In A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya ci sono il glorioso passato e il radioso futuro dell’animazione giapponese

Arriva oggi nelle sale italiane uno dei film d'animazione più chiacchierati di quest'anno, un'opera a metà tra animazione e pittura, firmata da quello che molti già considerano l'erede di maestri come Miyazaki e Shinkai. Ne abbiamo parlato con lui.

23 Luglio 2026

A fare da apripista all’animazione giapponese in concorso alla Berlinale fu La città incantata di Hayao Miyazaki, che nel 2002 conquistò l’Orso d’Oro (poi arrivò anche l’Oscar), seguito 21 anni dopo da Suzume di Makoto Shinkai. A New Dawn è dunque il terzo lungometraggio animato giapponese a raggiungere questo traguardo e i suoi illustri predecessori hanno inevitabilmente acceso i riflettori sul regista esordiente Yoshitoshi Shinomiya. Fino a oggi, dal suo atelier immerso nella campagna giapponese, Shinomiya aveva lavorato in solitudine come artista degli sfondi e illustratore proprio per i film di Makoto Shinkai, tra cui Your Name. e Il giardino delle parole. Nel 2026 debutta alla regia con un film d’animazione che sembra seguire il messaggio che racconta: la storia di un’arte artigianale in via d’estinzione che sopravvive soltanto grazie alla volontà di chi sceglie di raccoglierne l’eredità. 

Coproduzione franco-giapponese di grandi ambizioni, A New Dawn è un racconto sulla trasmissione generazionale del saper fare artistico e artigianale che cerca di essere coerente con i temi che affronta. Sullo schermo tre giovani tentano di salvare una storica fabbrica familiare di fuochi d’artificio destinata alla demolizione per iniziare i lavori di costruzione di una nuova autostrada. Per raccontare una storia così profondamente legata al valore del lavoro manuale, Shinomiya ha scelto ostinatamente uno stile pittorico costruito su fondali realizzati a mano, colori pastello che esplodono improvvisamente in crescendo cromatici, facendo un uso fortemente materico dell’animazione e recuperando tecniche tradizionali integrate con strumenti digitali. Yoshitoshi Shinomiya forse un po’ tradizionalista lo è, ma non è affatto un passatista. Durante la conferenza stampa di presentazione alla Berlinale ha raccontato di aver preso in considerazione l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per realizzare alcuni sfondi, salvo poi rinunciare perché riteneva che la tecnologia non fosse ancora in grado di restituire l’espressività necessaria a una storia profondamente personale. Una scelta perfettamente coerente con un film che racconta lo smarrimento di chi ritrova paesaggi e persone ormai trasformati in modo irreversibile e deve decidere se opporsi a quel cambiamento o imparare a conviverci.

A New Dawn è il figlio perfetto di un Giappone che, ancora una volta nella sua storia di continue trasformazioni, si ritrova sospeso sull’orlo di una metamorfosi profonda. Fenomeni come il turismo internazionale in costante crescita e le nuove sfide ambientali conseguenti al cambiamento climatico mettono sotto pressione una società che custodisce con grande cura le proprie tradizioni, ma che fa i conti ogni giorno con il fatto che conservarle non significhi necessariamente impedirne l’evoluzione.

