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Chi sono i tre artisti italiani invitati alla prossima Biennale

Guida per scoprire il lavoro di Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bey, gli artisti scelti da Cecilia Alemani per il Padiglione Italia della 57esima edizione.

21 Novembre 2016

Nel 2017 aprirà al pubblico la 57esima edizione della Biennale di Venezia, a cura di Christine Macel, dal titolo Viva Arte Viva. La curatrice del Padiglione Italia sarà Cecilia Alemani, direttrice della High Line Art di New York nonché moglie di Massimiliano Gioni, direttore del New Museum e curatore della 55esima edizione della Biennale, quella del 2013. Gli artisti scelti da Alemani sono stati comunicati pochi giorni fa. Sono soltanto tre: Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bey. Chi sono? Cosa fanno? È importante conoscerli? Rappresentano davvero la situazione artistica – e quindi, se vogliamo considerare l’arte una cartina tornasole del nostro tempo, la situazione politica, estetica, spirituale –  del nostro Paese?

Come sottolinea Marco Enrico Giacomelli su Artribune, l’aggettivo che accomuna questi tre artisti potrebbe essere glocal, «che ben sintetizza il pensiero sotteso alla scelta della curatrice, quando dichiara che “le loro opere e i loro linguaggi sono globali ma intimamente legati alla cultura del nostro Paese”». Abbiamo capito tutti, ormai da un po’, che per avere successo il prodotto italiano – che si tratti di Eataly o del papa di Sorrentino – deve contenere una mescolanza attentamente calibrata di tradizione, cultura, memoria e uno spirito audace, pop e internazionale, una forza in grado di spingere le salse e le suore verso il futuro, amalgamandole con gli stili e le forme lunghe, fluide del presente, mescolando la lentezza e la cura tipiche del made in Italy con l’energia centrifuga della globalizzazione.

Ma non è forse questa la ricetta di ogni buon prodotto? Penso ai capolavori della letteratura: al modo in cui fondono la specificità di un luogo, di un gruppo limitato di identità e di una serie di eventi collocati in un tempo e uno spazio specifico all’universalità dei meccanismi primari e comuni a tutti gli esseri umani… ciò che ci distrugge e ci rigenera, ciò che muove le nostre vite. Qualsiasi opera artistica, insomma, se ci pensiamo bene, potrebbe essere definita glocal.

C’è da dire che Alemani tiene a sottolineare di non voler rappresentare, con la sua scelta, «uno sguardo completo su tutta l’arte italiana» ma di essere invece interessata a «guardare in profondità al lavoro di tre artisti – voci originali che si sono distinte e imposte negli ultimi anni – dando loro spazio, tempo e risorse per presentare un grande progetto ambizioso (…) che possa presentare al pubblico un’opportunità di immergersi nella mente e nel mondo degli artisti». Non proprio una fotografia della situazione artistica italiana, dunque, ma una selezione di 3 personalità, 3 caratteri interessanti. Un gesto assertivo, almeno, dopo tanti anni di padiglioni-minestrone.

Cominciamo con Adelita Husni-Bey, che è la più giovane (1985). Adelita, che è rappresentata dalla galleria Laveronica di Modica, è cresciuta tra Libia, UK e Italia e attualmente vive a New York. La sua pratica artistica potrebbe essere rapidamente descritta come una serie di workshop da lei ideati e diretti, fondati su un’idea di arte come impegno sociale. Un esempio: il lavoro con cui ha vinto il premio della Quadriennale di Roma si chiama Agency – Giochi di potere, è un videoreportage su un workshop svolto in un liceo della città. Alcuni studenti hanno impersonato 5 categorie professionali a confronto durante un’ipotetica campagna elettorale, trovandosi ad indagare le relazioni di potere.

Sono sempre stata scettica di fronte all’arte che pretende di mescolarsi con la politica. Però ascoltando Adelita parlare, in una conferenza al MAXXI di Roma, posso capire l’impulso che muove questo tipo di aspirazioni. Nel video l’artista racconta di come durante gli anni dell’Accademia d’Arte la esasperassero i dibattiti a cui assisteva in classe, che si concentravano esclusivamente sul carattere formale delle opere. A volte, in effetti, sembra che chi è dentro la bolla dell’arte riesca a dimenticarsi completamente che al di fuori di nomi propri, immagini, materiali, colori, gallerie e fiere, c’è un mondo di persone che si agita e pulsa, del tutto incurante dell’arte e delle sue regole astruse. Husni-Bay deve aver sentito questo mondo spingere per entrare, e ha aperto le porte, l’ha lasciato scivolare dentro la pratica artistica. Quello che mi chiedo ogni volta è: perché questi artisti non entrano in politica? Ma la risposta che mi dò è che l’arte può essere considerata da molti un territorio di estrema libertà dove trovare lo spazio per riflettere e, addirittura, per agire. Non ci credo molto – credo che queste pratiche vengano inevitabilmente inglobate nella bolla, perdendo quindi il loro potere di incidere sulla realtà – ma capisco anche che i ragazzi e i bambini e le persone che hanno partecipato a quei workshop forse hanno portato a casa uno sguardo diverso e più consapevole.

