Il successo dell’Odissea di Nolan dimostra che se i classici vivono per sempre è solo grazie a chi ha il coraggio di “tradirli”

Il regista ha avuto il coraggio di fare quello che i grandi autori fanno quando decidono di confrontarsi con un classico: cambiarlo a piacimento, per salvarlo dall'oblio, per evitarne la musealizzazione.

20 Luglio 2026

Nell’immagine di copertina L’Odyssée, la personificazione dell’Odissea dipinta a olio su tela (61 × 55 cm) intorno al 1850 da Jean-Auguste-Dominique Ingres

Se c’è una cosa che fanno i classici è reinventarsi. Perché classico non è una parola degli antichi, né il frutto di un’autodefinizione tirata fuori da critici coevi, come la parola Impressionismo, per esempio. In Utopia del passato. Archeologia e cultura moderna Nikolaus Himmelmann scriveva che il classico risponde, piuttosto, a un bisogno cresciuto col procedere della società moderna verso un mondo umano che, nella realtà presente, non era più realizzabile. Un luogo nostalgico, quindi, studiato a tavolino dalla civiltà occidentale che trovava le simbologie antiche del potere utili alla propaganda del secolo. Chi ha studiato l’eredità del classico nella riscoperta di Winckelmann o nel razionalismo fascista sa bene quanto l’idea di un’età integra di cui siamo eredi è ideologia pura: la via maestra su cui far transitare le più inossidabili dittature.

Andrea Marcolongo, grecista e autrice di libri di successo come La lingua geniale: il greco (Laterza, 2016) e Spostare la luna dall’orbita. Una notte al Museo dell’Acropoli (Einaudi, 2023), da anni racconta ai giovani un’altra idea di classico, né cristallizzata né depurata, e guarda con curiosità al fenomeno dei miti contemporanei: «L’Odissea è un poema che ha modellato l’Occidente, un racconto politico dove nessun regno è eterno. Ma questa era la concezione greca di politica, siamo noi che crediamo nei regni immobili. L’eterna reinvenzione del classico è sempre l’idea che ce ne facciamo noi, e sappiamo bene quanto Mussolini abbia fatto un grande danno al classico ieri; oggi abbiamo Trump, che non è molto diverso. Ma classico è vitalità, perché è fatto per essere modellato».

Eppure, l’uscita di Odissea di Christopher Nolan ha aperto la strada alle polemiche e acceso la discussione sull’indice di attinenza a un poema che si ritiene puro quando di puro non ha nulla. Basta leggere un saggio su Omero per capire che, prima che il poeta dei poeti fosse ritratto come un aedo cieco, il poema era già lì, colla sua manciata di racconti tramandati oralmente, messi in fila per tracciare la storia del greco Odisseo che inventa un cavallo pieno di soldati per assediare Troia e poi ritornare nella sua Itaca in balia di venti e di dèi. Ma in questo mito non c’è mai stata l’unità narrativa della tradizione, e leggende come quelle del Ciclope e di Circe sono diffuse in altre versioni indipendenti dall’Odissea, come nel mito degli Argonauti. Nolan ha, quindi, fatto sul grande schermo un’operazione antica quanto lo stesso poema vecchio tremila anni: si è dato licenza di inserire nell’epopea già scritta la sua Odissea, con le navi vichinghe e i Lestrigoni in armatura medievalcore. Nell’era dove anche la storia non è più indagine – come vorrebbe l’etimologia – ma se va bene un seminario di Alessandro Barbero ascoltato prima di addormentarsi, Nolan avrebbe fatto qualcosa di imperdonabile, un downgrade per mio cugino che ieri era arbitro e oggi pure grecista: aver messo all’inizio del film Sinone, il soldato che informa i troiani del cavallo regalato dai Greci per la dea Atena un attimo prima di essere ucciso, fra i personaggi omerici, Sinone non esiste, e non c’è niente di più apocrifo che inserire in un immaginario già mitico un personaggio della propria immaginazione.

Contro la musealizzazione dei classici

A Elon Musk il fatto che a interpretare Sinone sia Elliot Page, l’attore noto per aver parlato della sua transizione FTM, basta per catalogare Odissea di Nolan un film «woke». Perché da classicisti integralisti a moralisti è un attimo, come sanno i lefebvriani nostalgici della liturgia latina nella messa. Ma da quando i classici sono diventati classici, la loro musealizzazione è il primo atto della costruzione di un’egemonia. Nel 1938 Mussolini assoldò il più importante archeologo di allora, Ranuccio Bianchi Bandinelli, per fare da Cicerone ad Hitler durante la sua visita ufficiale nel ’38. Marcolongo ricorda che il classico è l’opposto dell’ideologia: «L’Odissea dovremmo godercela come una storia, non ha un valore pedagogico in sé. Certamente, per i greci è era la trasmissione di un sapere, ma i classici sono soprattutto un piacere intellettuale. Io sono estremamente grata ai miei studi classici, ma questo irrigidimento rischia di togliere la voglia di avvicinarsi ai classici. Quindi ben venga Nolan, che ritorna a parlare di Odissea arrivando a tutti».