ⓢ Il film nasce dal racconto di un paesaggio naturale che cambia fino a diventare irriconoscibile. Quanto hanno influito i cambiamenti ambientali e le catastrofi climatiche vissute dal Giappone negli ultimi anni nella nascita di questa storia?
Il terremoto e lo tsunami del Giappone orientale hanno avuto un impatto enorme sul nostro Paese, cambiandone profondamente il paesaggio naturale. Dopo quella tragedia abbiamo vissuto anche l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima. Da quel momento il tema dell’energia è diventato oggetto di un dibattito molto acceso a livello sociale. Una delle conseguenze più evidenti di quel disastro, per esempio, è stata la rapidissima diffusione dei pannelli solari in tutto il Giappone. Io vivo e lavoro in campagna, dove ho il mio atelier davanti a cui si apriva un grande campo. Un giorno, all’improvviso, mi sono accorto che era stato completamente ricoperto di pannelli fotovoltaici: è stata un’immagine che mi ha colpito moltissimo. Guardando quel paesaggio ormai trasformato mi sono tornati in mente i ricordi dell’infanzia: da bambino passavo ogni estate al mare e c’era una spiaggia dove andavo sempre a nuotare. Tuttavia anche quel luogo a un certo punto è semplicemente…scomparso. Era stato bonificato, trasformato: il paesaggio che ricordavo non esisteva più. Ho iniziato a mettere in relazione questi due ricordi, così lontani nel tempo ma accomunati dalla stessa sensazione di perdita personale. Mi sono reso conto che rappresentavano due immagini molto contemporanee del Giappone di oggi e che potevano diventare il punto di partenza per una storia. Anche il luogo dove si trova il mio atelier, un tempo circondato dal verde, è cambiato completamente negli ultimi anni. Per me è il simbolo di come i luoghi che vivono nella memoria nella realtà possano poi trasformarsi fino a diventare irriconoscibili.

ⓢ Come si riflette questa trasformazione sui tre giovani protagonisti del film?
È esattamente quello che affrontano anche i protagonisti del film. Come il paesaggio che li circonda, anche loro sono costretti a cambiare, anche quando non vorrebbero. Attraversano una trasformazione dalla quale non è possibile tornare indietro e devono imparare a convivere con questa nuova realtà, proprio come succede nelle nostre vite. A New Dawn nasce insomma da esperienze molto personali, ma racconta anche qualcosa che oggi appartiene a tanti luoghi del Giappone e, probabilmente, non solo nel mio Paese.

ⓢ A New Dawn segna il suo esordio alla regia. Dopo tanti anni come illustratore e direttore artistico di film animati diretti da altri, quanto è stato diverso assumersi la responsabilità di guidare un’intera produzione? Ha sentito più libertà creativa o più responsabilità?
Prima di questo film ho lavorato soprattutto come artista e illustratore. Ero abituato a creare opere da solo, quindi avevo la possibilità di controllare ogni dettaglio e di dedicare tutto il tempo necessario a ogni singolo elemento finché non ero soddisfatto del risultato. Quando lavori da solo puoi spingere la tua ricerca fin dove desideri e, in un certo senso, eliminare qualsiasi elemento esterno che non appartenga alla tua visione. L’animazione cinematografica funziona in maniera completamente diversa. È un lavoro che coinvolge moltissime persone e il ruolo del regista consiste non tanto nel realizzare personalmente ogni disegno, quanto nel riuscire a trasmettere agli altri ciò che immagina, in modo da creare una visione organica d’insieme. Bisogna comunicare con grande chiarezza le proprie intenzioni a parole, con gli storyboard e i disegni o qualsiasi altro strumento disponibile. Girando questo film mi sono reso conto che il lavoro di regista è quasi l’opposto di quello che avevo svolto fino a questo momento per i film di altri colleghi. In passato a spingermi era la fiducia nella mia capacità di disegnare: pensavo che la cosa più importante fosse riuscire a esprimere il mio stile personale. Come regista d’animazione, invece, lo sforzo maggiore l’ho dedicato a capire come mettere tutti gli artisti nelle condizioni di realizzare in maniera uniforme l’immagine che avevo in mente. Ho trascorso molto più tempo a parlare con il gruppo di lavoro, a spiegare, a correggere e a confrontarmi con gli altri, che non a disegnare personalmente. È stata una scoperta importante, perché mi ha fatto capire che dirigere un film non significa imporre la propria visione, ma riuscire a condividerla: il lavoro del regista consiste soprattutto nel creare le condizioni perché tante persone diverse possano contribuire alla realizzazione di un’unica opera. A livello umano e artistico è stato impegnativo e molto stimolante. Mi ha insegnato un modo completamente nuovo di fare cinema.

