rivolti a quella fetta di territorio, prima che ad altre. In virtù di tutto questo, definire Sal Da Vinci come un cantante napoletano – che è una cosa diversa rispetto a cantante neomelodico – può anche essere giusto, ma chi lo fa con accezione denigratoria deve tener conto di alcuni aspetti. Il primo è che Napoli, può piacere o meno, ha – e quindi è – un mercato artistico-culturale vivo, ampio, autosufficiente, anche piuttosto ricco per chi sa frequentarlo e sfruttarlo nel modo giusto: al di là delle secolari dispute antropologiche sui matrimoni e sulle comunioni e sulla camorra che fa soldi con i matrimoni e le comunioni, un performer napoletano che si cimenta nella musica, nel teatro, nella tv e/o nel cabaret non ha bisogno di imporsi per forza a livello nazionale, può lavorare e guadagnare dignitosamente nella sua città.
Il secondo aspetto di cui bisogna tener conto riguarda proprio il caso specifico: tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, infatti, Sal Da Vinci ha provato a diventare un artista più sofisticato e trasversale, ha collaborato con Peppe Lanzetta e James Senese, è approdato in Rai (per la precisione a Domenica In) e poi ha vinto la seconda e ultima edizione del Festival Italiano, format inventato da Berlusconi per tentare di fare concorrenza a Sanremo. Il suo pezzo, scritto insieme a Franco Del Prete (storico batterista dei Napoli Centrale) e intitolato “Vera”, era difficilissimo da cantare e conteneva anche alcune frasi che si potrebbero definire di denuncia sociale, con riferimenti neanche troppo velati ai disagi di ragazzi giovani che vivono «giorni, giorni e ancora giorni / con le moto fuori ai bar», che percorrono «strade senza uscita», che sono «rassegnati e disperati» perché devono fare i conti con «una vita di quartiere / dove è difficile sperare / dove è più facile cadere / e non alzarsi più». Chi ha vissuto a Napoli e dintorni, beh, non può che comprendere il senso di certi versi, di certe immagini.
Il fatto è che tutti questi progetti non hanno mai portato a una reale affermazione nazionalpopolare. E così Sal Da Vinci si è ritrovato a dover ricominciare daccapo, da casa sua: dal 2000 in poi è di nuovo a teatro, come protagonista del musical C’era una volta Scugnizzi e di uno spettacolo di Roberto De Simone, Opera Buffa del Giovedì Santo, che nella prima edizione era stato interpretato da Peppe e Concetta Barra; in parallelo pubblica alcuni album in studio – di canzoni italiane e/o napoletane – che non lasciano esattamente il segno e partecipa ad alcuni varietà in Rai; nel 2016 si concede anche un fugace ritorno al cinema, accettando un cameo accanto al duo comico degli Arteteca, lanciati dal programma tv Made in Sud, nel film Vita, cuore, battito.
Nel mezzo di questi anni interlocutori inizia anche la collaborazione con Gigi D’Alessio e Vincenzo D’Agostino, che insieme allo stesso Sal Da Vinci scrivono “Non riesco a farti innamorare”. Si tratta di un passaggio significativo: siamo nel 2009, Da Vinci esordisce a Sanremo e inizialmente viene eliminato, poi però il ripescaggio lo riporta dentro la gara e alla fine arriva un ottimo terzo posto; sul podio, davanti a lui, finiscono Marco Carta con “La forza mia” e Povia con “Luca era gay” – la retrotopia di Bauman è una teoria infallibile, l’abbiamo già detto. Ma perché quello di Sanremo 2009 è un passaggio significativo? Semplice: una buona prova al Festival può essere un grande trampolino di lancio o di rilancio per qualsiasi artista, e invece Sal Da Vinci non seppe sfruttare completamente l’onda. “Non riesco a farti innamorare” ebbe un successo tutto sommato contenuto e anche i pezzi successivi faticarono ad andare oltre l’orizzonte napoletano. A quel punto Da Vinci è ritornato (di nuovo) a quella che, vuoi o non vuoi, è sempre stata la sua dimensione. Almeno fino ai giorni nostri. Fino a quando non sono arrivate, una dopo l’altra come due proiettili di una pistola semiautomatica, “Rossetto e caffè” e “Per sempre sì”.
Hitmaker
Ora chi vuole capire ha già capito. Sal Da Vinci ha vissuto un’intera carriera come se fosse sulle montagne russe di un vecchio e piccolo luna park itinerante, di quelle non proprio altissime e che fanno paura solo ai bambini veramente piccoli, poi però ha cambiato marcia, ha messo in fila due grandi successi, due veri successi, quando era fuori tempo massimo, o quasi. E non è assolutamente una critica, anzi: l’ha confessato e persino apprezzato lo stesso Da Vinci, quando ha detto che «non mi sarei mai aspettato di fare il giro del mondo con una canzone dopo quarant’anni vissuti sul palco: “Rossetto e caffè” è diventata di tutti e mi ha cambiato la vita».
E allora la mossa/canzone successiva non poteva che ripetere lo stesso schema artistico e commerciale, nel senso che doveva andare a solleticare i fianchi dei social e degli algoritmi, doveva ammiccare innanzitutto a quello che è sempre stato il suo pubblico di riferimento, doveva confermare il suo nuovo posizionamento come hitmaker, come icona pop nazionalpopolare che piace a tutti, proprio a tutti, ma resta legatissima alle sue radici. Insomma: Sal Da Vinci non ha fatto niente di tanto diverso rispetto a ciò che hanno fatto tanti altri artisti prima di lui, napoletani e non solo. Non ha fatto niente di tanto diverso rispetto a ciò che provato a fare Tullio De Piscopo. Che resta un batterista fenomenale, ci mancherebbe altro, ma che dopo aver fatto successo con “Andamento Lento” tornò a Sanremo nel 1989 e nel 1993 con “E allora e allora” e poi con “Qui gatta ci cova”: due pezzi dalla melodia orecchiabile e con alcuni versi in napoletano, due pezzi pensati e costruiti per essere trasmessi e ritrasmessi in radio. Due pezzi che, però, nessuno ricorda. Chissà, forse stavolta non c’è bisogno di citare la retrotopia di Bauman per poter apprezzare Sal Da Vinci e la sua “Per sempre sì”, o quantomeno per ascoltarla all’Eurovision Song Contest 2026 senza indignarsi troppo, senza sforzarsi per farsi venire le bolle.
A tendere, entrambi i generi finiranno per assomigliare sempre più alla musica pop. Secondo i ricercatori, è una sorta di meccanismo di sopravvivenza fatto scattare da internet.
Candidato come Miglior attore protagonista per Le città di pianura, Capovilla si è dimostrato piuttosto insofferente al discorso di Giuli. Ma non è stato il solo.
L'errore è stato corretto nella versione online del cruciverba, ma a quel punto il finesettimana degli appassionati era irrimediabilmente rovinato. Non era mai successo in 84 anni di onorato servizio enigmistico.
Molly Rogers ha detto che per la prima volta nella sua carriera si è trovata ad affrontare un eccesso di scelta che l'ha costretta a scartare molti capi nonostante fossero perfetti.