Di Giorgio Andreotta Calò, rappresentato dalle gallerie ZERO… e Sporvieri, nato a Venezia nel 1979 (ma adesso vive a Amsterdam), c’è da vedere questa bellissima intervista uscita su Flash Art nel 2011. La mia opera preferita di Andreotta Calò è Sunset Boulevard (2010). «Ho girato le strade di Los Angeles in auto, chiuso dentro il bagagliaio, rievocando il romanzo noir e le scene di film in cui il morto viaggia chiuso nel baule della macchina. Attraverso un piccolo foro creato sul portellone, l’immagine dell’esterno penetrava nel buio come una proiezione cinematica. L’auto era diventata una sorta di cinepresa, e il bagagliaio un cinema. La visione alla quale assistevo dall’interno poteva essere restituita e cristallizzata solamente attraverso un’istantanea, esponendo la carta Polaroid alla luce per una frazione di secondo. Sunset Boulevard non è solo un riferimento al cinema, alla via che realmente ho percorso, ma anche a quella componente naturale, la luce, dal lasso di tempo che va dall’alba al tramonto, a cui era indissolubilmente legata l’esistenza di quella visione onirica». Le foto nebulose, sognanti, richiamano l’immagine sfumata e rosea di Los Angeles che Hollywood ha impresso dentro tutti noi.

Le sue opere più celebri sono le clessidre che compongono Scolpire il tempo (che è anche il titolo del saggio sul cinema di Andrej Tarkovskij). «Le Clessidre sono ricavate dal calco dei pali di legno che vengono piantati nella laguna di Venezia. L’azione altalenante della marea che sale e scende ogni sei ore scandisce il tempo di erosione consumando il legno nel punto di livello medio del mare. Il legno si assottiglia, si spezza e viene trasportato alla deriva dalla corrente. Questo pezzo viene prelevato (…) e poi fuso in bronzo. La forma finale è appunto quella della clessidra, immagine di una misura del tempo, elemento simmetrico e speculare. II processo di corrosione e passaggio del tempo viene congelato in una forma e in un materiale apparentemente incorruttibile». Una carriera, quella di Calò, basata sulla capacità alchimistica di maneggiare i materiali più disparati, sullo slancio lirico che spinge a catturare e rappresentare l’inafferrabile, e anche sul coraggio di imbarcarsi in imprese un po’ pazze.

E a proposito di pazzia, parliamo di Roberto Cuoghi, nato a Modena nel 1973, e quello che preferisco dei tre. A Milano (dove vive), ma non solo, Cuoghi è una vera leggenda. Tutti miei amici artisti lo venerano. Ci sono un sacco di leggende su di lui, che forse sono vere o forse no. Eccone un po’: 1. Un giorno, mentre bighellonava per strada, Cuoghi segue incuriosito una suora tutta vestita di blu. Lei entra all’Accademia di Brera, nell’aula 1. È così che lui si ritrova, per puro caso, nel bel mezzo di una lezione di Alberto Garutti (artista e professore di Brera che ha formato i migliori artisti italiani delle ultime generazioni) e comincia a frequentare l’Accademia. 2. Per mantenersi faceva il mago al telefono. 3. Per alcune settimane partecipa a ogni lezione con le scarpe sporche di merda (è una performance). 4. Un’altra performance: Cuoghi segue tutta la lezione con le guance tutte gonfie. Quando tocca a lui (ogni studente mostrava a Garutti il suo progetto, che veniva poi giudicato da tutta la classe) Cuoghi apre la bocca. Si scopre che per ore lì dentro aveva tenuto un pesce vivo, che nuotava in un mix di acqua e saliva.

Ma l’opera più devastante è quella che ha iniziato a fare a 25 anni. È ingrassato moltissimo, si è tinto i capelli di bianco, ha iniziato a vestirsi come un anziano per assumere le sembianze di suo padre. La performance è durata 7 anni e gli ha causato molti problemi di salute, perché per tutto quel tempo ha mantenuto uno stile di vita innaturale per la sua età e ha spinto il suo corpo oltre ai limiti. La mostra del 2012 da Massimo De Carlo – fino a qualche anno fa la sua galleria (adesso è rappresentato da Lehmann Maupine e Chantal Crousel) – faceva pensare che in realtà l’uomo di cui aveva preso il posto non era suo padre, bensì un tizio raffigurato sulle scatole di certi sigari, rimettendo tutto in discussione e rendendo il suo gesto ancora più assurdo.

Per sintetizzare la sua carriera – davvero densa, sto tralasciando tante opere cattive e geniali o anche soltanto bellissime – si può dire che dopo una serie di azioni su se stesso, in cui realtà e finzione si mescolavano in modo inquietante e autodistruttivo, Cuoghi si è concentrato su una sorta di esoterismo che attinge a simboli e tradizioni estremamente antiche (da Pazuzu, demone della mitologia babilonese, alle litanie degli Assiri). Riassumendo ancora di più mi viene da dire che Roberto Cuoghi è sempre stato un mago, uno stregone di magia nera, e che le sue sono opere sul male, sulle energie negative e oscure che serpeggiano e, talvolta, esplodono, nelle nostre vite e sulla terra che abitiamo. In sostanza questi sono i 3 diversi modi di fare arte di questi artisti italiani: 1. Far entrare il mondo vero che spinge, 2. Lottare con ciò che è transitorio, inafferrabile, catturarlo e dargli forma, sfruttandone le vibrazioni poetiche (sogni, luce, tempo, acqua), 3. Rifiutare il mondo vero e crearne un altro, sfrenato: un incubo tutto per sé.

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