Hype ↓
07:41 venerdì 6 febbraio 2026
Un articolo fatto con l’AI pubblicato da un’agenzia di viaggi ha portato dei turisti a cercare delle inesistenti terme in uno sperduto paesino in Tasmania All'improvviso, nel minuscolo paesino di Weldborough, 33 abitanti, si sono presentati decine di turisti che chiedevano come raggiungere le terme.
Da oggi Stati Uniti e Russia potranno aggiungere al loro arsenale militare tutte le testate atomiche che vogliono Sono le conseguenze del mancato rinnovo dell'accordo New START, che limitava la proliferazione delle armi nucleari.
Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.
Negli Epstein Files Donald Trump viene citato più volte di Harry Potter nella saga di Harry Potter 38 mila volte, per la precisione. Il conteggio lo ha fatto il New York Times, per dimostrare quanto solido fosse il rapporto tra Trump ed Epstein.
It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.
Tra le centinaia di giornalisti licenziati improvvisamente dal Washington Post ce n’è una che lo ha scoperto mentre lavorava per il giornale in una zona di guerra La corrispondente Lizzie Johnson ha scoperto di essere rimasta senza lavoro mentre scriveva dal fronte ucraino, al freddo e senza corrente.
Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.

Tutti gli oggetti della nostra vita

Non abbiamo mai passato così tanto tempo in casa: una riflessione con lo storico dell'arte e del design Emanuele Quinz sul senso delle cose che ci circondano.

24 Aprile 2020

Se c’è una cosa che abbiamo imparato a conoscere, in queste settimane di confinamento, sono gli oggetti che ci circondano o, meglio, di cui ci siamo circondati in anni di ragionata selezione, o di scriteriato accumulo. 
Consapevoli o meno che si trattasse di design, li abbiamo posizionati all’interno della nostra casa per due ragioni facili da ammettere: decorazione e funzionalità. E per un terzo motivo, che ammettiamo con più fatica: la costruzione di una identità, la definizione del nostro status. Un equilibrio tra estetica, funzionalità, cultura e tecnologia su cui si sono confrontati i designer nell’ultimo secolo. E a cui, con altrettanta frequenza, i designer si sono opposti. Probabilmente, l’antidoto al design è il design stesso.

Emanuele Quinz, storico dell’arte e del design, professore all’Università Parigi 8 e collaboratore di varie istituzioni internazionali come il Centre Pompidou di Parigi e l’Uqàm di Montréal, ha affrontato il tema nel libro Contro l’oggetto – Conversazioni sul Design, uscito da poche settimane per Quodilibet.
Ci sono sempre state delle linee di tendenza, ma anche delle linee di contro tendenza. Per esprimere il suo vero valore, per ritrovare la sua libertà, spesso il design deve andare contro un design che è stato totalmente assoggettato dall’industria o all’economia. Si è spesso trattato di trovare una strategia per provocare un sussulto della coscienza in noi utilizzatori, per rendere evidente quale era il vero ruolo di un oggetto. E, spesso, per arrivare a questa consapevolezza, i designer hanno progettato oggetti che invece di semplificare la nostra vita, diventano degli ostacoli. Dai radicali italiani degli anni ’60 al Critical Design inglese degli anni ’90, il design ha prodotto oggetti strani, opachi, enigmatici, la cui funzione era destabilizzare. Se l’oggetto è perfettamente limpido, lineare, lo utilizziamo. Ma se l’oggetto diventa un ostacolo, produce una forma di coscienza, ci fa pensare.

Il gioco, insomma, è stato distruggere la rassicurazione che ci dà un oggetto perfettamente funzionale con l’obiettivo, naturalmente, di scardinare la cultura industriale e del consumo di massa. E l’oggetto, da parte sua, si è rivelato uno strumento particolarmente adatto: entra in tutte le case, è accessibile, è un ottimo cavallo di Troia per provocare destabilizzazione dove opere più impegnative, ad esempio l’architettura, non riescono ad arrivare. 
È in questo genere di operazioni che si assiste ad una sintesi tra design, arte ed architettura. C’è la voglia, tipica dell’architettura, di influenzare il mondo. C’è l’arte, con la sua capacità, e la sua forza, di lavorare sulle forme. E, in più, c’è il costante lavoro quotidiano svolto dagli oggetti, dai nostri strumenti domestici.
L’oggetto che utilizziamo nella quotidianità riesce ad infiltrare la vita domestica come nessun altro elemento. Per questo, nella storia, sono stati creati prodotti che assomigliano agli oggetti del quotidiano, ma che in realtà portano con sé una forte critica.

Stiamo parlando di dinamiche legate a dei momenti storici precisi, gli anni ’60 e gli anni ‘90, che non smettono però di dimostrarsi attuali. Prendiamo le abitudini domestiche di queste lunghe giornate tra le mura domestiche, le liturgie riscoperte come il cucinare, l’utilizzo degli elettrodomestici e di tutta la tecnologia di cui ci siamo circondati e che è entrata nel nostro quotidiano.
Negli anni ’80 e ’90, con una società sempre più legata alle dinamiche della comunicazione, naturalmente anche gli oggetti si sono trasformati, sono diventati sempre di più interfacce, oggetti reattivi, intelligenti, connessi. Negli anni ’80 si parlava di “domotica”: l’idea di una casa intelligente, in cui tutti gli oggetti erano connessi ed erano capaci sia risolvere i nostri bisogni, sia di anticiparli.

