Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
“Secolo americano” è un’espressione giornalistica, nata sulle colonne di TIME nel 1941, grazie al fondatore di quel grande magazine, Henry Luce, che la utilizzò per auspicare l’intervento degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, così da creare “the First Great American Century”. Ottant’anni più tardi, sappiamo che è andata esattamente così. Una buona parte del XX secolo è stata americana e non parliamo soltanto di preminenza economica e politica. Parliamo anche di quello che il politologo Joseph Nye definì “soft power”, ovvero la capacità di persuadere, e attrarre tramite risorse intangibili quali “cultura e valori”.
Dalla generazione dei baby boomer in poi, la cultura americana – cultura in senso ampio – ha influenzato l’Occidente tutto e l’Italia in particolare in modo pervasivo. I jeans, il cinema di Hollywood, la tecnologia domestica, compresa la televisione con i suoi format (i quiz) e i suoi telefilm (poi serie), da cui abbiamo assorbito lo stile di vita americano (Happy Days prima, Beverly Hills o Friends, poi), e la musica – la musica rock, il rap, la techno – e i libri, la grande letteratura americana che ci ha formati come lettori e gli iPhone e i social network, che hanno totalmente cambiato le nostre vite. Insomma, ci siamo capiti. Non serve continuare, perché l’elenco diventerebbe lunghissimo.
Agli inizi del XXI secolo, però, quest’onda che sembrava inarrestabile ha iniziato a ritirarsi. Difficile dire se sia stato l’effetto di un ritirarsi degli Usa anche dal cosiddetto “hard power”, cioè dal proverbiale imperialismo e dalle grane estere in cui si erano ficcati o se, invece, sia stato l’effetto della concorrenza non solo economica, ma anche proprio sul piano del “soft power”, di nuovi Paesi emergenti. Fatto sta che è impossibile immaginare un ragazzo degli anni ’70 e degli ’80 imbevuto di cultura coreana (il K-Pop) o giapponese (i manga). Che le influenze culturali non arrivano più da un unico centro è un fatto indiscutibile. Che questo fenomeno sia il prodotto di una debolezza americana o di una forza che arriva da altrove, è più complicato stabilirlo.
Di sicuro gli Stati Uniti nell’ultima decina d’anni non sono più sembrati quelli di un tempo. Da un punto di vista politico innanzitutto. Con quello che è successo con la prima impensabile elezione di Trump e la sua possibile, se non probabile, rielezione alle presidenziali di novembre, gli Usa sembrano diventati un Paese più chiuso, più impaurito e di sicuro meno interessato a creare “un secondo grande secolo americano”. E, di riflesso, da un punto di vista culturale con alcuni segnali, di cui abbiamo parlato in questo numero, che hanno riguardato proprio la sfera culturale che tanto ci interessa: il cinema, la tv, la letteratura, la moda.
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