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Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.
Una ricerca ha scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, la cannabis non ha nessuna efficacia nella cura di ansia e depressione Si tratta della più grande ricerca di questo tipo mai fatta. Secondo i risultati, usare i cannabinoidi per curare ansia, anoressia nervosa, Ptsd o altre dipendenze non serve a nulla.
C’è una petizione per fare della Hoepli una bottega storica di Milano e provare così a salvarla dalla chiusura Petizione che ha già raccolto più di 48 mila firme, tra cui quelle di Eleonora Marangoni, Mario Calabresi, Alessandro Cattelan e Vinicio Capossela.
Tutti aspettavano il ritorno di John Galliano nella moda, ma nessuno si aspettava sarebbe stato una collezione per Zara La collaborazione tra il brand del gruppo Inditex e lo stilista di Gibilterra durerà due anni, e la prima collezione arriverà nei negozi a settembre.

Tutti gli oggetti della nostra vita

Non abbiamo mai passato così tanto tempo in casa: una riflessione con lo storico dell'arte e del design Emanuele Quinz sul senso delle cose che ci circondano.

24 Aprile 2020

Se c’è una cosa che abbiamo imparato a conoscere, in queste settimane di confinamento, sono gli oggetti che ci circondano o, meglio, di cui ci siamo circondati in anni di ragionata selezione, o di scriteriato accumulo. 
Consapevoli o meno che si trattasse di design, li abbiamo posizionati all’interno della nostra casa per due ragioni facili da ammettere: decorazione e funzionalità. E per un terzo motivo, che ammettiamo con più fatica: la costruzione di una identità, la definizione del nostro status. Un equilibrio tra estetica, funzionalità, cultura e tecnologia su cui si sono confrontati i designer nell’ultimo secolo. E a cui, con altrettanta frequenza, i designer si sono opposti. Probabilmente, l’antidoto al design è il design stesso.

Emanuele Quinz, storico dell’arte e del design, professore all’Università Parigi 8 e collaboratore di varie istituzioni internazionali come il Centre Pompidou di Parigi e l’Uqàm di Montréal, ha affrontato il tema nel libro Contro l’oggetto – Conversazioni sul Design, uscito da poche settimane per Quodilibet.
Ci sono sempre state delle linee di tendenza, ma anche delle linee di contro tendenza. Per esprimere il suo vero valore, per ritrovare la sua libertà, spesso il design deve andare contro un design che è stato totalmente assoggettato dall’industria o all’economia. Si è spesso trattato di trovare una strategia per provocare un sussulto della coscienza in noi utilizzatori, per rendere evidente quale era il vero ruolo di un oggetto. E, spesso, per arrivare a questa consapevolezza, i designer hanno progettato oggetti che invece di semplificare la nostra vita, diventano degli ostacoli. Dai radicali italiani degli anni ’60 al Critical Design inglese degli anni ’90, il design ha prodotto oggetti strani, opachi, enigmatici, la cui funzione era destabilizzare. Se l’oggetto è perfettamente limpido, lineare, lo utilizziamo. Ma se l’oggetto diventa un ostacolo, produce una forma di coscienza, ci fa pensare.

Il gioco, insomma, è stato distruggere la rassicurazione che ci dà un oggetto perfettamente funzionale con l’obiettivo, naturalmente, di scardinare la cultura industriale e del consumo di massa. E l’oggetto, da parte sua, si è rivelato uno strumento particolarmente adatto: entra in tutte le case, è accessibile, è un ottimo cavallo di Troia per provocare destabilizzazione dove opere più impegnative, ad esempio l’architettura, non riescono ad arrivare. 
È in questo genere di operazioni che si assiste ad una sintesi tra design, arte ed architettura. C’è la voglia, tipica dell’architettura, di influenzare il mondo. C’è l’arte, con la sua capacità, e la sua forza, di lavorare sulle forme. E, in più, c’è il costante lavoro quotidiano svolto dagli oggetti, dai nostri strumenti domestici.
L’oggetto che utilizziamo nella quotidianità riesce ad infiltrare la vita domestica come nessun altro elemento. Per questo, nella storia, sono stati creati prodotti che assomigliano agli oggetti del quotidiano, ma che in realtà portano con sé una forte critica.