Progetti e utopie che, in parte, oggi si sono realizzate. Pensiamo di essere soli in casa, ma la realtà siamo immersi in un ambiente dove la connessione ha reso gli oggetti in grado di prendere decisioni e di anticipare i nostri bisogni.

È molto interessante vedere come, oggi, gli oggetti non sono più semplicemente reattivi o interattivi, ma iniziano a manifestare una forma di autonomia, diventano sempre di più dei soggetti. Anche se continuiamo a scegliere – o a credere di scegliere – gli oggetti per ragioni di decorazione o di funzionalità, sempre di più coabitiamo in uno spazio con strumenti su cui non sempre abbiamo il pieno dominio.

Un altro aspetto è che, semplicemente, ad un certo punto, la casa non è più stata solo una casa. La destinazione d’uso esclusiva è venuta meno. È diventata un luogo di lavoro, per esempio. Un ruolo sempre meno definito e sempre più frammentato, per il quale l’introduzione dell’alta tecnologia non riguarda solo il comfort.
Oggi mi sembra che la tecnologia porti ad una frammentazione dell’idea di casa. In questo momento di confinamento facciamo tutto da casa. Questo vuol dire che domani potremo fare tutto anche dal di fuori della casa, quindi dovremo pensare ad un ruolo ancora diverso per questi spazi. Di sicuro, anche se oggi la casa è il luogo in cui ci siamo riparati, quell’idea di conchiglia nella quale l’uomo costruisce la propria intimità non risponde agli stessi principi borghesi degli anni ’60.

Quando parliamo di anni ’60, pensiamo alle icone. Il sospetto è che le vittime di questa frammentazione siano proprio loro, gli oggetti iconici del design, nati dall’unione tra mente creativa ed industria in grado di sostenere la produzione. Se la presenza nei nostri ambienti di un oggetto entrato nella collezione di un museo conferiva, appunto, status ed identità al nostro mondo, oggi il meccanismo si è frammentato in molte piccole soluzioni poco iconiche, per lo meno nel senso tradizionale del termine.


In realtà viviamo una diversa iconicità che si consuma molto più rapidamente. Se per icona intendiamo qualcosa che viene presentato in un museo come oggetto che ha fatto la storia, forse, in effetti, le cose sono cambiate. Ma non dimentichiamo che oggi i prodotti del design devono essere instagrammabili, e devono essere rapidamente percepibili nello scorrere delle immagini sul nostro schermo. Si tratta di forme molto più rapide, più effimere, di iconicità, legate ad un sistema di comunicazione diverso, legate ad una temporalità fluida, basata sull’entità mediatica dell’evento. Non direi quindi che sono finite le icone, anzi, viviamo in una dimensione fortemente iconica. Se mai, è la dimensione formale del design che, in questa fluidità, deve essere ripensata.

In effetti, mai come in questo momento le case sono entrate a far parte delle nostre narrazioni digitali. E gli oggetti di cui ci circondiamo sono diventati, questa volta consapevolmente, le nostre dichiarazioni, i nostri statement, qualcosa che forse si avvicina perfino al manifesto politico.
La casa è sempre un manifesto. Così come l’abbigliamento è il risultato di un posizionamento, di una costruzione identitaria, sociale, anche politica. A volte, certo, un posizionamento passivo, imposto, altre volte più libero, rivendicato. La scelta del design, degli oggetti che definiscono il nostro ambiente di vita, può e deve essere uno spazio di libertà e di autonomia, e anche di critica. È importante capire che non è semplicemente una questione di stile. O meglio, che lo stile non è una questione semplice.

Articoli Suggeriti
It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo

Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.

Chloé Zhao ha fatto Hamnet per dimostrare che l’arte può curare anche il trauma più grave

Una conversazione su arte, guarigione, spiritualità e attori con la regista di uno dei film più attesi dell'anno, appena arrivato nelle sale italiane e già candidato a 8 premi Oscar.

Leggi anche ↓
It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo

Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.

Chloé Zhao ha fatto Hamnet per dimostrare che l’arte può curare anche il trauma più grave

Una conversazione su arte, guarigione, spiritualità e attori con la regista di uno dei film più attesi dell'anno, appena arrivato nelle sale italiane e già candidato a 8 premi Oscar.

Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI

Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.

Un grave scandalo sessuale avvenuto sul set di Good Time potrebbe costare l’Oscar a Josh Safdie e a Marty Supreme

E sarebbe anche la ragione, questo scandalo, della brusca separazione di Josh dal fratello Benny.

La figlia di David Lynch ha annunciato che l’ultima e inedita sceneggiatura scritta dal padre diventerà un libro

Unrecorded Night è la serie tv che Lynch non è mai riuscito a farsi produrre. Dovremo accontentarci di leggerla.

Mehdi Mahmoudian, lo sceneggiatore candidato all’Oscar per Un semplice incidente, è stato arrestato in Iran per aver firmato una lettera contro l’Ayatollah

Assieme a lui sono stati arrestati altri due firmatari: al momento non si hanno notizie di nessuno dei tre.