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Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.

Nessuna è come Peggy Guggenheim

Spudorata, scandalosa, insicura e narcisista: ritratto di una donna mitologica, celebrata dalla mostra L’ultima dogaressa nella sua Venezia.

19 Settembre 2019

Si faceva chiamare Peggy ma in realtà il suo nome era Marguerite. E che fosse un tipo fuori dal comune lo si poteva intuire da diversi elementi incontrovertibili. Innanzitutto dal fatto che provenisse da una delle dinastie più facoltose d’America: sua madre era una Seligman, famiglia di banchieri; il padre invece aveva fatto un’immensa fortuna alla fine dell’Ottocento grazie all’estrazione mineraria. Se poi ci aggiungiamo che lo zio Solomon aveva fondato il museo più famoso del mondo «per promuovere, incoraggiare, educare all’arte e illuminare il pubblico», che papà Benjamin non morì nel suo letto ma in smoking, sorseggiando champagne, dopo aver ceduto il suo posto a donne e bambini sulla scialuppa di salvataggio del Titanic, e che sua zia Fanny cantava invece di parlare e lo faceva a tal punto che il marito, esasperato, cercò di ammazzarla con una mazza da baseball, il quadro è ancora più chiaro.

Sono passati esattamente 40 anni da quando Peggy Guggenheim è morta. E se oggi fosse ancora in mezzo a noi sarebbe senza dubbio una sorta di Iris Apfel. Una testimonial senza tempo, che parteciperebbe a talk show e indosserebbe vistosissimi occhiali a forma di farfalla e gioielli capolavoro che farebbero l’invidia di influencer e marchi di moda. Ma Peggy, per sua grande fortuna, è vissuta nel secolo scorso, divenendone una delle sue icone più luminose. Una donna ricchissima che aveva ricevuto in eredità 2,5 milioni di dollari (anche se amava ripetere che rispetto agli zii era povera). Ma che alle ville del New England e ai grattacieli di Manhattan ha sempre preferito la cara e vecchia Europa. Una donna che ai privilegi del suo rango ha puntualmente anteposto la libertà, anche e soprattutto sessuale. «Sono stata una donna emancipata ben prima che il termine “emancipazione” esistesse», ha raccontato. Oggi la Collezione che porta il suo nome sul Canal Grande le rende omaggio con la mostra L’ultima dogaressa (21 settembre 2019 – 27 gennaio 2020) curata da Karole P. B. Vail con Gražina Subelytė. Un viaggio nella vita veneziana della sua fondatrice, attraverso gli eventi che hanno segnato quei trent’anni, dal 1948 al 1979, vissuti fra calli e campielli. Nelle sale sono esposte una sessantina di opere, tra dipinti, sculture e lavori su carta: da “L’impero della luci” di René Magritte allo “Studio per scimpanzè” di Francis Bacon. E poi una serie di rarissimi scrapbook, album in cui la collezionista americana ha raccolto articoli di giornali, foto, lettere e memorie.

Ma la strada per arrivare fino alla Laguna è stata lunghissima. Ed è partita dallo studio di un dentista. È qui che Peggy, affamata di indipendenza, inizia a lavorare come segretaria. Poi per qualche tempo fa la contabile alla Sunwise Turn, la libreria d’avanguardia del cugino Harold Loeb. Fra quegli scaffali, incontra Laurence Vail, un tipo colto, raffinato e con un sensualissimo accento francese. Fa il pittore dadaista e non ha un centesimo. Peggy se ne innamora e nel 1922 lo sposa a Parigi. «Ero affascinata dagli affreschi erotici di Pompei, ero vergine e volevo liberarmi della mia verginità: usai Vail per questo scopo, avevo 23 anni». Il pittore sarà il primo di una lunga serie di artisti con cui vivrà relazioni più o meno intense. Perché su una cosa non esistono dubbi: la nostra eroina non ha mai avuto tentennamenti su chi scegliere fra un artista e un uomo d’affari. La coppia vive nella Parigi più frenetica di sempre. Peggy diventa la musa di Man Ray, frequenta Constantin Brancusi, che considerava una sorta di semidio, gioca a tennis con Ezra Pound e flirta (e non solo) con Marcel Duchamp e Samuel Beckett, con il quale passa quattro notti chiusa in albergo «conquistata dalla sua sagacia e dal suo intelletto».