ⓢ I fuochi d’artificio sono uno degli elementi più spettacolari del film, a livello visivo e narrativo. Dal punto di vista dell’animazione, quali sono state le principali sfide nel riuscire a rappresentarli?
Oggi elementi come i fuochi d’artificio, l’acqua e la vegetazione possono essere realizzati facilmente con strumenti digitali: non è nemmeno necessario disegnarli manualmente a monte del processo. Tuttavia volevo che i fuochi d’artificio fossero animati manualmente, perché al centro di questo film ci sono la conservazione della tradizione e il valore dell’artigianato: i protagonisti fanno a mano i fuochi d’artificio, perché non fare lo stesso per animare quelle sequenze? Mi sembrava importante che anche il modo in cui li realizzavamo rispecchiasse gli stessi principi raccontati dalla storia. Naturalmente è stato molto impegnativo in termini di tempo e risorse. Abbiamo sperimentato numerose tecniche diverse e recuperato metodi tradizionali dell’animazione che erano quasi scomparsi.

ⓢ In concreto, come avete lavorato alle sequenze pirotecniche?
Abbiamo anche allestito un piccolo laboratorio dove lavoravamo con fogli di carta nera nei quali praticavamo minuscoli fori, riprendendoli poi dal basso per ottenere determinati effetti di luce. Abbiamo cercato di recuperare tecniche ormai quasi dimenticate, appartenenti alla storia dell’animazione, quando ancora non c’erano altre strade se non quella della carta, dei colori, dei giochi di luce. Spero che tutto questo lavoro manuale trasmetta anche allo spettatore quella sensazione di intimità e di nostalgia che volevamo evocare attraverso il film e la sua storia. Per me era importante che il processo creativo dietro A New Dawn fosse coerente con il suo significato.

ⓢ La casa in cui si svolge gran parte della storia ha un design molto elaborato, quasi labirintico. Come avete lavorato per darle un’identità così forte?
È stata una scelta assolutamente intenzionale da parte mia e del gruppo. La casa ricopre un ruolo fondamentale nella storia, soprattutto nella parte finale, quando viene alterata dall’esplosione dei fuochi d’artificio. Per questo motivo volevamo che apparisse il più possibile bella, ricca di dettagli e piena di vita, quasi fosse un personaggio. L’abbiamo progettata come uno spazio che il pubblico potesse esplorare poco alla volta, quasi perdendosi al suo interno. Più gli spettatori imparano a conoscere quella casa e ad affezionarsi ai suoi ambienti, più forte diventa l’impatto emotivo della sua distruzione. È una sorta di espediente narrativo che abbiamo deciso di costruire fin dall’inizio del progetto e che ha influenzato tutto il suo design.

ⓢ Nel film la tradizione dei fuochi d’artificio fatti dagli artigiani viene raccontata come qualcosa di prezioso ma anche fragile, forse destinato a sparire. È una sintesi del suo rapporto con la modernità?
Non penso che tradizione e modernità siano necessariamente in contrapposizione anche se spesso si tende a immaginarle come due forze opposte. La tradizione non dovrebbe essere qualcosa di immobile, da conservare esattamente com’era, perché se rimane immutata rischia persino di perdere il suo significato. Sono cresciuto in una famiglia e in un ambiente dove le tradizioni erano molto presenti e hanno influenzato profondamente il mio modo di vedere il mondo. Ancor oggi fanno parte della persona che sono: per questo sento il desiderio di comprenderle, di custodirle e di trasmetterle, ma credo sia giusto che cambino insieme alla società e alle persone. Le tradizioni continuano a vivere proprio perché vengono reinterpretate da ogni generazione: è importante non spezzare quel filo che ci lega al passato, ma nemmeno impedire che evolva. È un equilibrio delicato, lo stesso che ho cercato di raccontare nel film attraverso l’arte dei fuochi d’artificio sull’orlo dell’estinzione. Alla fine A New Dawn mostra come ciò che conta davvero è mantenere vivo quel legame con ciò che ci ha preceduto, ma senza avere paura del cambiamento.

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