Stiamo parlando di dinamiche legate a dei momenti storici precisi, gli anni ’60 e gli anni ‘90, che non smettono però di dimostrarsi attuali. Prendiamo le abitudini domestiche di queste lunghe giornate tra le mura domestiche, le liturgie riscoperte come il cucinare, l’utilizzo degli elettrodomestici e di tutta la tecnologia di cui ci siamo circondati e che è entrata nel nostro quotidiano.
Negli anni ’80 e ’90, con una società sempre più legata alle dinamiche della comunicazione, naturalmente anche gli oggetti si sono trasformati, sono diventati sempre di più interfacce, oggetti reattivi, intelligenti, connessi. Negli anni ’80 si parlava di “domotica”: l’idea di una casa intelligente, in cui tutti gli oggetti erano connessi ed erano capaci sia risolvere i nostri bisogni, sia di anticiparli.

Progetti e utopie che, in parte, oggi si sono realizzate. Pensiamo di essere soli in casa, ma la realtà siamo immersi in un ambiente dove la connessione ha reso gli oggetti in grado di prendere decisioni e di anticipare i nostri bisogni.

È molto interessante vedere come, oggi, gli oggetti non sono più semplicemente reattivi o interattivi, ma iniziano a manifestare una forma di autonomia, diventano sempre di più dei soggetti. Anche se continuiamo a scegliere – o a credere di scegliere – gli oggetti per ragioni di decorazione o di funzionalità, sempre di più coabitiamo in uno spazio con strumenti su cui non sempre abbiamo il pieno dominio.

Un altro aspetto è che, semplicemente, ad un certo punto, la casa non è più stata solo una casa. La destinazione d’uso esclusiva è venuta meno. È diventata un luogo di lavoro, per esempio. Un ruolo sempre meno definito e sempre più frammentato, per il quale l’introduzione dell’alta tecnologia non riguarda solo il comfort.
Oggi mi sembra che la tecnologia porti ad una frammentazione dell’idea di casa. In questo momento di confinamento facciamo tutto da casa. Questo vuol dire che domani potremo fare tutto anche dal di fuori della casa, quindi dovremo pensare ad un ruolo ancora diverso per questi spazi. Di sicuro, anche se oggi la casa è il luogo in cui ci siamo riparati, quell’idea di conchiglia nella quale l’uomo costruisce la propria intimità non risponde agli stessi principi borghesi degli anni ’60.

Quando parliamo di anni ’60, pensiamo alle icone. Il sospetto è che le vittime di questa frammentazione siano proprio loro, gli oggetti iconici del design, nati dall’unione tra mente creativa ed industria in grado di sostenere la produzione. Se la presenza nei nostri ambienti di un oggetto entrato nella collezione di un museo conferiva, appunto, status ed identità al nostro mondo, oggi il meccanismo si è frammentato in molte piccole soluzioni poco iconiche, per lo meno nel senso tradizionale del termine.


In realtà viviamo una diversa iconicità che si consuma molto più rapidamente. Se per icona intendiamo qualcosa che viene presentato in un museo come oggetto che ha fatto la storia, forse, in effetti, le cose sono cambiate. Ma non dimentichiamo che oggi i prodotti del design devono essere instagrammabili, e devono essere rapidamente percepibili nello scorrere delle immagini sul nostro schermo. Si tratta di forme molto più rapide, più effimere, di iconicità, legate ad un sistema di comunicazione diverso, legate ad una temporalità fluida, basata sull’entità mediatica dell’evento. Non direi quindi che sono finite le icone, anzi, viviamo in una dimensione fortemente iconica. Se mai, è la dimensione formale del design che, in questa fluidità, deve essere ripensata.

In effetti, mai come in questo momento le case sono entrate a far parte delle nostre narrazioni digitali. E gli oggetti di cui ci circondiamo sono diventati, questa volta consapevolmente, le nostre dichiarazioni, i nostri statement, qualcosa che forse si avvicina perfino al manifesto politico.
La casa è sempre un manifesto. Così come l’abbigliamento è il risultato di un posizionamento, di una costruzione identitaria, sociale, anche politica. A volte, certo, un posizionamento passivo, imposto, altre volte più libero, rivendicato. La scelta del design, degli oggetti che definiscono il nostro ambiente di vita, può e deve essere uno spazio di libertà e di autonomia, e anche di critica. È importante capire che non è semplicemente una questione di stile. O meglio, che lo stile non è una questione semplice.

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