Le riprese sono appena iniziate ma già si parla di una possibile prima alla Mostra del cinema di Venezia.
Quasi 200 collaboratori del New York Times hanno accusato il giornale di transfobia
Ed Yong, Lucy Sante, Roxane Gay, Rebecca Solnit, Carmen Maria Machado, Alexander Chee, Jia Tolentino e perfino lo scrittore Jeff VanderMeer: sono solo alcuni dei giornalisti, scrittori e collaboratori del New York Times che hanno firmato una lettera aperta in cui esprimono le loro «preoccupazioni per i pregiudizi sulle persone transgender, non binarie e di genere non conforme» dimostrati dal giornale, criticando il modo in cui il New York Times «ha seguito l’esempio di hate group di estrema destra nel raccontare la diversità di genere come una questione controversa che giustifica una nuova e punitiva legislazione». Qui trovate la lettera e la lista completa delle firme, in ordine alfabetico.
La lettera fa riferimento a un articolo di Tom Scocca: il giornalista ha fatto notare come solo negli ultimi otto mesi, il New York Times abbia pubblicato in prima pagina oltre 15 mila parole in cui si metteva in discussione la correttezza della decisione di fornire cure mediche che aiutino i bambini che vogliono cambiare sesso. La lettera continua facendo riferimento a diversi importanti editoriali e indagini del New York Times che hanno «trattato la diversità di genere con un mix di pseudoscienza e linguaggio allusivo e carico di pregiudizi, pubblicando reportage su bambini trans in cui si omettevano informazioni rilevanti sulle fonti» e che sono stati effettivamente citati dai legislatori repubblicani nei loro sforzi per approvare leggi anti-trans.
Nelle ultime ore molti giornalisti su Twitter stanno condividendo la lettera e tantissimi lettori stanno commentando dicendo che annulleranno i loro abbonamenti al giornale. Viene da chiedersi come il New York Times deciderà di rispondere alle accuse e come farà a riconquistare la fiducia di lettori e collaboratori. Per ora nessuna comunicazione, ma nella sezione Opinion è comparso un articolo di Pamela Paul dal titolo “In difesa di J.K. Rowling“: non proprio il tipo di scuse che tutti si aspettavano.
È l'ultima piattaforma streaming ad arrivare nel nostro Paese, forte però di una fama senza pari nel panorama televisivo. Li abbiamo incontrati e con loro abbiamo parlato di Harry Potter e Portobello, della competizione con YouTube e delle (notevoli) difficoltà del mercato italiano.
Diretto dalla regista premio Oscar Laura Poitras e da Mark Obenhaus, il documentario racconta una leggenda del giornalismo americano ma è anche un viaggio nei cambiamenti del mestiere, tra redazioni vecchio stile, litigi con editori e nuove piattaforme.