Peggy Guggenheim a Venezia. Foto di Tony Vaccaro

«Per me il sesso è un modo per creare connessioni umane», dice. E di queste connessioni ne ha a tonnellate. Il suo matrimonio sta andando a pezzi ma in compenso si innamora sempre più dell’arte. A Saint-Tropez perde la testa per lo scrittore John Holms, che morirà per una banalissima operazione al polso a soli trentasei anni: con lui resta incinta sette volte ma decide sempre di abortire perché è sposata («All’epoca il matrimonio era importante», racconterà più in là). Il dolore la porta a investire le sue energie in creatività. Piuttosto che farsi costruire una villa a Martha’s Vineyard come andava di moda fra i rampolli americani dell’epoca, Peggy resta in Europa e apre una galleria a Londra con l’amico Herbert Read in qualità di direttore: è la Guggenheim Jeune. Ed è il 1939. Alle pareti, solo opere di arte contemporanea perché, come le aveva consigliato l’amico Beckett, «È qui che le cose vivono davvero». Nella prima mostra espone i lavori di Jean Cocteau, nella seconda quelli di Vasily Kandinsky. Da allora l’arte non sarà più la stessa.

Dopo un anno lo spazio londinese chiude ma la sua passione per quadri e sculture si rafforza tanto che decide di incrementare la collezione «comprando un quadro al giorno». Peggy acquista Georges Braque, Salvador Dalí, Piet Mondrian e Francis Picabia. La guerra è alle porte e la mecenate risponde alle bombe tedesche comprando dipinti. Hitler invade la Norvegia? E lei si compra “Uomini in città” di Fernand Léger. I nazisti sono alle porte di Parigi? E lei acquista “Uccello nello spazio” dell’adoratissimo Brancusi. Quando la situazione diventa insostenibile e il Führer sta per marciare sotto l’Arco di Trionfo, torna a New York, sposa Max Ernst e apre la sua galleria/museo Art of This Century. All’opening Peggy indossa un orecchino di Tanguy e un altro di Calder. «Così dimostro la mia imparzialità tra l’arte surrealista e quella astratta», dice. Il matrimonio con Ernst dura un paio d’anni. Ma come sempre, a fronte di un fallimento amoroso, arriva il trionfo artistico. È in questo periodo che scopre lo sconosciuto Jackson Pollock (anche con lui finirà a letto ma a quanto pare non saranno notti indimenticabili), lo espone e lo trasforma in leggenda. «È stata la mia più grande scoperta artistica», racconterà durante un’intervista.

Peggy è spudorata, scandalosa, insicura e narcisista. Si considera la pecora nera di famiglia. «Ero una ninfomane» confessa «Con molti uomini ci sono stata perché mi sentivo sola, ma all’epoca il sesso e l’arte erano indivisibili». Dopo la guerra, torna in Europa. Nel 1947 la sua collezione viene esposta nel padiglione greco alla Biennale di Venezia. È la prima volta che vengono appese alle pareti tele di Arshile Gorky, Jackson Pollock e Mark Rothko. Decide che la Laguna sarà la sua casa. Acquista Palazzo Venier dei Leoni, a metà strada tra il ponte dell’Accademia e la basilica di Santa Maria della Salute, con una vista mozzafiato sul Canal Grande, e lì si trasferisce con tutta la sua collezione. Se ne sta per ore seduta in giardino. Compra tantissime opere e le paga poco perché riesce sempre ad anticipare le tendenze del mondo artistico. Gira per i campielli scortata da una fila di cagnolini di razza tibetana Terrier Lhasa Apsos che cura e coccola come esseri umani. Hanno nomi stravaganti: Sir Herbert è il suo prediletto. Peggy muore il 23 dicembre del 1979 a 81 anni. Le sue ceneri sono sepolte proprio accanto a quelle di Sir Herbert nel giardino della sua dimora a Venezia, «Il luogo dove la vita non è normale perché tutto e tutti galleggiano e dove i riflessi sono più belli di quelli dei grandi artisti». Peggy dixit.

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