Al contrario Musk, che ha scatenato attacchi razzisti contro la decisione di Nolan di affidare il ruolo di Elena di Troia all’attrice nera Lupita Nyong’o, e criticato quella di Page, si comporta come l’Agamennone in armatura oscura, in prima fila per espugnare Troia. Entrambi, il re di Micene e quello della Silicon Valley che, caso vuole, in nome della fede cieca a un’ideologia, rinnegano le proprie figlie, incarnano una fame di dominio che si serve di tutto. Ma se gli aedi cantavano quello che gli storici hanno definito il «medioevo greco», un tempo in cui, con la discesa delle popolazioni doriche, le fortezze caddero in rovina e l’economia tornò a basarsi sulla sussistenza, gli oligarchi del tecnofeudalesimo contemporaneo si fanno portavoce di un rinascimento illiberale. Non è che si stava meglio prima della cultura woke e dei valori non negoziabili: è che il peggio, semplicemente, era sapientemente nascosto sotto un tappeto di autorità. Odisseo ne acquisisce consapevolezza al suo ritorno, e confessa alla moglie Penelope che non c’è mai stato spazio per gli eroi che canta il bardo all’inizio del film, se eroismo implicava persino sgozzare gli dei che ci si prefiggeva di proteggere: «Un’epoca di apparente magia» è la frase che fa da proemio a Odissea di Nolan, a definire la cifra di tutto.

L’aggettivo che definisce Odisseo all’inizio del poema omerico è polythropos, che significa «multiforme», «astuto». Nella traduzione di Emily Wilson, da cui Nolan attinge, è «complicated». Che sarebbe una parola contemporanea, il passapartout del disagio, una red flag andante, direbbero i giovani. Ma è questa sua complessità, barattata per cieca fedeltà a sovrani dispotici e arguzia, che causa la caduta dell’inespugnabile Troia e, con essa, di quella civiltà che si reggeva su gloriosi re. Odissea di Nolan ci svela che il suo protagonista non era un campione di virtù: l’elmo oscuro di Agamennone, nero come la notte e puntellato di vertebre fa da contraltare a quello di Odisseo raccontato, con dovizia di particolari, dal poeta omerico nel X libro dell’Iliade: fatto di cuoio, armato dentro di cinghie, e ornato all’esterno da fitte zanne di verro. Basta quest’oggetto feticcio di attacco e difesa a simboleggiare il potere che mangia sé stesso, la fiamma del dominio che non trova mai pace.

L’antica Grecia è oggi

Odisseo scopre la verità di un mondo che viene messo ai margini della storia, e che anzi è la vera storia; scopre che lui, impegnato nel crearsi un alibi vittima – grande mancanza nel lungometraggio, un Odisseo che piange alla corte di Alcinoo al ricordo delle sue gesta – si trova nel cuore della menzogna che lui stesso era convinto di dissipare, facendosi misura di tutto. La scelta di chi portare in guerra, la menzogna che è costata la vita a Sinone, il mancato onore ai morti bastano a smascherarlo, e il mondo verso il quale il re di Itaca pensava di essere in credito non esiste se non come storia con epici debiti, da ricordare più o meno con la memoria selettiva dei fiori di loto di cui lo nutre la ninfa Calipso per sette anni. È anzi proprio lei che gli mostra che le ragioni in gioco non valgono quando le motivazioni sono elementari. Quel mondo tenuto finora fuori dalla storia con tutti gli stratagemmi possibili è lo stesso di cui si nutre il figlio Telemaco, orfano bianco alla vaga ricerca di un mito, prima che di un padre. E che, assieme ad esso sotto le mentite spoglie di un mendicante, coglie il peso della verità in un sacello della dea Atena: in pieno rituale, ci sono predoni vestiti da sacerdoti, e ogni regola che gli uomini si vantano di rispettare è già stata infranta.

È l’altra faccia del mito, ed è inquietante quanto la frammentata realtà politica del mondo che ci racconta Nolan attraverso gli occhi della storia greca non sia poi così diversa dalle nostre realtà. La brutalità dei Greci che, in una delle scene rivelatrici di tutto il film, decapitano la statua di Atena in una Troia messa a ferro e fuoco contiene la stessa blasfemia delle invocazioni celesti nella Casa Bianca. Seppure al fianco di Odisseo dall’inizio alla fine, Atena è la prima divinità ad essere vittima della guerra degli uomini che si credono dei anche alla vigilia delle guerre, quando decidono chi deve andare in guerra, dimentichi che alcuni, come Alcinoo, la guerra la portano già dentro di sé: «Trasformammo la battaglia in una battuta di caccia» ammetterà Odisseo, e l’immagine di una delle battute lo vede circondato dai bambini di Itaca, allevati già a respirare sangue: «Nel film di Nolan è interessante la ripresa degli dei, che non è scontata come sembra. In fondo, essi sono ciò che noi non capiremo mai del mito classico, e quella di Nolan mi sembra quindi una scelta interessante in un momento presente dove, da una parte c’è la crisi della fede, dall’altra un revival messianico» spiega Marcolongo.

L’Odissea di Nolan è un processo di decolonizzazione lungo quasi tre ore, che ci racconta di un Odisseo testimone di un altro tempo, ambasciatore di un mondo dove basta poco perché il racconto delle gesta si scolleghi dalla realtà, come gli scenari al limite del dispotico che prendono forma nei post di Trump su Truth. A noi, il regista che ha relegato i suoi eroi nel subconscio, augura almeno la crescita di Telemaco che, andando alla ricerca del padre, scopre di inseguire il pallido riflesso del suo mito e solo alla fine ammette che i sogni di gloria si dissanguano come l’invincibile Agamennone ucciso dalla sua moglie nell’intimità del suo talamo. Ci voleva il poema epico per eccellenza per smascherare i nostri miseri, pericolosi miti.

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